Marina Forti: Sri Lanka, i due volti della stessa tragedia

31 Dicembre 2004
Ci sono i bollettini del governo centrale, e ci sono quelli di quella sorta di governo parallelo che è il Movimento delle tigri per la liberazione della patria Tamil, o Ltte: Sri Lanka resta un paese diviso da un conflitto interno ventennale. Ogni mattina, i giornali più indipendenti qui riportano le notizie degli uni e degli altri. E poi ci sono le voci, rumors , notizie incontrollate: come il falso allarme giunto dall'India e amplificato dalle radio di qui, l'annuncio di una imminente seconda ondata di maremoto: ieri mattina a Galle ha creato il panico e una fuga collettiva. I bollettini ufficiali: il governo di Colombo ieri parlava di 29 mila vittime - tanti sono i corpi recuperati finora in tutto il paese. Solo ieri mattina il conto era a poco meno di 24 mila. Il bilancio umano dell'onda di tsunami che si è abbattuta domenica su Sri Lanka si aggrava via via che esercito e soccorritori arrivano nelle località più remote e isolate sulla costa orientale dell'isola, quella più colpita: ogni nuovo villaggio raggiunto riserva terribili sorprese.

Oltre 600 campi profughi.
Il governo parla anche di oltre 600 "campi profughi" in cui si sono raccolti sfollati, persone rimaste senza un tetto e fuggite verso l'interno da zone tuttora allagate: questi "campi" sono in effetti scuole, templi, chiese, luoghi che possono offrire un temporaneo riparo. I bollettini ufficiali ripetono poi gli appelli all'assistenza internazionale: la presidente della repubblica Chandrika Kumaratunga ha assunto personalmente la responsabilità degli interventi, il ministero della sanità coordina la distribuzione delle squadre di soccorso medico e ospedali da campo arrivati dall'estero. Poi ci sono gli aiuti privati, spontanei. L'effetto è un po' caotico.
Sri Lanka è semplicemente sopraffatta: "Non avevamo mai avuto a che fare con un disastro di queste dimensioni, a memoria d'uomo", mi dice il signor S.S. Hewapathirana, primo assistente all'ufficio del primo ministro, che in questi giorni sovrintende alla raccolta e distribuzione di aiuti di prima necessità. L'ufficio del capo del governo, una bella palazzina di epoca coloniale con soffitti a cassettoni nel centro amministrativo di Colombo, oggi sembra un magazzino, le verande ingombre di scatoloni e tank d'acqua che gli impiegati caricano su camion.
Altri centri di raccolta sono un po' ovunque in città: c'è quello dell'esercito davanti a un lussuoso hotel nella zona del Forte, dove militari delle tre armi ricevono le donazioni di privati cittadini, piccole ditte, grandi aziende, organizzazioni caritatevoli. Ci sono le raccolte organizzate dai giornali e dalle radio, dalle giovani perbene del Rotary o della società di sostegno alla Croce rossa, dall'associazione delle donne imprenditrici, da enti caritatevoli, fondazioni, templi, chiese, moschee. Là nelle zone colpite servono con urgenza acqua potabile, medicinali, cibo: e qui la città si è mobilitata. Tra la solidarietà privata e gli aiuti internazionali, le derrate necessarie alla prima emergenza ci sono, il problema è far giungere questi aiuti dove servono. Ma questo è più complicato.
Ed è qui che diventano importanti gli altri "bollettini", quelli diffusi ogni giorno dalle Tigri. Ieri parlavano di 18 mila tra morti e dispersi solo nelle zone controllate dal movimento tamil nel nord-est del paese. Il portavoce del Ltte, Daya Master, diceva anche che la zona più colpita è il distretto di Ampara (sulla costa sud-orientale, per la verità), appena più giù della città costiera di Batticaloa, dove ci sono alcuni grandi villaggi con popolazione tamil: come Karaithivu, dove sono stati recuperati almeno 1.400 corpi.
"Ci sono centinaia di cadaveri sepolti nella sabbia, nelle paludi o sotto le macerie delle case. Alcuni sono così putrefatti ormai che recuperarli intatti è impossibile", ha dichiarato il comandante Ram, capo delle operazioni di salvataggio del Ltte, all'agenzia in lingua inglese TamilNet , voce ufficiosa del movimento: "I soccorritori sono stati costretti a cremarli senza identificazione per prevenire il pericolo di epidemie". I bollettini delle Tigri assomigliano molto a quelli del governo di Colombo, nel tono: parlano di stato d'emergenza e di lutto nazionale, di operazioni di soccorso. Lanciano appelli agli aiuti internazionali.

La polizia e le Tigri.
"Le zone più colpite sono anche tra le più povere del paese, e quelle di più difficile accesso", spiega il signor Thoshan Ediriwira indicando la mappa di Sri Lanka. E' il caporedattore di Abc Radio Network , il gruppo radiofonico che con i suoi due canali in lingua inglese, due in cingalese e uno in tamil si rivela la fonte d'informazione più completa sulla situazione di queste ore ("abbiamo mandato una trentina di inviati nelle varie località della costa, oltre ai corrispondenti abituali").
Apprendiamo così che la fila interminabile di camion vista sulla strada per Galle a sud si ripete sulla strada che traversa l'isola per raggiungere la costa sud-orientale: camion, furgoni, autobus carichi di derrate, acqua, aiuti, un po' incamminati sotto il controllo delle autorità e un po' iniziativa spontanea.

I soccorsi a nord-est
Nella redazione di Abc , al 35simo piano di una delle torri gemelle del World Trade Centre (ricorda qualcosa?) affacciato sulla baia di Colombo, il signor Ediriwira elenca le zone più colpite. Batticaloa? Ci si arriva facilmente dall'interno, ma poi la laguna e la costa appena a sud sono impraticabili, la marina militare sta ancora lavorando per riaprire la litoranea. Lo stesso vale per Trincomalee, più a nord: sono i due capoluoghi sulla costa orientale. No, delle notizie fornite dagli ascoltatori che chiamano non si fidano molto: bisogna almeno verificarle, "circolano voci assurde, nuove onde di maremoto date per certe e mai avvenute. Si fa presto a diffondere il panico".
Camion di soccorsi, ufficiali e "spontanei", si sono incamminati anche verso il nord e nord-est: Trincomalee, Killinochi, Jaffna e tutta la sua penisola all'estremo nord di Sri Lanka. "Anche noi abbiamo mandato un po' di aiuti raccolti attraverso la radio. Per andare là però chiediamo il permesso sia alla polizia, sia al Ltte", spiega A.R.V. Losham, responsabile dei programmi del canale tamil di Abc Radio . Come per varcare una frontiera: in effetti è una sorta di frontiera quella che separa i territori controllati dall'esercito da quelli delle tigri, anche se da due anni vige la tregua ed è formalmente aperto un difficile dialogo politico di cui il principale effetto è che strade e collegamenti tra le due parti del paese sono aperte. Il dialogo per la verità è in una fase di stallo. Ma l'onda di tsunami ha colpito equamente cingalesi e tamil, e in queste ore sembra che la tragedia comune abbia costretto il governo della presidente Chandrika Kumaratunga e il Ltte a cooperare - o almeno a provarci.
Botta e risposta tra governo e Tamil
L'altro ieri i portavoce delle Tigri si erano lamentati che i soccorsi stanno ignorando il nord-est tamil. Il governo ha respinto l'accusa. Le organizzazioni internazionali hanno consegnato soccorsi e derrate sia al governo, sia alle Tigri. La presidente ha invitato il Ltte a far parte del "tavolo di coordinamento" presso la presidenza. Il quotidiano di ‟Jaffna Utaian”, in lingua tamil, ieri scriveva in un suo editoriale "i soccorsi governativi non si vedono ancora nel nord-est". I giornali governativi di Colombo scrivono il contrario. Il primo ministro Mahinda Rajapakse, del partito nazionalista Jvp, considerato piuttosto freddo (per non dire ostile) al dialogo, ieri è volato a Jaffna ("capitale" tamil) per coordinare gli interventi: è stato fischiato e contestato dalla folla, riferiscono le agenzie. Un braccio di ferro politico.
E però è un fatto, le agenzie internazionali stanno concordando i propri interventi con entrambe le parti. Così, oltre ai camion di derrate, presto arriveranno nel nord-est anche un ospedale da campo della Protezione civile italiana (a Trincomalee, zona "mista", intervento concordato con entrambe le parti) e un centro medico della cooperazione francese. TamilNet intanto polemizza: "Ne uccide più la fame delle mine", la Tamil relief organization (ente "ufficiale" di soccorso delle Tigri) fa appello ai soccorritori internazionali a non nascondersi dietro il pericolo delle mine per negare aiuti alle province del nord-est. Già, le mine antiuomo: l'eredità più persistente e subdola di ogni guerra, e soprattutto delle guerre di guerriglia. Si dice che l'onda di tsunami le abbia sollevate e sparse - le zone più a rischio sono quelle attorno alla penisola di Jaffna, quelle che sono state per vent'anni il fronte di guerra.

Appello dei vescovi.
Intanto ieri, mentre il presidente degli Stati uniti Bush telefonava alla presidente Kumaratunga, la conferenza episcopale del paese asiatico ha lanciato un appello alla comunità internazionale ad aiutare lo Sri Lanka. Nell'appello, firmato dai vescovi Joseph Vianney Fernando e Marius Peiris, viene chiesto alla comunità internazionale di inviare aiuti al governo e al paese per alleviare le sofferenze delle vittime di una calamità troppo forte per essere affrontata da soli. Nella richiesta di aiuto viene invitata la popolazione colpita a mantenere la calma e viene chiesto alle organizzazioni cattoliche di organizzarsi per portare soccorsi.
Marina Forti: Sri Lanka, i due volti della stessa tragedia