Daniele Capezzone e Rita Bernardini, il 20 luglio si sono imbavagliati davanti al Palazzo San Macuto, sede della Commissione di Vigilanza Rai, per far notare il silenzio tombale di tutta l’informazione della Radio e Tv di Stato (che si unisce al silenzio tombale di Mediaset) sul referendum lanciato dai radicali (e oggi sostenuto anche da molti a sinistra) per l’abrogazione della medievale legge italiana sulla (o meglio: contro) la procreazione assistita.
La Commissione di Vigilanza ha notato la protesta e convocato su quell’argomento un incontro urgente. Ciò fa onore alla Commissione ma difficilmente interromperà il silenzio di Radio e Tv di Stato. Quella cattiva legge, secondo chi comanda coloro che comandano questa cattiva Rai, non s’ha da cambiare né ora ne mai. La giustificazione è che sull’argomento, prima, c’era il Far West e adesso, con una legge antica, umiliante, inapplicabile e offensiva sia per le pazienti che per i medici, tutto è risolto.
Come dire che la bancarotta di Stato argentina ha posto fine al rischio di rapine e borseggi, visto che adesso, in quel Paese, sono tutti poveri.
D’accordo dunque con Capezzone e Bernardini, d’accordo con il referendum e con il sostegno che adesso c’è, si dichiara, si sente, tra i Ds e a sinistra. Qui però ci rendiamo conto di dovere offrire alcuni chiarimenti e proporre alcune domande. E tentare di definire la fantomatica figura del ‟laico” nella vita italiana. Laico è una parola che ho sempre avuto difficoltà a tradurre e far capire ai colleghi americani, quando lavoravo in quel Paese. Laggiù ‟laico” è uno come John Kerry, cattolico praticante che ripete la frase di un altro cattolico praticante come Mario Cuomo: "Personalmente mi oppongo all’aborto. Da politico sostengo la legge che riconosce la responsabilità delle donne. La legge di tutti e la mia fede personale non sono la stessa cosa".
Il chiarimento ai lettori riguarda una domanda che ricorre spesso: che rapporto c’è fra noi e i radicali? Occorre circoscrivere il ‟noi”. Qui parliamo solo a nome di questo giornale. Il fatto è che condividiamo - e lo diciamo sempre - alcune importanti battaglie radicali. Una è il sostegno al referendum contro la legge sulla procreazione assistita, una è la comune ostilità alla legge Fini che propone di considerare uguali tutte le droghe, una è la rigorosa non confessionalità della scuola, una è la dignità e libertà della ricerca scientifica, la causa di Luca Coscioni, e poi la necessità del Tribunale per i crimini contro l’umanità e la lotta contro la pena di morte nel mondo. Non abbiamo mai nascosto di avere appreso dai radicali alcune lezioni: niente salotti, niente finte comitive e finte gentilezze. Dici e ripeti, nel modo più chiaro, più argomentato e il più fermo possibile, le cose in cui credi, le accuse che, senza infarinature e percorsi intermedi, ti senti in dovere di fare, e non stai zitto solo perché disturbi la festa, e non dici, di tutto il mondo, il mio amico tale e il mio amico tal altro. Dici e ripeti, per quanto poco gradito, quello che pensi, perché non è il gradimento ma la chiarezza lo scopo dell’intervenire in politica. E ti attieni al dovere di dimostrare meticolosamente le cose che dici e di assumerti i rischi.
Di qui è scaturito l’uso ostinato - e sbeffeggiato da molti - della parola ‟regime” nelle pagine de ‟l’Unità”. Cos’altro era un governo che - parlandone da vivo - ha avuto il controllo totale delle Tv (come hanno dimostrato Capezzone e Bernardini digiuni e imbavagliati), ha incarnato un gigantesco conflitto di interessi e ha avuto, attraverso la ricchezza personale del suo leader e il suo agire fuori dalle leggi, la capacità di intimidire fino al silenzio un bel po’ di settori pubblici e privati della vita italiana? Dicevo che siamo stati sbeffeggiati per la parola regime e preciso: molto, dai diretti e indispettiti interessati; un po’ da sinistra (ricordate l’accusa di ‟massimalismo” per Padellaro e per me?), e spesso e volentieri dai Radicali, e proprio nella rubrica ‟stampa e regime” di Radio Radicale, da cui abbiamo preso in prestito la parola. Capisco un rimbrotto, tipico di Pannella: noi eravamo qui prima, e anche prima dovevi imbavagliarti per avere qualche minuto in Rai. Siamo tra quelli che - d’accordo o non d’accordo sulle singole questioni - hanno sempre detto e scritto (sui vari giornali in cui hanno scritto) che il silenzio è indecente e la censura è fascista.
Abbiano notato che molto spesso il direttore di Radio Radicale, Bordin, quando, nella rassegna stampa, si trova alle prese con la parola ‟radicale” riferito alla sinistra (e il più delle volte a noi) spiega subito, e giustamente, ai suoi ascoltatori che c’è Radicale e radicale, e che non bisogna fare confusione. È vero. Però, perché tanti ammonimenti e sgridate per le nostre presunte intemperanze, quando poi Radio Radicale ci fa ascoltare i suoi materiali d’archivio, che ci riportano ad accanite e appassionate battaglie, del tutto prive di salotto, su aborto, divorzio, informazione, corruzione, fame nel mondo, diritti negati? Perché sembrano sempre sul punto di ammonirci a stare calmi, come se i radicali avessero mai apprezzato, in passato, quel tratto caratteriale applicato alla politica?
La domenica, per ‟l’Unità” è il giorno nero nella rassegna stampa di Radio Radicale, perché tocca a Daniele Capezzone. Con lui - che pure sta digiunando e si imbavaglia per far notare il silenzio sulla procreazione assistita - il nostro non accettare il silenzio di regime sul conflitto d’interessi, sul fallimento in Europa, sul dissesto economico, sull’orrore dei trenta naufraghi tenuti per settimane al largo delle coste siciliane e poi espulsi, senza ascoltarli, verso Paesi in cui vige la pena di morte, diventa un gesto scalmanato, ispirato a un mondo di disordini e barricate. Ci immagina eredi di una perenne guerra fredda, descritti spesso con le stesse parole che ci dedicano Cicchitto e Bondi. Potremmo dire che, stranamente, non nota che siamo accanto a Luca Coscioni e al referendum, che siamo stati il solo giornale a sostenere la rimozione di Saddam Hussein (come non ripensarci ogni giorno, ora che gli americani sembrano non sapere che fare con questo prigioniero impossibile?), ma tutto ciò sarebbe come produrre una lista di meriti, che invece è un elenco di scelte inevitabili, il minimo di un dovere di civiltà.
Ma Capezzone ha in testa una visione che non coincide con la realtà. La sua visione è che il bene, con qualche piccolo difetto o lacuna, è a destra. E il male, per quanto qualcuno si affanni a cancellare i graffiti dai muri, è a sinistra. Eppure quasi tutta la destra al potere nel mondo (siamo in attesa di smentite) mischia Dio con lo Stato, la religione con la politica, le radici cristiane con i governi, offre (in Italia) frullati misti di De Gasperi ed Ernesto Rossi, di Don Sturzo e dei fratelli Rosselli. Mai si trovano insieme destra e libertà di ricerca scientifica, destra e donne che vengono prima dell’embrione, destra e rigorosa laicità dello Stato (fa eccezione, da sola, la Francia). Se gli Usa torneranno laici si dovrà a quel sovversivo di Kerry. Bush, l’uomo di destra, ci informa che il suo confidente, il suo vero consigliere è Dio. Deve averlo assistito, in Texas, anche nelle sue 178 sentenze di morte. Obiezione inevitabile: ma il pasticcio Dio-politica è esteso e trasversale. Vero. Ma la destra attualmente al potere nel mondo, pur invocando di tanto in tanto liberismi vari e libertà individuali assortite, al momento buono si attiene alla predicazione di questa o di quella Chiesa, possibilmente nella sua versione più conservatrice e fondamentalista.
In conclusione, forse c’è qualche errore nella lista di amici e nemici, di cose che vanno avanti, anche fra mille problemi, e di cose che vanno indietro, verso un tempo passato, anche se intorno sventolano bandiere e si accendono tutte le telecamere del potere. Che ne dite di rifare i taccuini, di aggiornare le agendine? D’accordo, ci sono Radicali e radicali. C’è anche un bel po’ di lavoro da fare, per gli uni e per gli altri, in questa Italia scivolata all’indietro.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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