Maurizio Caprara: "Gli italiani in Libia? Da oggi possono tornare"
18 Ottobre 2004
"Possono fare domanda da adesso". Shukri Mohamed Ghanem, il primo ministro libico, risponde così se gli si chiede quando potranno tornare a visitare la Libia gli italiani che vennero espulsi dal suo Paese nel 1970. Dopo l'arrivo del Colonnello Muhammar el Gheddafi al potere, furono in ventimila a dover partire. Da allora non hanno mai avuto il permesso di rientrare nello Stato trasformato in "Gran Jamahiria araba libica popolare socialista". Tranne un'eccezione, i visti sono stati negati. Dal 4 luglio 1998, giorno della firma di un comunicato congiunto italo-libico sul superamento dell'era coloniale, le speranze di quegli italiani si erano accese. Ma a vuoto. Adesso, le cose sembrano in movimento anche per loro. Sessantadue anni, studi in economia alla Fletcher School di Boston, già direttore generale al ministero del Petrolio, Ghanem è un uomo chiave nel nuovo corso della politica di Tripoli. La svolta, che tuttora sorprende le diplomazie occidentali, è cominciata alla fine del 2003 con la rinuncia ai programmi per la costruzione di armi di sterminio concordata con Stati Uniti e Gran Bretagna. È continuata in ottobre con l'annuncio della cancellazione della "Giornata della vendetta" istituita in Libia in memoria del colonialismo italiano. Ghanem, la cui carica ufficiale è "Segretario del Comitato generale del popolo", si trova a Rimini per il convegno annuale del centro Pio Manzù, dedicato a "Economie, moltitudini, Stati-nazione alla ricerca di una nuova sovranità". E per capire meglio a quale punto è la svolta, il Corriere ieri è andato a intervistarlo.
Il 7 ottobre, mentre Silvio Berlusconi era da voi, Gheddafi ha impiegato questa formula: chiedo al popolo libico di autorizzare a ritornare gli italiani che erano qui, che oggi sono vecchi e provano nostalgia. Ma quand'è che quegli espulsi potranno tornare davvero?
Credo che non ci sia nessun problema. Da adesso possono fare domanda.
Possono già chiedere il visto?
Ci saranno le normali procedure.
Lei l'altro giorno ha incontrato Gerhard Schröder. Il cancelliere tedesco ha invitato Gheddafi Berlino. Dunque il Colonnello andrà prima in Germania che in Italia?
Anche l'Italia lo ha invitato.
Non si sapeva. L'impressione era che l'Italia aspettasse dagli Stati Uniti la cancellazione della Libia dalla lista dei Paesi considerati terroristi.
Non è stato dichiarato ufficialmente, ma a Gheddafi è stato detto: quando vuole può venire. Saranno questioni di tempo a permettere a Germania o all'Italia di fare prima.
Dopo 20 anni, cade l'embargo europeo verso il suo Paese. Ma dalle coste libiche continuano ad arrivare in Sicilia barche con immigrati clandestini.
La fine dell'embargo non significa che dobbiamo essere noi a combattere l'immigrazione illegale. Deve essere uno sforzo congiunto. I clandestini vengono da noi per arrivare in Europa, mica per diventare libici.
I governi di Italia e Germania vorrebbero nell'Africa del Nord più campi di raccolta per i clandestini bloccati mentre si dirigono verso l'Europa. Una parte dell'opinione pubblica tuttavia teme che non ne garantireste i diritti umani. Accettereste ispezioni internazionali nei campi?
Non ci pare una buona idea mettere gli immigrati illegali nei campi di certi Paesi. Bisogna aiutarli a restare dove abitano, favorendo la creazione di posti di lavoro. Nel frattempo, pattugliare meglio le frontiere.
In Libia, però, campi di raccolta per clandestini esistono già.
Per quelli che fermiamo noi. Non apriamo campi per chiunque trovi immigrati illegali. Tanti non dicono la verità, vengono dal Ghana e sostengono: "Sono di New York". Dove li riporti? A New York? I ministri degli Interni libico e italiano collaborano e collaboreranno.
Un altro motivo di resistenza verso la Libia, nell'opinione pubblica europea, riguarda le condanne a morte per le cinque infermiere bulgare giudicate colpevoli di aver diffuso l'Aids tra i bambini in un ospedale di Bengasi. Verranno eseguite?
Il due process of law, il processo secondo la legge, è un'idea occidentale, non veniva dalla Libia. Si ritiene che ci debbano essere una Corte, un'accusa, un avvocato. Il diritto, nel procedimento, è stato applicato alla lettera. Se si parla di umanità, è bene parlare prima di tutto dei bambini: ce ne sono oltre 400 infettati e più di 40 sono morti. Altri stanno morendo. E ci sono i colpevoli. È un caso giudiziario, legale.
Lo dice lei.
Così è. La Bulgaria ci è amica. I palestinesi sono fratelli (anche un palestinese è tra i condannati, ndr). Certo, è difficile immaginare che la mente di una persona possa decidere di contagiare bambini con l'Aids. Ma è strano pure quanto è successo nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. La vita è piena di cose strane. Ci conforta sapere che in Europa si comincia a dire: aiutiamo le famiglie dei bambini. Ne hanno bisogno.
E quelle persone condannate a morte?
Esistono corti d'appello. Credo stiano ricorrendo in appello. Non possiamo interferire. Si può migliorare trattamento delle persone. Ma è un caso giudiziario.
Che cosa vi ha convinto a rinunciare alle armi di distruzione di massa?
Abbiamo pensato che occorreva rasserenare i rapporti con altri Paesi e concentrarsi su un innalzamento dei livelli di vita nel nostro.
Potevano essere un problema per l'Italia, quelle armi. Noi siamo di fronte a voi...
Per l'Italia e per la stessa Libia. Produrre armi di distruzione di massa costa molto e dà uno sbagliato senso di potere. Crea più problemi di quanti ne risolve.
Fu lei a dire che, completati gli accordi sui soldi da dare alle vittime delle bombe degli anni '80, come quella di Lockerbie, gli Stati Uniti vi avrebbero dovuto togliere le sanzioni. È soddisfatto? Si aspetta di più?
Siamo riusciti a rimuovere molti ostacoli. È giusto aspettarsi un premio. Le sanzioni erano ingiuste. Siamo sul binario giusto, dobbiamo concentrarci sull'economia.
Il 7 ottobre, mentre Silvio Berlusconi era da voi, Gheddafi ha impiegato questa formula: chiedo al popolo libico di autorizzare a ritornare gli italiani che erano qui, che oggi sono vecchi e provano nostalgia. Ma quand'è che quegli espulsi potranno tornare davvero?
Credo che non ci sia nessun problema. Da adesso possono fare domanda.
Possono già chiedere il visto?
Ci saranno le normali procedure.
Lei l'altro giorno ha incontrato Gerhard Schröder. Il cancelliere tedesco ha invitato Gheddafi Berlino. Dunque il Colonnello andrà prima in Germania che in Italia?
Anche l'Italia lo ha invitato.
Non si sapeva. L'impressione era che l'Italia aspettasse dagli Stati Uniti la cancellazione della Libia dalla lista dei Paesi considerati terroristi.
Non è stato dichiarato ufficialmente, ma a Gheddafi è stato detto: quando vuole può venire. Saranno questioni di tempo a permettere a Germania o all'Italia di fare prima.
Dopo 20 anni, cade l'embargo europeo verso il suo Paese. Ma dalle coste libiche continuano ad arrivare in Sicilia barche con immigrati clandestini.
La fine dell'embargo non significa che dobbiamo essere noi a combattere l'immigrazione illegale. Deve essere uno sforzo congiunto. I clandestini vengono da noi per arrivare in Europa, mica per diventare libici.
I governi di Italia e Germania vorrebbero nell'Africa del Nord più campi di raccolta per i clandestini bloccati mentre si dirigono verso l'Europa. Una parte dell'opinione pubblica tuttavia teme che non ne garantireste i diritti umani. Accettereste ispezioni internazionali nei campi?
Non ci pare una buona idea mettere gli immigrati illegali nei campi di certi Paesi. Bisogna aiutarli a restare dove abitano, favorendo la creazione di posti di lavoro. Nel frattempo, pattugliare meglio le frontiere.
In Libia, però, campi di raccolta per clandestini esistono già.
Per quelli che fermiamo noi. Non apriamo campi per chiunque trovi immigrati illegali. Tanti non dicono la verità, vengono dal Ghana e sostengono: "Sono di New York". Dove li riporti? A New York? I ministri degli Interni libico e italiano collaborano e collaboreranno.
Un altro motivo di resistenza verso la Libia, nell'opinione pubblica europea, riguarda le condanne a morte per le cinque infermiere bulgare giudicate colpevoli di aver diffuso l'Aids tra i bambini in un ospedale di Bengasi. Verranno eseguite?
Il due process of law, il processo secondo la legge, è un'idea occidentale, non veniva dalla Libia. Si ritiene che ci debbano essere una Corte, un'accusa, un avvocato. Il diritto, nel procedimento, è stato applicato alla lettera. Se si parla di umanità, è bene parlare prima di tutto dei bambini: ce ne sono oltre 400 infettati e più di 40 sono morti. Altri stanno morendo. E ci sono i colpevoli. È un caso giudiziario, legale.
Lo dice lei.
Così è. La Bulgaria ci è amica. I palestinesi sono fratelli (anche un palestinese è tra i condannati, ndr). Certo, è difficile immaginare che la mente di una persona possa decidere di contagiare bambini con l'Aids. Ma è strano pure quanto è successo nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. La vita è piena di cose strane. Ci conforta sapere che in Europa si comincia a dire: aiutiamo le famiglie dei bambini. Ne hanno bisogno.
E quelle persone condannate a morte?
Esistono corti d'appello. Credo stiano ricorrendo in appello. Non possiamo interferire. Si può migliorare trattamento delle persone. Ma è un caso giudiziario.
Che cosa vi ha convinto a rinunciare alle armi di distruzione di massa?
Abbiamo pensato che occorreva rasserenare i rapporti con altri Paesi e concentrarsi su un innalzamento dei livelli di vita nel nostro.
Potevano essere un problema per l'Italia, quelle armi. Noi siamo di fronte a voi...
Per l'Italia e per la stessa Libia. Produrre armi di distruzione di massa costa molto e dà uno sbagliato senso di potere. Crea più problemi di quanti ne risolve.
Fu lei a dire che, completati gli accordi sui soldi da dare alle vittime delle bombe degli anni '80, come quella di Lockerbie, gli Stati Uniti vi avrebbero dovuto togliere le sanzioni. È soddisfatto? Si aspetta di più?
Siamo riusciti a rimuovere molti ostacoli. È giusto aspettarsi un premio. Le sanzioni erano ingiuste. Siamo sul binario giusto, dobbiamo concentrarci sull'economia.
Maurizio Caprara
Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …