Una domenica in piscina a Kigali

16 Febbraio 2005
Aprile 1994. In Ruanda sta per cominciare l’orrendo massacro dei tutsi a opera degli hutu. Una variegata società si intrattiene ai bordi di un bellissimo albergo, facendo finta che non succeda niente e che comunque quel ‟niente” sia sotto controllo.
Valcourt, giornalista canadese approda in Ruanda dopo aver già visto gli orrori del Vietnam e del Nicaragua e, lo intuiamo per qualche allusione, dopo il tragico naufragio di un legame affettivo. Blindato di cinismo, o almeno di indifferenza, capitato ‟in culo al mondo” come in un consapevole desiderio di annientamento, Valcourt soggiorna nel grande albergo di Kigali. Lo incontriamo la prima volta sul bordo della piscina, che scribacchia sbirciando i cooperanti flaccidi e i parà brufolosi che abbordano malamente, rozzamente le cameriere ruandesi o le prostitute che stazionano in permanenza in quel covo di occidentali. Il suo è lo sguardo di un uomo che non sta da nessuna parte, totalmente nudo. Che forse sta solo dalla parte dell’umano. Per questo così prezioso sarà il suo sguardo sugli eventi, distaccato e partecipe insieme, lontano dagli schematismi e dalle astrazioni con cui nei comodi uffici di Washington ma anche nelle progressiste redazioni dei grandi quotidiani occidentali si guarda e si commenta quello che sta succedendo in Ruanda, come in tante altre parti dell’Africa e del mondo. Deciso a fare un reportage sull’Aids, Valcourt gira gli ospedali dove si ammassano malati per i quali non ci sono medicine, anche grazie ai piani di ‟adeguamento strutturale” imposti dai vari Fmi e Banca mondiale. È così che conosce finalmente la gente del posto, che cerca di avere la meglio sul lutto e sulla morte attraverso l’allegria e la fraternità. Travolto pian piano dal feroce amore per la vita di questo paese in cui ci si dilania a vicenda e in cui si muore come mosche, Valcourt trova proprio in Ruanda qualcosa che assomiglia a una patria. Ancor più quando si innamora di Gentille, giovane e bella cameriera, simbolo assurdo di questo paese perché è una sangue misto, di origine hutu ma di fattezze tutsi. E più si fa forte il legame tra i due, più Valcourt entra nell’anima, nelle vene, nel sangue del Ruanda. Vede amici fatti a pezzi, amiche stuprate da squadroni di miliziani e mutilate a colpi di machete, vede soprattutto le connivenze delle istituzioni, le responsabilità del ceto dirigente e la scandalosa assenza delle organizzazioni internazionali. Valcourt e Gentille, sposati da un amico prete, si rassegnano ad andarsene. E, proprio mentre stanno per partire, sono fermati a un posto di blocco e Gentille viene portata via...

Non sono coraggioso, tutt’altro. Ho paura. Ma non riesco a fare diversamente. Non ho neanche l’impressione di compiere il mio dovere. È più per una specie di riflesso condizionato, per rispetto delle buone maniere, perché così ci si comporta in una società civile. Si chiede scusa quando si urta qualcuno per sbaglio, si dice grazie e arrivederci al negoziante, si apre la porta alle donne, si aiutano i ciechi ad attraversare la strada, si saluta prima di ordinare una birra, ci si alza in metrò per lasciare il posto a una signora anziana, si vota anche se nessun candidato ci piace, e quando si è testimoni di un crimine, si va alla polizia perché indaghi e faccia giustizia. No, cara, non sono coraggioso, cerco solo di camminare diritto, e qui, non è facile.

Una domenica in piscina a Kigali di Gil Courtemanche

Valcourt, giornalista canadese approda in Ruanda dopo aver già visto gli orrori del Vietnam e del Nicaragua e, lo intuiamo per qualche allusione, dopo il tragico naufragio di un legame affettivo. Blindato di cinismo, o almeno di indifferenza, capitato ‟in culo al mondo” come in un consapevole desid…