Maurizio Caprara: DAlema. "LAmerica Latina rinasce. E la chiave è in Asia"
03 Gennaio 2005
Per capire la ripresa economica argentina bisogna guardare dalla parte opposta del mondo: alla Cina. È la tesi di Massimo D’Alema, presidente non soltanto dei Ds, ma anche della delegazione permanente del Parlamento di Strasburgo per le relazioni tra Unione Europea e Paesi del Mercosur, la zona di libero scambio tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. "Dall’America Latina, la Cina importa prodotti agricoli e petrolio. È lo sviluppo impetuoso dell’economia cinese il traino di quella latino-americana", sostiene D’Alema, il quale, alla testa della delegazione europea, è stato un mese fa a Buenos Aires e ha incontrato i massimi esponenti della politica locale.
Per superare la crisi argentina, il Fondo monetario internazionale aveva chiesto rigore e pagamento dei debiti con l’estero. Invece il presidente Nestor Kirchner, peronista, ha ottenuto miglioramenti facendo l’opposto: stimoli alla domanda interna, scarsa attenzione verso i creditori. Secondo lei non è stata questa la chiave del cambio di stagione?
Non so se la chiave del successo sia stata questa. Non è mio compito difendere il Fmi, ma ho l’impressione che siamo di fronte a una ripresa che investe l’insieme dell’America Latina.
Pensa al Brasile, al Cile?
Il Cile, che va ancora meglio degli altri, ha l’economia più integrata con l’Asia. Il Brasile, in forte ripresa, ha una capacità di esportazione superiore all’Argentina ed è molto più ortodosso verso gli obblighi internazionali. Attrae più investimenti stranieri.
Merito delle scelte sul debito, a suo avviso?
Temo che la minore capacità argentina di attrarne sia legata all’atteggiamento con i creditori. Occorre più aiutare Buenos Aires a pagare i debiti che non gioire del fatto che decidano di non pagarli.
Lei Kirchner lo ha incontrato. Quale ruolo gli attribuisce?
Il fenomeno argentino dipende in buona misura dalla sua personalità. Fu eletto con una percentuale di voti bassa e oggi ha più popolarità, mentre si assiste a un recupero di fiducia per le istituzioni in un posto nel quale i politici non potevano girare per strada. Però guardo più al modello brasiliano che non a quello argentino.
Perché al brasiliano?
La leadership di Lula è più forte. Il Brasile fa crescere il sistema produttivo, avvia riforme. Non è come l’Argentina, che esporta principalmente materie prime e resta un’economia fragile, molto esposta ai cambiamenti dei mercati internazionali. Il Brasile vende prodotti lavorati.
Per il resto del mondo, secondo lei, la ripresa latino-americana che cosa comporta? Che cosa ha notato?
A Buenos Aires ho trovato una fortissima ostilità verso la politica degli Stati Uniti: la ritengono egoistica. Sensazione nient’affatto infondata.
Da questa situazione l’Europa può ricavare un ruolo più importante?
Sarebbe gradito, ma l’Ue non appare in grado di compiere le scelte necessarie. Quando stavo in Argentina, era in visita il presidente cinese: la stampa ironizzava sul fatto che con la Cina avevano concluso, in due giorni, accordi per somme doppie rispetto a quelli sui quali con l’Ue si parla da anni.
Quale sorte prevede per l’accordo commerciale in discussione tra l’Europa e i Paesi del Mercosur?
I negoziati riprendono in marzo. Dovevano terminare nell’ottobre scorso.
Sarà la volta buona, nel 2005?
Per passione e compiti istituzionali, molti di noi della delegazione siamo una lobby dell’America Latina dentro l’Ue. Il Mercosur ci chiede di aprire ai suoi prodotti agricoli. Le resistenze vengono da chi teme di toccare interessi degli agricoltori europei. E uno si domanda perché, a questi negoziati, non debbano esserci rappresentanti dei consumatori, visto che potremmo ricevere prodotti di qualità a prezzi più convenienti.
Per superare la crisi argentina, il Fondo monetario internazionale aveva chiesto rigore e pagamento dei debiti con l’estero. Invece il presidente Nestor Kirchner, peronista, ha ottenuto miglioramenti facendo l’opposto: stimoli alla domanda interna, scarsa attenzione verso i creditori. Secondo lei non è stata questa la chiave del cambio di stagione?
Non so se la chiave del successo sia stata questa. Non è mio compito difendere il Fmi, ma ho l’impressione che siamo di fronte a una ripresa che investe l’insieme dell’America Latina.
Pensa al Brasile, al Cile?
Il Cile, che va ancora meglio degli altri, ha l’economia più integrata con l’Asia. Il Brasile, in forte ripresa, ha una capacità di esportazione superiore all’Argentina ed è molto più ortodosso verso gli obblighi internazionali. Attrae più investimenti stranieri.
Merito delle scelte sul debito, a suo avviso?
Temo che la minore capacità argentina di attrarne sia legata all’atteggiamento con i creditori. Occorre più aiutare Buenos Aires a pagare i debiti che non gioire del fatto che decidano di non pagarli.
Lei Kirchner lo ha incontrato. Quale ruolo gli attribuisce?
Il fenomeno argentino dipende in buona misura dalla sua personalità. Fu eletto con una percentuale di voti bassa e oggi ha più popolarità, mentre si assiste a un recupero di fiducia per le istituzioni in un posto nel quale i politici non potevano girare per strada. Però guardo più al modello brasiliano che non a quello argentino.
Perché al brasiliano?
La leadership di Lula è più forte. Il Brasile fa crescere il sistema produttivo, avvia riforme. Non è come l’Argentina, che esporta principalmente materie prime e resta un’economia fragile, molto esposta ai cambiamenti dei mercati internazionali. Il Brasile vende prodotti lavorati.
Per il resto del mondo, secondo lei, la ripresa latino-americana che cosa comporta? Che cosa ha notato?
A Buenos Aires ho trovato una fortissima ostilità verso la politica degli Stati Uniti: la ritengono egoistica. Sensazione nient’affatto infondata.
Da questa situazione l’Europa può ricavare un ruolo più importante?
Sarebbe gradito, ma l’Ue non appare in grado di compiere le scelte necessarie. Quando stavo in Argentina, era in visita il presidente cinese: la stampa ironizzava sul fatto che con la Cina avevano concluso, in due giorni, accordi per somme doppie rispetto a quelli sui quali con l’Ue si parla da anni.
Quale sorte prevede per l’accordo commerciale in discussione tra l’Europa e i Paesi del Mercosur?
I negoziati riprendono in marzo. Dovevano terminare nell’ottobre scorso.
Sarà la volta buona, nel 2005?
Per passione e compiti istituzionali, molti di noi della delegazione siamo una lobby dell’America Latina dentro l’Ue. Il Mercosur ci chiede di aprire ai suoi prodotti agricoli. Le resistenze vengono da chi teme di toccare interessi degli agricoltori europei. E uno si domanda perché, a questi negoziati, non debbano esserci rappresentanti dei consumatori, visto che potremmo ricevere prodotti di qualità a prezzi più convenienti.
Maurizio Caprara
Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …