Paolo Rumiz: La rotta per Lepanto. Cattaro, la cruna dell'ago

16 Settembre 2004
Tuoni come bombe giù dalla Montagna Nera, i lampi illuminano moli e santuari, sul mare colano nubi d'inchiostro, le Bocche diventano un lugubre lago alpino. Siamo nel posto più piovoso d'Europa, quattro metri e mezzo d'acqua l'anno; Cattaro è un perfetto acchiappa-nubifragi. E poi qui rimbomba anche uno starnuto, figurarsi un temporale. Il frastuono si moltiplica, sbatte sul Monte Grande, sovrasta il tuono delle discoteche a Castelnuovo, si imbottiglia nella stretta di Lepetane, si disperde nuovamente tra Risano e una muraglia detta Dobrota, torna indietro a Perasto, evoca storie di anime perse, risveglia litanie, parole slave dimenticate. Vjetar, temporale. Ponor, burrone. Capitan Piero è un snob della vela, si ostina a infilare senza motore il varco di appena mezzo miglio e studia la situazione con un portolano del 1810. È più utile, dice, perché non contempla il motore. C'è scritto: "Il passaggio per la Bocca di Lepetane, che dal seno di mezzo mette all'orientale, riesce quasi impossibile quando il vento non sia di poppa, a cagione della corrente e della sua strettezza. I monti che circondano codesto seno si alzano tutt'a un tratto quasi a perpendicolo, e a Maestro, Tramontana e Levante le loro pendici sono dirupate in modo che appena in pochi punti vi si può arrampicare". Il libro è stampato a Vienna, ma il testo è in italiano e i toponimi pure. Pensierino al volo: l'Austria rispettò ciò che di italico vi era nell'Adriatico; il fascismo italiano lo distrusse.
Passiamo punta dei Turchi, siamo fuori dalla cruna dell'ago. Qui si tiravano le catene in caso di pericolo; come a Venezia e sul Bosforo. E improvvisamente, nel temporale, in mezzo a quelle montagne che eruttano note profonde come canne d'organo, la bocca sbadiglia, emana un basso continuo come il canto di un pope, diventa un'iconostasi, la soglia sacra che nelle chiese bizantine separa lo spazio dei fedeli da quello di Dio. Passare quella soglia è un'epifania, una trasfigurazione. E Perasto, con i campanili che hanno salutato il nostro arrivo solitario, è il sancta sanctorum, l'inizio della cripta dove vai a baciare la tomba del Santo. Strano, perché Lepetane non ha niente di sacro. Si chiama così perché comandanti e marinai, prima di tornare a casa, vi sbarcavano le amanti, cioè le "Puttane". Così almeno narrano da queste parti. Bordelli e chiese; di nuovo sacro e profano che si chiamano, alla dalmata. Sì, perché qui è ancora Dalmazia, anche se non è più Croazia. "Te vedi, picio, la Dalmazia finissi in mezzo al Montenegro" mi spiegava un vecchio zio, Franco Buccuzzi, comandante del transatlantico Vulcania che, a ogni ingresso nelle Bocche, tuonava con la ciminiera.
Attracchiamo nella pioggia davanti alla cattedrale di Perasto, dove nel 1797 fu sepolta la bandiera col Leone di Venezia. Sepolta, sì, dopo una processione e un funerale. I francesi avevano cancellato la Repubblica e gli schiavoni non vollero rassegnarsi. Suonarono campane a morto da Zara fino a Cattaro. Alvise Viskovic, gran signore delle Bocche e conte di Perasto, pianse. "Per 377 anni - proclamò alla folla - el nostro sangue, le nostre vite le xe sempre stae per ti, San Marco; e felicissimi se avemo reputà, ti con nu, nu con ti. El nostro cuor sia l'onoratissima tua tomba, e el più grande to elogio le nostre lacrime". Altro che nemici storici, come li definì qualcuno nel Ventennio. Gli "s'ciavoni" ci amavano. Altro che "razza inferiore" come proclamò Mussolini a Pola. Qui nelle Bocche, leggo nel portolano, "hanno accumulato fortune immense. Se nell'industria non superano i Ragusei loro vicini, stanno a loro almeno in confronto. Ma il loro coraggio è molto maggiore". Basta guardare la costa: una villa e un moletto, una villa e un moletto. Ogni villa era un armatore e ogni moletto un veliero. Qui nacquero i Tripcovich, poi emigrati nella Trieste austriaca, e il loro primo atto commerciale fu l'affitto di dieci galere a Venezia per la battaglia di Lepanto.
Nel grande libro Sei marinai dell'Adriatico, Paolo Berti, sotto lo pseudonimo di Giubek Marini, narra anche l'avventura di Pietro Zelalia, ossia Galati della Villa Bianca, che una notte del 1752 scappò a remi dalle Bocche all'età di 15 anni, dopo aver accoppato uno zio per una questione di soldi. Dopo essere stato catturato dai Turchi in Albania, nel 1760 finì imbarcato sulla loro nave ammiraglia, la Corona Ottomana, che con altri galeoni girava l'Egeo a riscuotere tributi per il Sultano. Capitò che nell'isola di Kos gran parte degli ufficiali scendessero a terra per un bagno turco: lui colse l'occasione al volo e scatenò la rivolta con i 71 schiavi cristiani a bordo. Gli ammutinati sbudellarono 260 turchi e poi - divenuti padroni del bastimento - mollarono gli ormeggi verso Malta dove furono accolti come trionfatori e si spartirono un bottino di 84 mila zecchini d'oro. Cattaro sfornava gente di questa tempra. Ma che altro potevano fare se non aver coraggio quelli delle Bocche? Che altro fare in un budello simile battuto dai vento e sovrastato dai predoni montenegrini? Come vivere altrimenti in un buco dove i confini di terra cambiavano continuamente, tra Venezia, impero turco, Austria e mondo slavo? Che altra sicurezza se non il mare?
Pioggia e attesa, attesa e pioggia. Ore sottocoperta nel grigio. Bambini che frignano, minestrine, claustrofobia. Lettura di libri in cuccetta con lampada a petrolio. Scopro che, un secolo dopo Lepanto, Pietro il Grande mandò qui i suoi comandanti a imparare il mestiere, e che tredici arsenalotti di Perasto furono invitati in Russia per costruir galere e farle andare sul Volga. Il barometro segna 1002, tredici punti sotto la media, il livello più basso del viaggio dalla partenza a Venezia. Chiamiamo per telefono altre barche in Adriatico, ci dicono che il tempo fa il matto un po' ovunque. Bora micidiale in Quarnaro, nubifragi a Rimini. Pellegrinaggio sul monte Lovcen, quota 1700 metri. C'è il mausoleo dell'eroe nazionale montenegrino, il principe-vescovo Petar Njegos. Era un gigante di due metri, poeta, teologo, giurista, linguista e gran cacciatore. Il posto, sperduto nelle pietraie, attraversato dai fulmini, è impressionante. Fotografa il carattere degli abitanti della montagna negra, vanagloriosi, eccessivi nella ferocia e nella generosità. Venezia ne aveva paura, ma ne avevano paura anche i turchi. Combattevano a mani nude, come i sardi del Gennargentu. Oggi, scrive Jan Morris, si può dire che "solo la furiosa determinazione dei montenegrini salvò la costa adriatica dai turchi".
Dopo due giorni torna il sole, a Cattaro è giorno di mercato e il lago alpino ridiventa Mediterraneo, Sicilia. Donne nerovestite di faccia greca vendono barboni e sogliole sotto una loggia popolata da rondini e abitata da un fantastico Leone in pietra. Al museo marittimo ci accoglie la faccia severa in bronzo del comandante Ivo Visin che tra il 1852 e il 1859 fu il primo adriatico a compiere il giro del mondo, con bandiera austriaca. Riempiamo la cambusa di frutta fresca, passiamo davanti a un'orrendo mega-yacht inglese iper-tecnologico detto Independence e torniamo verso il mare aperto nell'acqua che ribolle di sardelle. Nei bambini esplode la felicità. Sono liberi (leggi: nudi), vivono un'avventura (leggi: viaggio), hanno una tana (leggi: barca). Non hanno bisogno di altro. Intanto si è levato il maestrale, si va alla grande. Prima e dopo Budva, affollata e realsocialista, la costa è magnifica e selvaggia. Specialmente due baie: Buljarica e Zagrade. Al largo di Punta Dubovica, dove la Dalmazia finisce, avvisto due delfini. La piccola Flora si addormenta nella cuccetta di prua, proprio mentre entriamo nel porto di Bar.
Paolo Rumiz: La rotta per Lepanto. Cattaro, la cruna dell'ago