Francesco Piccolo: Pennac. Resa dei conti di uno scrittore con la fantasia
12 Giugno 2003
Se facessimo un sondaggio tra i lettori di Daniel Pennac chiedendo qual è la
sua qualità più evidente, essi rispondebbero probabilmente in modi strambi, ma
al primo posto verrebbe fuori la parola forse più banale ma anche più vera:
fantasia. Che è un po’ quel che ci si aspetta da uno scrittore. Diciamo che
quella parola verrebbe fuori perché più che una caratteristica di Pennac è un
eccesso. Volontario, s’intende. Abbastanza scatenato. La famiglia Malaussene
è il risultato pratico di quell’eccesso. Ma come capita a ogni creatore, è
lui il primo a mostrare insofferenza verso le proprie creature. Sia chiaro:
Pennac è affezionato al suo capro espiatorio e alla sua banda, ma da un certo
punto in poi ha cominciato a cercare una via d’uscita. Prima provando a
mettere a frutto la sua specialità di lettore (Come un romanzo), poi
tastando un’altra via narrativa (Signori bambini), cercando di
concludere la saga (Ultime notizie dalla famiglia) e aprendosi una
stramba strada fumettistica (Gli esuberati). Si sa come sono i lettori
affezionati: ti seguono, ma storcono il naso. Sentono quell’esigenza come
insofferenza, sentono scalpitare. Spesso hanno pure ragione.
Ora Pennac se ne viene fuori con quest’altro libro: Ecco la storia. E stavolta riesce a infilare la strada giusta. Se ne va dalla famiglia Malaussene, va bene, ma non se ne va da se stesso e dal se stesso autore della saga Malaussene. La storia è prima di tutto il confronto, quasi la resa dei conti, tra Daniel Pennac e la sua fantasia. E di conseguenza non è una storia, ma un cantiere. Un libro sul processo creativo, mostrato in tutta la sua nudità. E ha ancora un altro valore: è ambientato nel Brasile che Pennac ha conosciuto in un tempo in cui probabilmente fantasticava di voler diventare uno scrittore e così oggi, quando questo sogno allora chissà quanto lontano ha preso una forma solida e definitiva, è agli atti della sua vita, ecco che lo scrittore va a pescare nel punto iniziale la formazione della sua fantasia. La scatena di nuovo, ma la mette a confronto con la realtà povera da dove scaturisce, con il se stesso reale (e altrettanto povero) di quei tempi. E così Ecco la storia è una sorta di mappa della mente creativa di Daniel Pennac, che senza alcun pudore prende tutte le misure dell’evoluzione di quel processo e le mette in campo. Contraddicendo e allo stesso tempo cavalcando la frase di Thomas Mann che dice: "È certamente un bene che il mondo conosca soltanto la bella opera e non le sue origini, non le condizioni e le circostanze del suo sviluppo; giacché la conoscenza delle fonti onde scaturisce l’ispirazione dell’artista potrebbe turbare, spaventare, e così annullare gli effetti della perfezione."
Pennac si scaglia contro quell’idea e scrive un libro con l’intenzione che si potrebbe dire "suicida" di mettere in mostra il cantiere, senza rinunciare a raccontare una storia, senza rinunciare all’eccesso di fantasia (che è sempre apparso - paradossalmente - il suo limite). Anzi, alzando la posta. La storia è quella di un dittatore agorafobico (splendida idea, no?) di Teresina, "l’interno dell’interno del Brasile", che trova un sosia e se ne va a vivere in Europa. Il sosia trova a sua volta un altro sosia e scappa in America travestito da Charlie Chaplin e lì scopre di assomigliare non solo al dittatore agorafobico ma anche a Rodolfo Valentino e poi davvero incontra Chaplin e Valentino (e qui l’eccesso si concretizza...)
Insieme a tutto ciò, Pennac racconta di se stesso in Brasile alla fine degli anni Settanta, di un atterraggio d’emergenza in questo luogo sconosciuto che si chiama Teresina, di alcuni personaggi incontrati e di alcuni luoghi memorizzati che si sono prestati a essere impastati con il lievito di birra del processo creativo di un popolarissimo autore francese che non sapeva ancora che sarebbe stato tale... e più volte, dopo aver raccontato capitoli della storia inventata che non è del tutto inventata, Pennac devia con un "in realtà" che mette in mostra la primitiva storia vera, poi non del tutto vera, e sulla pagina cadono i suoi amici, i suoi amori, i suoi traduttori fedeli. Cade un bel po’ di roba. E stavolta alla fantasia vengono prese le misure, come un bel vestito pieno di spilli, fili di cotone e segni di gessetto lasciati dal sarto. Stavolta, per intenderci, Pennac non ha nessun capro espiatorio se non se stesso.
Ora Pennac se ne viene fuori con quest’altro libro: Ecco la storia. E stavolta riesce a infilare la strada giusta. Se ne va dalla famiglia Malaussene, va bene, ma non se ne va da se stesso e dal se stesso autore della saga Malaussene. La storia è prima di tutto il confronto, quasi la resa dei conti, tra Daniel Pennac e la sua fantasia. E di conseguenza non è una storia, ma un cantiere. Un libro sul processo creativo, mostrato in tutta la sua nudità. E ha ancora un altro valore: è ambientato nel Brasile che Pennac ha conosciuto in un tempo in cui probabilmente fantasticava di voler diventare uno scrittore e così oggi, quando questo sogno allora chissà quanto lontano ha preso una forma solida e definitiva, è agli atti della sua vita, ecco che lo scrittore va a pescare nel punto iniziale la formazione della sua fantasia. La scatena di nuovo, ma la mette a confronto con la realtà povera da dove scaturisce, con il se stesso reale (e altrettanto povero) di quei tempi. E così Ecco la storia è una sorta di mappa della mente creativa di Daniel Pennac, che senza alcun pudore prende tutte le misure dell’evoluzione di quel processo e le mette in campo. Contraddicendo e allo stesso tempo cavalcando la frase di Thomas Mann che dice: "È certamente un bene che il mondo conosca soltanto la bella opera e non le sue origini, non le condizioni e le circostanze del suo sviluppo; giacché la conoscenza delle fonti onde scaturisce l’ispirazione dell’artista potrebbe turbare, spaventare, e così annullare gli effetti della perfezione."
Pennac si scaglia contro quell’idea e scrive un libro con l’intenzione che si potrebbe dire "suicida" di mettere in mostra il cantiere, senza rinunciare a raccontare una storia, senza rinunciare all’eccesso di fantasia (che è sempre apparso - paradossalmente - il suo limite). Anzi, alzando la posta. La storia è quella di un dittatore agorafobico (splendida idea, no?) di Teresina, "l’interno dell’interno del Brasile", che trova un sosia e se ne va a vivere in Europa. Il sosia trova a sua volta un altro sosia e scappa in America travestito da Charlie Chaplin e lì scopre di assomigliare non solo al dittatore agorafobico ma anche a Rodolfo Valentino e poi davvero incontra Chaplin e Valentino (e qui l’eccesso si concretizza...)
Insieme a tutto ciò, Pennac racconta di se stesso in Brasile alla fine degli anni Settanta, di un atterraggio d’emergenza in questo luogo sconosciuto che si chiama Teresina, di alcuni personaggi incontrati e di alcuni luoghi memorizzati che si sono prestati a essere impastati con il lievito di birra del processo creativo di un popolarissimo autore francese che non sapeva ancora che sarebbe stato tale... e più volte, dopo aver raccontato capitoli della storia inventata che non è del tutto inventata, Pennac devia con un "in realtà" che mette in mostra la primitiva storia vera, poi non del tutto vera, e sulla pagina cadono i suoi amici, i suoi amori, i suoi traduttori fedeli. Cade un bel po’ di roba. E stavolta alla fantasia vengono prese le misure, come un bel vestito pieno di spilli, fili di cotone e segni di gessetto lasciati dal sarto. Stavolta, per intenderci, Pennac non ha nessun capro espiatorio se non se stesso.
Ecco la storia di Daniel Pennac
Il romanzo parte, non casualmente, al condizionale: "Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico" che, volendo andare a vivere tranquillamente in Europa e sfuggire all'orribile destino predettogli da una maga, sceglie un sosia, che a sua volta sceglie un sosia, che a sua volta sceglie un sosia… I…