Maurizio Caprara: L’Onu. Il Sudan non fa genocidio in Darfur

07 Febbraio 2005
Settantamila persone morte, una parte di stenti e una parte uccise. Alcune di queste, secondo il racconto di vari profughi, ammazzate così: dalle milizie arabe janjaweed, a cavallo o in groppa a un cammello, che irrompono nei villaggi appena bombardati dall’aviazione sudanese per massacrare i superstiti maschi e, già che ci sono, per rapire le sopravvissute. Un milione e 800 mila esseri umani costretti a fuggire dalle proprie terre. Da due anni, questo è il Darfur. Ma secondo una commissione istituita dalle Nazioni Unite, tutti gli orrori compiuti dal 2003 non significano che il governo del Sudan sia colpevole di genocidio. Che qualcuno stia cercando di eliminare un popolo, i "saggi" del comitato non lo escludono. Ma vorrebbero che fosse un’autorità giudiziaria ad accertare se ad essere colpevoli di un crimine simile sono singoli appartenenti alle forze armate o singoli uomini di potere. Preferibilmente, se ne dovrebbe occupare la Corte penale internazionale. Che quello in atto nel Darfur, regione occidentale del Sudan, fosse un genocidio lo aveva sostenuto Colin Powell da segretario di Stato. Ne sono convinti il Congresso degli Stati Uniti e tante organizzazioni umanitarie. Ma in 178 pagine che sono state consegnate giovedì al segretario generale dell’Onu, e con un’accelerazione sui tempi previsti girate da Kofi Annan ai membri del Consiglio di sicurezza, i cinque esperti del comitato danno un giudizio più articolato. Per preparare una risposta, il governo del Sudan avrebbe voluto più delle 72 ore dategli da Annan. Non riuscendoci, ha gettato per primo nei circuiti dell’informazione mondiale la propria interpretazione del rapporto. "Ne abbiamo una copia e non dice che c’è un genocidio", ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri sudanese Mustafa Osman Ismail. I cinque componenti del comitato sono il giurista italiano Antonio Cassese, che lo ha presieduto, più un egiziano, una pakistana, un sudafricano e una ghanese. Sulla base di quello che il ‟Corriere” ha appreso da fonti vicine all’Onu, il prodotto delle loro valutazioni è un rapporto al quale è allegato un dossier segreto con i nomi dei principali colpevoli dei massacri. Il secondo è il fascicolo che almeno alcuni dei cinque spererebbero di trasmettere alla procura della Corte penale internazionale. Quello che il comitato non ha ravvisato è una politica del governo di Khartum che avesse l’obiettivo di far scomparire dalla faccia della terra la popolazione del Darfur. Il che non vuol dire negare l’esistenza di massacri e persecuzioni. Sarebbe impossibile. Significa tener conto della tesi sudanese in base alla quale le brutalità dei janjaweed sono una reazione ad azioni di ribelli. In attesa dei lumi che arriveranno presto con la pubblicazione dal rapporto, è bene aver presente alcuni elementi. Per quanto sia in gran parte deserto, il Darfur è al centro di interessi che pesano. Se i massacri venissero definiti genocidio, l’Onu sarebbe tenuta a intervenire per bloccarli. Quando si è parlato di possibili sanzioni, la Cina si è opposta perché con il Sudan fa affari sul petrolio. La Russia perché a Khartum vende armi. Gli Stati Uniti, che pure adotterebbero una linea più dura, non riconoscono la Corte penale internazionale, alla quale, invece, Canada, Australia e Nuova Zelanda affiderebbero il caso. Dice Annan: "Si commettono serie violazioni della legge internazionale, rozze violazioni dei diritti umani... Andranno presi provvedimenti". I ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno condannato "nel modo più fermo" i bombardamenti governativi dei giorni scorsi in Darfur che hanno ammazzato un centinaio di persone. In questa cornice conoscerà una nuova fase il dibattito sul genocidio. Stando alle convenzioni internazionali, sussiste quando c’è "l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale e o religioso". Secondo Richard Dicker, di Human Rights Watch, "se un’uccisione di massa è motivata dall’intenzione di sopprimere un’insurrezione armata, anche se essa è condotta da un gruppo etnico, quegli atti sono crimini, ma non il crimine di genocidio". La tesi circolerà spesso, nei prossimi giorni. Benché le vittime dei janjaweed conoscano più le lame dei coltelli che le sottigliezza di alcune disquisizioni.

Maurizio Caprara

Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …