Beppe Sebaste: Scrivo, dunque non produco

17 Dicembre 2004
Scriveva Max Frisch negli anni ’60: "Se la letteratura non esistesse, il corso del mondo non cambierebbe affatto, ma si vedrebbe il mondo diversamente. Lo si vedrebbe come i privilegiati di ieri e di oggi si augurano che noi lo vediamo: al riparo di ogni messa in questione". Mi è venuto in mente guardando l’ormai noto film di Michael Moore sull’America di Bush, che non esito a mettere a fianco, nonostante il suo rapporto stretto con l’inchiesta e la "verità" (si tratta appunto di un "documentario"), della letteratura. Sarà per questo che la battuta più agghiacciante del film la pronuncia lo stesso Bush all’indirizzo del regista, quando gli si presenta di fronte in uno dei tanti spot presidenziali dal vivo: "Si trovi un lavoro vero!". È una frase agghiacciante per il suo assoluto realismo. Per il tono sincero del Presidente-Comandante in capo, così sobrio e sicuro di sé. Fare il reporter, il giornalista d’inchiesta, o al limite l’artista o lo scrittore, è inutile e controproducente, o meglio anti-produttivo. Al netto della sua ragione economica - che ingloba e annulla ogni senso superstite della politica - per Bush e alleati cercare la verità, seminare il dubbio, denunciare gli imbrogli, difendere il valore delle vite umane, della pari dignità, dei diritti, e non ultimo quello dell’equilibrio ecologico della vita sulla Terra, è un’occupazione inutile e anche un po’ vergognosa. È infantile, cioè anti-economico.
Bush sa benissimo, così come lo sa classe politica che egli rappresenta, compresa la sua omologa in Italia, che il lavoro ha cominciato da un pezzo a sparire tragicamente in Occidente come produzione materiale di beni. Siamo tutti inutili, oppure funzionari intercambiabili di un unico apparato economico-burocratico che deve garantire a qualunque prezzo i propri privilegi (con buona pace dei cosiddetti "terzisti", che tutt’al più fanno parte di un immenso e avanzato "terziario"). Ma Bush fa leva sul buon senso antico dei suoi elettori, a cui la battuta, con umorismo da cow-boy, arriva a un grado primario, nel comune disprezzo per intellettuali e perditempo ("si trovi un lavoro vero"). Intanto la parola democrazia si svuota di senso. E, oltre che per le bombe che hanno infranto a Manhattan un futuro svettante di superiorità e potenza, e in Afghanistan e a Baghdad una storia millenaria, noi proviamo un lutto immenso per le tonnellate di napalm versate a sradicare le idee e la dolcezza possibile di una vita orientata alla pace e alla giustizia, nella consapevolezza della Storia.
Riepiloghiamo. Questa rubrica omaggia nel titolo un bel film del 2002 di Fernando Leon de Aranoa, Los lunes al sol, che mostra la vita quotidiana di un gruppo di disoccupati in una città della Galizia, dopo la chiusura dei cantieri navali. Questa comunità di amici "scioperati" evita il cinismo e il disincanto, e intraprende la via, per quanto amara e dolorosa, della riscoperta dell’evidenza: politica ed esistenziale. La via della letteratura, forse.
Beppe Sebaste: Scrivo, dunque non produco