Gianni Riotta: Lo scoop migliore è sempre la verità

17 Gennaio 2005
"Chi elegge i giornalisti?" è, nel mondo anglosassone, il grido di guerra di quanti detestano quotidiani e tv. Il conservatore Rush Limbaugh aizza ogni giorno dalle radio milioni di ascoltatori, dipingendo la stampa come un circolo di smidollati nababbi antipatriottici. Da sinistra, i saggisti Eric Alterman e Michael Massing scagliano l’accusa contrapposta: l’informazione è sì faziosa, ma perché controllata da magnati occhiuti, capaci di trasformare cronisti in robot. Come se non bastassero le critiche politiche, declinano tirature e audience, i giovani si saziano di "blog", le rassegne su Internet, e la pressione per sopravvivere in un mercato ostico scatena scandali e corruzione. L’identità perduta della press, già modello invidiato dall’opinione pubblica critica in ogni democrazia, è costata dimissioni ai vertici, dai fogli popolari al direttore del regale ‟New York Times”. I dirigenti della storica rete Bbc, l’antenna che l’Europa occupata da Hitler ascoltava come segnale di libertà, sono stati costretti a lasciare la carica, coinvolti nella forsennata campagna contro il premier inglese Tony Blair. Ora tocca alla Cbs, che con Edward Murrow e Walter Cronkite ha creato il giornalismo contemporaneo, conoscere l’umiliazione dei licenziamenti e degli addii forzati, dopo lo scoop maldestro sul servizio militare del presidente Bush. Due commissari indipendenti, nominati per verificare le goffe rivelazioni, parlano di omissioni, forzature, sciatteria, mancanza di controlli professionali. L’autocritica dei colleghi inglesi e americani è salutare e rappresenta il solo antidoto alla crisi di credibilità di un’informazione che i computer hanno reso ubiqua, ma che non sa rappresentare il mondo con equanimità. Non c’è strumento di marketing, non c’è gadget pubblicitario, non c’è suadente confezione del prodotto che sostituisca la fiducia dei cittadini. Il desiderio, pur legittimo, di superare la concorrenza, l’ansia, meritoria, di esporre le malefatte dei politici, il cruccio, comprensibile, di conquistare fette di mercato, da virtù cardinali si trasformano in mortali peccati, se privati della ricerca della verità: chiunque essa favorisca. La cura dei dettagli, la precisione della cronaca, il rispetto di ogni parte in causa e delle sue ragioni, il racconto chiaro, certosino, umile, irriducibile, della realtà, non languono nella bisaccia di cronisti arcaici, dispersi dall’aggressiva stagione telematica. Sono il viatico di chi comprende, come i media anglosassoni sembrano sforzarsi ora di comprendere, che se l’informazione si fa esasperata, violenta, rauca, tradisce i lettori e se stessa. "La verità è la migliore propaganda" amava ripetere il geniale fotografo di guerra Robert Capa. Per un Paese come l’Italia, dove la libertà di stampa è bene recente e l’indipendenza da lobbies politiche ed economiche ancora precaria, la lezione va studiata con cura. Non c’è anticipazione, non c’è pezzo brillante che sostituirà valori e ideali, la passione di condividere opinioni e notizie con i lettori: sono loro, siete voi, ogni giorno, ad "eleggerci". E senza questo scambio, non c’è democrazia. Se i giovani voltano le spalle ai media classici, non date la colpa alla brillantezza dei monitor colorati. È il nichilismo di chi usa l’informazione non per affrontare i fatti ma per distribuire calunnie interessate a minare il nostro lavoro e il nostro business. Lo diceva bene, inventando il moderno reportage dai tetti di Londra sotto le bombe del Blitz, quel Murrow che oggi vede i suoi eredi Cbs alla prova della crisi più nefasta: "Ragazzi, alla lunga il migliore è chi racconta quel che accade con precisione, calore, equanimità".
Gianni Riotta: Lo scoop migliore è sempre la verità