Maurizio Caprara: Berlusconi: "Prima la democrazia in Iraq poi potremo parlare di ritiro delle truppe"
14 Ottobre 2004
"Prima dobbiamo avere la democrazia, poi parleremo di ritiro", ha detto ieri Silvio Berlusconi. Un colpo di freno a tante congetture sulla possibilità di rapidi rientri a casa dei soldati italiani dall'Iraq. Il presidente del Consiglio ha chiuso così una conferenza stampa con il capo di Stato egiziano Hosni Mubarak, uno degli arabi più preoccupati da un vuoto di potere e da un peggioramento delle condizioni di sicurezza a Bagdad. Nel rispondere ai giornalisti, Berlusconi aveva l'aria sbrigativa di uno che avverte: oggi il ritiro non è all'ordine del giorno, discutiamone poi. È vero che il poi può allungarsi o restringersi come una fisarmonica: in Iraq le prime elezioni sono previste in gennaio, e un voto può essere indicato come un grande progresso in uno Stato governato a lungo da una dittatura, ma le istituzioni democratiche restano tutte da costruire. Consolidarle, per di più, non è roba di settimane, ammesso che a gennaio si voti davvero. Davanti ai giornalisti, Mubarak e Berlusconi hanno respinto l'idea che possa spettare alla Conferenza internazionale sull'Iraq rinviarle. Nell'orizzonte delle diplomazie, tuttavia, mentre Bagdad quasi ogni giorno ha la sua strage è già la Conferenza a profilarsi come un giro di boa poco scontato. Se i programmi ancora privi di ufficialità non cambieranno, sarà dal 23 al 25 novembre a Sharm el Sheik, sulla costa egiziana del Mar Rosso, questa riunione sui futuri assetti iracheni. Dal 22, comincerebbero ad arrivare in alberghi resi impermeabili dalla sicurezza i ministri degli Esteri del G8 (i Paesi più sviluppati del mondo e la Russia), degli Stati confinanti con l'Iraq, di Egitto e Cina. Inoltre, rappresentanti di Conferenza islamica e Lega Araba. Mubarak vuole far circolare presto tra le diplomazie una bozza egiziana di documento da porre alla base del confronto. Per capirne l'impostazione, è utile sapere che cosa ha detto il raìs del Cairo, a porte chiuse, nel colloquio e nella colazione di ieri a Palazzo Chigi prima di partire per Parigi. Gli americani, a suo avviso, non sono solerti nel reintegrare nei rispettivi posti le gerarchie dell'esercito iracheno e i quadri dirigenti provenienti dal partito Baath. Persone che obbedivano a Saddam per paura, non per convinzione, secondo Mubarak. E sono loro a conoscere come funzionano in Iraq le catene di comando. "Abbiamo bisogno di più equipaggiamento, dagli alleati della Nato e dagli altri Paesi" ha dichiarato ieri, dalla Romania, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Donald Rumsfeld. È anche dalla Conferenza in Egitto che Rumsfeld, un fautore della guerra del 2003, si aspetta mezzi per ad addestrare le forze di sicurezza irachene. Operazione che a suo giudizio darà risultati non tanto per gennaio quanto in vista di elezioni successive. "Fratello Silvio". Mubarak, a un certo punto, ha chiamato così il Cavaliere nell'incontro di ieri. Benché poco ottimista, il raìs è parso rassicurato nel ricevere conferma che le truppe italiane non sono sul piede di partenza. "Con Berlusconi, c'è stata convergenza su quasi tutti gli argomenti", ha riferito in pubblico. Segno del clima, il passaggio dell'ambasciatore d'Italia Antonio Badini dal Cairo a Bagdad sembra sfumato. In Egitto c'è molto da fare.
Maurizio Caprara
Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …