Allarga le braccia (se potesse le stringerebbe attorno a Lapo Elkann): ‟Lo conosco da quando è nato”. Poi alza gli occhi al cielo, con un sospiro: ‟Chiunque è padre in quest’epoca sa che il rischio droga è il rischio di ogni giorno”.
Furio Colombo era presidente della Fiat negli Stati Uniti quando il nipote preferito dell’Avvocato apriva gli occhi al mondo sotto il cielo di New York. E ora che scrive editoriali per il giornale di cui è stato direttore, Colombo non ha esitato: ‟E adesso lasciatelo in pace”, ha scritto ieri sulla prima pagina dell’‟Unità”. E adesso è lui stesso che spiega: ‟Conosco Lapo da quando è nato, sono amico di sua madre Margherita e di suo padre Alain ma tutto questo non c’entra niente con la mia indignazione. Un’indignazione per come è stato trattato mediaticamente, soprattutto dalle televisioni”.
Parla di Lapo e diventa un fiume di parole Furio Colombo. Parla di Lapo e ricorda il caso di Joseph Kennedy, figlio di Bob, nipote di John. ‟Joseph venne trovato esanime nell’androne di una casa di Harlem. Droga, anche per lui. Ma a lui non toccò la stessa fortuna di Lapo: non ci fu nessuno che chiamò il 118 per Joseph che in quell’androne venne trovato morto”. Però l’accanimento dei media sulla vicenda fu diverso. Garantisce Furio Colombo: ‟I telegiornali diedero, ovviamente, la notizia. Ma nel mezzo, non strillata. Come i giornali: il ‟New York Times” fece il riassunto della storia in un articolo interno, oltre ad un piccolo richiamo in prima”. E tutto questo non perché erano ancora i primi anni Ottanta. ‟Basta guardare come ha dato oggi il ‟New York Times” la notizia di Lapo: 22 righe a pagina 9. E stiamo certi: il nipote di Agnelli negli Stati Uniti fa notizia. La discriminante per i media statunitensi non è certo la celebrità”. Per i media statunitensi la discriminante è qualcosa da noi sconosciuto: ‟Lì si massacra una persona soltanto se questa persona ha fatto del male a qualcun altro: successe così ad un altro Kennedy, William Kennedy Smith, che venne accusato di aver tentato uno stupro in una notte brava. Invece si lascia in pace una persona se ha fatto male soltanto a se stessa. Come successe a Joseph Kennedy. Come è successo al povero Lapo”.
Scuote la testa Furio Colombo a ricordare i teatrini televisivi dove in questi giorni si è parlato tanto di Lapo. ‟E dove hanno presentato due Lapo: quello festoso accanto a quello morente, come nulla fosse successo. Ma come si fa? Come è possibile stare lì a guardare il posto dove Lapo è andato a farsi del male? È andato semplicemente in una drammatica fumeria, circondato da persone che facevano da rifugio alla sua disperazione: vogliamo dire altro?”. Allarga le braccia. E alza di nuovo gli occhi al cielo Furio Colombo: ‟Chiunque ha avuto un figlio adolescente può ritenersi fortunato se è passato indenne al rischio della droga. Adesso che mia figlia è diventata mamma a sua volta, quando la guardo so la fortuna che ho avuto a non vederla caduta, come tanti suoi compagni di strada”. I suoi amici Margherita ed Alain questa fortuna non l’hanno avuta: ‟Ma adesso so che ce la faranno ad andare avanti. Adesso staranno pensando a far guarire Lapo. Tutto il resto verrà dopo”. La mamma e il papà di Lapo hanno fatto un appello per proteggere Lapo dall’attacco mediatico: ‟E io non soltanto lo appoggio. Ma ne rilancio un altro. Un appello ai miei colleghi che dirigono i giornali e le tv: che capiscano il limite alle disgrazie che sconvolgono la vita. Questo limite è il rispetto”.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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