Francesco Dezio: Popolo delle formiche. Un racconto

03 Gennaio 2005
Affacciato al balcone osservo da sotto il traffico, mentre i vetri tremano sotto lo spostamento d’aria prodotto dai tir che attraversano questa strada, che è la provinciale che porta a Corato. Sotto c’è il mercato rionale, pieno di macchine che non puoi dare un passo. Arrivano le mamme col gippone e i loro mariti imprenditori, intravedo le loro teste reclinate a trattenere il cellulare contro la spalla, nel mercedes.
Sono lì e penso alla situazione di mio fratello, che stamattina è tornato prima a casa dal lavoro: il salottificio per il quale ha lavorato gli comunica che stanno per licenziarlo. Il caporeparto (che ricopre anche il ruolo di imprenditore) gli ha detto - in via del tutto informale - che poteva anche starsi a casa l’ultima settimana. Che tanto o veniva o non veniva era lo stesso, dal momento che se ne doveva andare.
Che gli dici a uno così a uno che ha ricevuto sovvenzionamenti a pioggia dallo Stato e ha eretto (dove i terreni costavano meno) un capannone in mezzo alla campagna dove non c’è acqua, non c’è fognatura, non ci sono strade, non c’è un cazzo di niente. Il parallelepipedo di cemento piantato in mezzo al nulla, i tramezzi che separano le segretarie e le addette ai call center, i traduttori dai tappezzieri. I ferri arrugginiti che spuntano irti dai plinchi la scheletratura compatta dalle orbite vuote che ti guardano che sta in mezzo a una cosa (zolle rivoltate oppure terra lasciata a maggese) che non si capisce più se davvero è campagna o che. Questo qui è uno che prima faceva il tappezziere per uno stabilimento grande e molto conosciuto e che da parecchio tempo è assurto a un ruolo chiave nel settore e ora svolge lavorazioni in contoterzi per conto dello stesso stabilimento.
Gli dicono occorre essere più competitivi dei musi gialli che a forza di copiarci sono diventati più bravi di noi e adesso si pappano tutte le fette di mercato che prima erano nostre ma questo era quando facevamo lavorare a nero allora sì che andava tutto bene allora sì che riuscivamo a piazzare sul mercato un divano davvero concorrenziale vendevamo a tutti il made in italy vendevamo ai francesi ai tedeschi agli americani soprattutto. Si parlava di miracolo economico e di un sistema di rapporti a rete nel Mezzogiorno d’Italia di motori trainanti e spirali positive fenomeno che non aveva uguali per originalità e vastità o capacità di risposta alle richieste del mercato un percorso di crescita analogo ai modelli del distretto del Nord-Est. Il quadrilatero del divano, un trapianto di veneto nel tacco d’Italia. Popolo delle formiche li chiamano, tosti come la pietra, lavorano sodo come muli si parlava della mentalità imprenditoriale della gente delle nostre parti, del grande spirito di adattamento e tecniche di produzione legate ancora al vecchio ottocentesco modello taylorista e cottimo e forza lavoro non sindacalizzata e calci nel culo se non fai come ti dicono. La casa spaziosa, la fabbrichetta, la macchina potente per farsi vedere in mezzo alla villa colla moglie a braccetto e il pupo in braccio. C’è sempre tanto da fare.
La strada separa come la striscia di Gaza le case popolari e qualche pregiudicato agli arresti domiciliari o un gruppo di balordi che conosco di vista dalla palazzina di un costruttore molto noto, ci abita lui e la sua famiglia e i nuovi arricchiti (tutti quelli che "si sono fatti i soldi" operando nel settore che ho detto) e poi dirimpetto il più grande centro edile, forse di tutta la puglia, dove puoi scegliere al meglio ceramiche e piastrelle, bagni, docce lavabi e altri componenti d’arredo. E le coppiette si fermano davanti alle vetrine a guardare e discutere di cosa manca nella loro casa. Da un lato ragazze fighe in esposizione dalle larghe vetrine illuminate a neon gialli dall’altra, e arriva a vento la musica napoletana a tutto spiano sparata in faccia che non si può ignorare dalla palazzina del crugno che abita al piano di sopra o da dentro le macchine degli amici a delinquere coi woofer e subwoofer potenti. E le macchine nuove dei loro ragazzi che sono venuti a prenderle posteggiate sotto che le aspettano sussurrano le baciano quando finisce la giornata di lavoro, tra le nove e novemmezza di sera. Ed è tutto ciò che per eccesso o difetto separa l’oro nero di questa città dall’autentico trionfo della monnezza.

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La grande occasione di Nicola Rubino, trentenne operaio pugliese, è finalmente arrivata. Una multinazionale, "leader nel settore" della produzione dei motori diesel, lo ha assunto con un contratto di formazione. Un futuro garantito e tutelato dal mitico posto fisso lo aspetta come un miraggio al te…