Vinicio Capossela, Elio e le Storie Tese, Giorgio Conte, Patti Smith. Mantova celebra i "cantascrittori", invitando alcuni rappresentanti illustri dei "musicanti" prestati alla letteratura. Gli altri, che sono un esercito, per quest'anno rimangono a casa: Ligabue, Vecchioni, Guccini, Ruggeri, Jovanotti... Avranno altre chance in futuro. Altri ancora, purtroppo, non ci sono più, come De André. Il "cantascrittore" è una figura relativamente nuova, nel panorama italiano. Il primo, forse, fu il grande Don Backy, che nel '67 pubblicò un romanzo dal titolo un po' astruso, Io che miro il tondo, che le cronache letterarie del tempo recensirono con, sia pur tiepido, favore. Prima di lui, per la verità, vennero alcuni famosi colleghi stranieri. Basti citare Leonard Cohen, il padre di Suzanne, il cui Beautiful Losers, del '61, fu accostato, alcuni dicono impropriamente, alla migliore letteratura beat. E tra i "cantascrittori" c'è anche Bob Dylan, che nel '71 si presentò con Tarantula, una raccolta di "novelle anfetaminiche e visionarie", come le definisce Paolo Vites, destinata a rimanere l'unica voce della sua bibliografia. Come narratori, poi, si possono aggiungere Nick Cave e David Bowie, ma la rassegna, più o meno, finisce lì. La pubblicazione in volume dei testi delle canzoni invece non è fenomeno insolito, in Italia come all'estero. Ma il passaggio massiccio dallo status di cantautore a quello di "cantascrittore" è solo italiano. Uno dei pochi a non aver attraversato il labile confine tra canzone e letteratura è Gianmaria Testa, che è qui a Mantova per presentare a suo modo l'esordiente (alla bella età di quasi sessant'anni) Mario Cavatore e che, pensando alla folta schiera degli amici "cantascrittori", allarga le braccia sorridendo sotto i baffi: "Che devo dire, loro son bravi...". Si diceva di Don Backy. Il vero pioniere fu però Francesco Guccini, che nell'89, con il successo di Croniche epafaniche, aprì agli editori la grande illusione: che buttare sul mercato un libro firmato da una popstar per teen ager o per nostalgici ex sessantottini bastasse a far quadrare i bilanci di annate altrimenti tristi. Per la verità, Guccini era, tra i cantautori, il più "cantascrittore" di tutti. Grazie alla sua sensibilità linguistica, per non dire glottologica, che si sposava meravigliosamente con la verve narrativa, come ha dimostrato anche dopo (scrivendo gialli con Loriano Macchiavelli). A proposito di quel romanzo d'esordio, Tondelli scrisse giustamente che riusciva a "dare musicalità ai ricordi e ai personaggi, e così agisce sulla nostra memoria". Il che per un narratore è indubbiamente un bel complimento. Per la verità, se Tondelli, che pure amava la musica, la canzone, la scrittura in musica e la musica in scrittura, leggesse alcune delle prove recenti sfornate dai "cantascrittori", probabilmente non userebbe parole altrettanto lusinghiere. Ma agli editori poco importa. Ognuno ha il suo: la Mondadori ha Guccini e Cave, la Bompiani ha acquisito Elio, l'Einaudi ha Vecchioni, la Smith e ora lo stesso Elio (che esce in contemporanea con ben due libri), la Feltrinelli ne ha una sfilza: Jovanotti, Ligabue, Capossela e persino Caetano Veloso, che in un'autobiografia-fiume racconta il suo Brasile, il tropicalismo, la bossa nova e gli incontri che hanno segnato la sua cultura musicale e no. Fatto sta, insomma, che la rinascimentale Mantova non disdegna la multimedialità: letteratura, musica, teatro, immagini. È il suo pane. Ha capito che è in questa contaminazione il futuro della letteratura. Ciò che il suo pubblico chiede: va bene la parola, ma non esageriamo... Del resto, è una scelta che si può anche leggere come un ritorno alle origini, pensando ai protagonisti della scena cortese medievale, i trovatori, che amavano accompagnare i propri versi con le note musicali. Dunque, niente di male, per carità. Anzi. Niente di male nel fatto che Andrea De Carlo si sia presentato qui, ieri sera, come compositore e musicista, con tanto di chitarre acustiche accompagnate alle tabla dal percussionista bengalese Arup Kanti Das. Ed è stato quello che si chiama un evento annunciato. Piaccia o no, è lui, De Carlo, il re dell'ipertesto: ha scritto romanzi utilizzando gli sms e le e-mail, ha sempre amato la citazione rock, ha disegnato qualche sua copertina, ha persino allegato un cd (registrato in proprio) a un suo libro, I veri nomi. Conosce bene le regole della comunicazione interattiva che piace al suo pubblico. Uno dei rarissimi, e coraggiosi, casi di "scrittocantore". Il suo pubblico, giustamente, lo ripaga. Così come lo ripaga il pubblico di Mantova.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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