‟Le parole sono pietre”, diceva Carlo Levi. Lo sono state durante la prigionia di Simona e Simona, quando ogni frase andava giustamente pesata con il bilancino per non interferire nelle trattative. Lo sono un po' meno adesso. In poche ore siamo stati fatalmente catturati dalla retorica del "bentornate ragazze", dei brindisi, degli abbracci e delle lacrime di gioia dopo i giorni dell'angoscia. Ma per fortuna alcune parole restano pietre. Per esempio quelle dei genitori. "So che mia figlia tornerà in Iraq: se non sarà così, vuol dire che non sarà più la mia Simona", ha detto mamma Torretta quasi con tono di sfida. E ha aggiunto: "Non posso impedirle di fare quel che vuole e la fa felice. Non posso impedirle di fare la sua vita". Chissà se ci sono altre madri che avrebbero detto lo stesso. Parole? Parole come pietre. Papà Pari no, lui non ne vuol sapere: "Ne dovremmo parlare, stavolta ne parliamo sul serio". Come se le parti si fossero invertite, una mamma ha intonazioni paterne mentre le parole paterne rivelano l'ansia e l'affettività che di solito è delle madri. Parole. Certo, sono parole. Ma quante volte ci avranno pensato i genitori di Simona e Simona, nei giorni della paura. Quante volte si saranno chiesti: se tornasse la lascerei ripartire? Quante volte si saranno detti: se solo gliel'avessi impedito... Parole diverse che rivelano pensieri diversi, posizioni diverse rispetto al coraggio e al rischio di morire per una causa giusta. Un tempo era Ulisse il depositario del viaggio, della partenza e dell'eterno ritorno, il simbolo del coraggio bellico, l'eroe che si imbarcava con il preciso scopo di edificare il futuro della patria anche a costo della vita. Penelope restava a casa in attesa. Ettore affrontava la guerra per salvaguardare la sua casa e la sua città. Andromaca cantò per sempre il valore del suo sposo. Per un attimo abbiamo vissuto un mondo capovolto. Con le Penelopi e le Andromache che partono, contro la volontà di Ulisse e di Ettore, preoccupati per la loro sorte. Parole come pietre. Anche quelle di una Simona, che ha detto: "Dalla prigionia trasmettevo energie positive a mia madre". Parole come pietre. Certamente sono il segno di un'intesa profonda tra madre e figlia, un'intesa che passa per vie insondabili e non razionali. E il padre? Ora sappiamo che forse di quell'energia aveva bisogno anche suo padre. Anzi, soprattutto suo padre. Il quale rifarebbe certamente il gesto di Ettore che tornato dalla guerra, con ineffabile tenerezza, si chinò a prendere in braccio suo figlio Astianatte e lo elevò al cielo perché gli dèi lo benedicessero. Ma il padre di Simona Pari non è tornato da nessuna guerra e non ha nessun elmo da togliersi per non spaventare suo figlio. Forse direbbe pure, rivolto a Zeus e alle altre divinità: "Rendete forte questo mio figlio". Ma non potrebbe mai aggiungere l'invocazione che Omero mise in bocca a Ettore: "E che un giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno dica: è molto più forte del padre". Perché sua figlia Simona è già più forte di lui. Pur essendo donna, ha bruciato le tappe, ha capovolto le regole dell'epica, anzi le ha rispettate sconvolgendola: è già tornata dal suo campo di battaglia ed è già pronta a ripartire, con la consapevole e forte approvazione di sua madre. Mentre lui, il padre, assomiglia molto a tutti noi che restiamo qui. E con la pazienza che un tempo fu di Penelope aspettiamo che tutto finisca.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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