Enrico Palandri: Lo scrittore italiano? È senza patria
10 Marzo 2005
Il dispatrio, come lo chiama Meneghello, o lo spatrio, come lo chiama Leopardi, è una condizione relativa. A Venezia conosco una signora che abita ai Frari e non va a Piazza San Marco da venticinque anni, mentre credo che lo stesso Gigi Meneghello sarebbe d’accordo con Dionisotti, i Lepschy e i tanti italiani che dal Panizzi ai nostri giorni hanno lavorato nella British Library, nel dire che a Bloomsbury ci si sente a casa. Soprattutto se si è partiti lasciando alle spalle un’Italia che ti aveva cacciato con le leggi razziali, o grondante di sangue e vendette per la nostra feroce storia civile, oppure sospesi in inchieste giudiziarie di durata indefinita o semplicemente bloccati nelle possibilità professionali che offre ai giovani laureati (è quest’ultima la categoria più alta degli immigrati italiani a Londra in questi anni).
Josef Brodsky racconta di aver sentito la nostalgia passare per sempre un giorno, mentre rimetteva un libro su uno scaffale nella sua casa a New York.
Se si pensa al mondo antico, al Medioevo, al nostro Rinascimento, o all’Illuminismo, si potrebbe pensare che è proprio nell’epoca racchiusa tra Leopardi e Meneghello che si dà dispatrio, che in fondo prima dei romantici questa unità di lingua, cultura e geografia cui facciamo risalire l’idea di identità nazionale era incomprensibile e che forse domani non ci riguarderà più. Quale idea di spatrio o dispatrio c’è in Da Ponte, Casanova o Goldoni? In Shakespeare o persino in Milton? In Rabelais, Rousseau o Voltaire? In Ovidio, o in Marziale? Le peregrinazioni di Ulisse sono in fondo tutto il suo mondo ed è piuttosto Foscolo, imbevuto di ideali nazionalisti, a chiamarlo esilio nel sonetto autobiografico A Zacinto. Un Foscolo che anche a proposito di se stesso, dopo il gran gesto di rifiutare l’Austria, non sa bene una volta arrivato a Londra se considerarsi un esule italiano o greco.
Anche oggi come in ogni epoca ci si sposta dove c’è lavoro, protezione, o dove necessita sottrarsi alla magistratura. La condizione nomade, che nelle scuole confiniamo al paleolitico, resta sempre con noi e basta per ognuno di noi fare un proprio piccolo albero genealogico per rendersene conto. Quindi si potrebbe sostenere che non c’è altro che spatrio e dispatrio e leggere in questa prospettiva la letteratura italiana: dall’esilio di Dante e dal soggiorno avignonese di Petrarca, agli avventurieri settecenteschi per arrivare ad Alfieri, Foscolo e Manzoni. O anche più radicalmente: quanto sono mai state familiari le altre città e regioni italiane ai nostri autori? I viaggi di corte in corte di Tasso, con differenze politiche e religiose che potevano farne un giorno un prediletto e il giorno dopo un pazzo da rinchiudere a S.Anna? O l’atteggiamento di Leopardi con l’affetto per Bologna e le difficoltà a Roma, per non parlare di Napoli, che gli appare sospesa tra civiltà e barbarie?
Gli scrittori e i poeti italiani sono sempre stati scrittori di uno straniamento. Da sempre e per sempre orfani del mondo antico, mai davvero accolti da una identità nazionale moderna, afflitti in uguale misura da campanilismo e esterofilia. Nel dopoguerra l’effetto simultaneo della globalizzazione e della necessità di emanciparci dal privincialismo che caratterizzò il ventennio fascista, hanno prodotto una forma di alienazione dall’italianità permanente. Una sorta di alie/nazione, per scriverlo come si faceva negli anni ’70: da Pavese e Vittorini attraverso il gruppo ’63, la mia generazione e anche i più giovani di noi, siamo tutti cresciuti tra intrecci di letterature. L’assenza del romanzo ottocentesco di formazione ci ha portato a modellare la nostra identità su quella di altre nazioni. Il viaggio dalla provincia alla capitale che costituisce il cardine del romanzo di formazione, dalle Occasioni perdute di Balzac, al Davide Copperfield di Dickens e persino nell’andirivieni tra campagna e Pietroburgo o Mosca dei personaggi di Anna Karenina o Guerra e pace, per noi non esiste. Qual’era il nostro centro? Nievo nel suo capolavoro si muove nel Lombardo Veneto mentre il viaggio di Renzo Tramaglino a Milano è un disastro in cui riesce solo a mettersi nei guai con la polizia. Milano, Torino, Palermo, Napoli o Venezia non sono mai davvero le provincie di Roma, restano al contrario al centro di un loro mondo con un conseguente polimorfismo del carattere nazionale.
Sono stati avvertiti come centri piuttosto Parigi, Londra o New York. Negli ultimi vent’anni anni hanno anzi iniziato a diffondersi nel romanzo italiano nuove ambientazioni, dapprima timidamente con i primi libri di De Carlo, Tondelli e Del Giudice e poi in modo sempre più insistito, facendo dell’Europa e del mondo il nostro contesto anche in letteratura.
In Italia esistono oggi almeno quattro gruppi che costituiscono altrettante prospettive su questo aspetto: 1) decine di scrittori non italiani che hanno scelto di scrivere in italiano, 2) scrittori molto noti (Muriel Spark o Dona Leon) e chissà quanti altri anonimi che passano qui anni di formazione che scrivono in altre lingue e 3) numerosi scrittori italiani che hanno vissuto o vivono fuori dall’Italia scrivendo in italiano. A questi si aggiungono oggi 4) scrittori come De Robilant o Orizio, che scelgono di pubblicare prima negli Stati Uniti, tradotti in inglese, e poi in Italia.
Forse è proprio questo che condividiamo davvero con gli altri europei, l’erosione dell’identità nazionale, la deriva romantica. Il lungo arco di tempo che dal primo ottocento al fascismo ha avuto nell’autodefinizione del tipo nazionale il proprio cardine principale è finito, ci è per certi aspetti più distante del ’700, a noi più simile se non altro perché non tentava di identificare lingua e cultura.
Cos’è dunque il dispatrio? In un certo senso si diventa italiani andandosene, l’identità culturale d’origine emerge nel contrasto con l’ambiente che si ha attorno. Dal pentolone in cui ribollono tutte le influenze ci si identifica con quella romantica e nazionale quando si è altrove linguisticamente, culturalmente e geograficamente. Paradossalmente, proprio diventando italiani si smette di esserlo, perché negoziando quotidianamente parti di sè con la società di adozione, si finisce con il dismettere gli abiti della propria educazione assumendo tratti del mondo in cui si vive. L’Italia diviene così un luogo ideale. La nostalgia e la lotta contro la propria nostalgia. Il rimpianto e il rancore. Una alternativa al presente. Il caso appunto di Luigi Meneghello.
Simmetricamente, svanita l’autopercezione della tradizione nazionale, così insufficiente ormai rispetto a ciò in cui siamo immersi, diviene indispensabile vederci attraverso gli occhi degli altri. Siamo Southern Europeans, come dicono gli americani? O occidentali, come devono avvertirci le popolazioni che vengono a vivere tra noi dall’Europa dell’Est? Dove e cosa siamo per loro? L’unità politica europea, al cui interno si spostano e spesso si stabiliscono moltitudini diverse non ha confini culturalmente certi. Il nord-est ha sviluppato nell’ultimo decennio formidabili legami con l’Europa orientale e settentrionale (in Romania gli imprenditori veneti hanno aperto negli ultimi dieci anni oltre 2.000 fabbriche). Di quale territorio geografico stiamo dunque parlando?
Non è naturalmente un processo solo italiano. L’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Germania hanno di fronte le stesse trasformazioni. Imparando una lingua e un modo di essere impariamo anche a sentirci a casa in questi diversi paesi, e diversi a casa nostra. In fondo non è importante arrivare a una unica idea di identità culturale ma piuttosto cogliere un’occasione meravigliosa, per la letteratura e per la nostra vita, di iniziare a considerare le persone non più italiane, francesi o moldave, ma tutte composte di tratti negoziabili, che si possono apprendere come le lingue, assumere e dismettere, e quindi mai più vittime di pregiudizi razziali o culturali, tutte in qualche modo straniere e quindi in fondo mai più straniere?
Josef Brodsky racconta di aver sentito la nostalgia passare per sempre un giorno, mentre rimetteva un libro su uno scaffale nella sua casa a New York.
Se si pensa al mondo antico, al Medioevo, al nostro Rinascimento, o all’Illuminismo, si potrebbe pensare che è proprio nell’epoca racchiusa tra Leopardi e Meneghello che si dà dispatrio, che in fondo prima dei romantici questa unità di lingua, cultura e geografia cui facciamo risalire l’idea di identità nazionale era incomprensibile e che forse domani non ci riguarderà più. Quale idea di spatrio o dispatrio c’è in Da Ponte, Casanova o Goldoni? In Shakespeare o persino in Milton? In Rabelais, Rousseau o Voltaire? In Ovidio, o in Marziale? Le peregrinazioni di Ulisse sono in fondo tutto il suo mondo ed è piuttosto Foscolo, imbevuto di ideali nazionalisti, a chiamarlo esilio nel sonetto autobiografico A Zacinto. Un Foscolo che anche a proposito di se stesso, dopo il gran gesto di rifiutare l’Austria, non sa bene una volta arrivato a Londra se considerarsi un esule italiano o greco.
Anche oggi come in ogni epoca ci si sposta dove c’è lavoro, protezione, o dove necessita sottrarsi alla magistratura. La condizione nomade, che nelle scuole confiniamo al paleolitico, resta sempre con noi e basta per ognuno di noi fare un proprio piccolo albero genealogico per rendersene conto. Quindi si potrebbe sostenere che non c’è altro che spatrio e dispatrio e leggere in questa prospettiva la letteratura italiana: dall’esilio di Dante e dal soggiorno avignonese di Petrarca, agli avventurieri settecenteschi per arrivare ad Alfieri, Foscolo e Manzoni. O anche più radicalmente: quanto sono mai state familiari le altre città e regioni italiane ai nostri autori? I viaggi di corte in corte di Tasso, con differenze politiche e religiose che potevano farne un giorno un prediletto e il giorno dopo un pazzo da rinchiudere a S.Anna? O l’atteggiamento di Leopardi con l’affetto per Bologna e le difficoltà a Roma, per non parlare di Napoli, che gli appare sospesa tra civiltà e barbarie?
Gli scrittori e i poeti italiani sono sempre stati scrittori di uno straniamento. Da sempre e per sempre orfani del mondo antico, mai davvero accolti da una identità nazionale moderna, afflitti in uguale misura da campanilismo e esterofilia. Nel dopoguerra l’effetto simultaneo della globalizzazione e della necessità di emanciparci dal privincialismo che caratterizzò il ventennio fascista, hanno prodotto una forma di alienazione dall’italianità permanente. Una sorta di alie/nazione, per scriverlo come si faceva negli anni ’70: da Pavese e Vittorini attraverso il gruppo ’63, la mia generazione e anche i più giovani di noi, siamo tutti cresciuti tra intrecci di letterature. L’assenza del romanzo ottocentesco di formazione ci ha portato a modellare la nostra identità su quella di altre nazioni. Il viaggio dalla provincia alla capitale che costituisce il cardine del romanzo di formazione, dalle Occasioni perdute di Balzac, al Davide Copperfield di Dickens e persino nell’andirivieni tra campagna e Pietroburgo o Mosca dei personaggi di Anna Karenina o Guerra e pace, per noi non esiste. Qual’era il nostro centro? Nievo nel suo capolavoro si muove nel Lombardo Veneto mentre il viaggio di Renzo Tramaglino a Milano è un disastro in cui riesce solo a mettersi nei guai con la polizia. Milano, Torino, Palermo, Napoli o Venezia non sono mai davvero le provincie di Roma, restano al contrario al centro di un loro mondo con un conseguente polimorfismo del carattere nazionale.
Sono stati avvertiti come centri piuttosto Parigi, Londra o New York. Negli ultimi vent’anni anni hanno anzi iniziato a diffondersi nel romanzo italiano nuove ambientazioni, dapprima timidamente con i primi libri di De Carlo, Tondelli e Del Giudice e poi in modo sempre più insistito, facendo dell’Europa e del mondo il nostro contesto anche in letteratura.
In Italia esistono oggi almeno quattro gruppi che costituiscono altrettante prospettive su questo aspetto: 1) decine di scrittori non italiani che hanno scelto di scrivere in italiano, 2) scrittori molto noti (Muriel Spark o Dona Leon) e chissà quanti altri anonimi che passano qui anni di formazione che scrivono in altre lingue e 3) numerosi scrittori italiani che hanno vissuto o vivono fuori dall’Italia scrivendo in italiano. A questi si aggiungono oggi 4) scrittori come De Robilant o Orizio, che scelgono di pubblicare prima negli Stati Uniti, tradotti in inglese, e poi in Italia.
Forse è proprio questo che condividiamo davvero con gli altri europei, l’erosione dell’identità nazionale, la deriva romantica. Il lungo arco di tempo che dal primo ottocento al fascismo ha avuto nell’autodefinizione del tipo nazionale il proprio cardine principale è finito, ci è per certi aspetti più distante del ’700, a noi più simile se non altro perché non tentava di identificare lingua e cultura.
Cos’è dunque il dispatrio? In un certo senso si diventa italiani andandosene, l’identità culturale d’origine emerge nel contrasto con l’ambiente che si ha attorno. Dal pentolone in cui ribollono tutte le influenze ci si identifica con quella romantica e nazionale quando si è altrove linguisticamente, culturalmente e geograficamente. Paradossalmente, proprio diventando italiani si smette di esserlo, perché negoziando quotidianamente parti di sè con la società di adozione, si finisce con il dismettere gli abiti della propria educazione assumendo tratti del mondo in cui si vive. L’Italia diviene così un luogo ideale. La nostalgia e la lotta contro la propria nostalgia. Il rimpianto e il rancore. Una alternativa al presente. Il caso appunto di Luigi Meneghello.
Simmetricamente, svanita l’autopercezione della tradizione nazionale, così insufficiente ormai rispetto a ciò in cui siamo immersi, diviene indispensabile vederci attraverso gli occhi degli altri. Siamo Southern Europeans, come dicono gli americani? O occidentali, come devono avvertirci le popolazioni che vengono a vivere tra noi dall’Europa dell’Est? Dove e cosa siamo per loro? L’unità politica europea, al cui interno si spostano e spesso si stabiliscono moltitudini diverse non ha confini culturalmente certi. Il nord-est ha sviluppato nell’ultimo decennio formidabili legami con l’Europa orientale e settentrionale (in Romania gli imprenditori veneti hanno aperto negli ultimi dieci anni oltre 2.000 fabbriche). Di quale territorio geografico stiamo dunque parlando?
Non è naturalmente un processo solo italiano. L’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Germania hanno di fronte le stesse trasformazioni. Imparando una lingua e un modo di essere impariamo anche a sentirci a casa in questi diversi paesi, e diversi a casa nostra. In fondo non è importante arrivare a una unica idea di identità culturale ma piuttosto cogliere un’occasione meravigliosa, per la letteratura e per la nostra vita, di iniziare a considerare le persone non più italiane, francesi o moldave, ma tutte composte di tratti negoziabili, che si possono apprendere come le lingue, assumere e dismettere, e quindi mai più vittime di pregiudizi razziali o culturali, tutte in qualche modo straniere e quindi in fondo mai più straniere?
Enrico Palandri
Nato a Venezia nel 1956, è cresciuto a Roma (fino al 1970) a Trento (fino al 1974) a Venezia (1975) seguendo gli spostamenti del padre, ufficiale di carriera della Guardia …