Giulio Marcon: Cooperazione allo sviluppo. L'Italia all'ultimo posto
13 Aprile 2005
La cooperazione allo sviluppo dell'Italia è morta. O quasi. I dati Ocse (riferiti al 2004) di ieri ci dicono che l'Italia è scesa dal penultimo all'ultimo posto nella graduatoria dei paesi industrializzati per le risorse destinate all'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps). Siamo passati dallo 0,17% allo 0,15% del Pil, scavalcando in questa particolare classifica dei "peggiori" anche gli Stati Uniti. Tutti gli impegni presi nelle diverse sedi internazionali (Obiettivi del Millennio dell'Onu, fondo globale contro l'Aids, ecc.) e anche le mirabolanti promesse del Signor Bonaventura/Berlusconi di destinare l'1% del Pil ai paesi in via di sviluppo sono state profondamente disattese.
Nel frattempo vengono stanziati più soldi per le spese militari (+10% negli ultimi tre anni), per le politiche repressive contro gli immigrati, per sostenere l'export delle imprese italiane.
L'Italia ha speso per la missione militare in Iraq il doppio di quanto si spende ogni anno per la cooperazione allo sviluppo.
Per sostenere l'impegno umanitario in occasione dello Tsunami il governo non ha esitato ad accaparrarsi - tramite la Protezione civile - i soldi delle donazioni provate degli Sms per poi distribuirli a vari soggetti pubblici e privati. Alla Farnesina l'inazione e l'impotenza regnano sovrane e il mondo delle Ong sta entrando in una profonda crisi, non solo economica, ma anche di identità e di prospettive. La reazione a questo sfascio è ancora timida e debolissima, tutti troppo impegnati a gestire progetti e trovare risorse. Il tempo che rimane per protestare e manifestare è poco. Per salvare la cooperazione allo sviluppo - le cui esequie sono imminenti - non servono solo soldi, più efficienza, più serietà, ma anche scelte alternative a quelle attuali, separando la cooperazione e l'aiuto umanitario dalla geopolitica estera, dagli interventi militari, dalle imprese. I diritti umani, la pace e la coerenza delle altre politiche (commerciali, economiche, finanziarie, ecc.) devono tornare al centro della cooperazione allo sviluppo. È quello che il centro-sinistra avrebbe dovuto fare prima del 2001 e che speriamo che dal 2006 comincino a mettere in pratica.
Nel frattempo vengono stanziati più soldi per le spese militari (+10% negli ultimi tre anni), per le politiche repressive contro gli immigrati, per sostenere l'export delle imprese italiane.
L'Italia ha speso per la missione militare in Iraq il doppio di quanto si spende ogni anno per la cooperazione allo sviluppo.
Per sostenere l'impegno umanitario in occasione dello Tsunami il governo non ha esitato ad accaparrarsi - tramite la Protezione civile - i soldi delle donazioni provate degli Sms per poi distribuirli a vari soggetti pubblici e privati. Alla Farnesina l'inazione e l'impotenza regnano sovrane e il mondo delle Ong sta entrando in una profonda crisi, non solo economica, ma anche di identità e di prospettive. La reazione a questo sfascio è ancora timida e debolissima, tutti troppo impegnati a gestire progetti e trovare risorse. Il tempo che rimane per protestare e manifestare è poco. Per salvare la cooperazione allo sviluppo - le cui esequie sono imminenti - non servono solo soldi, più efficienza, più serietà, ma anche scelte alternative a quelle attuali, separando la cooperazione e l'aiuto umanitario dalla geopolitica estera, dagli interventi militari, dalle imprese. I diritti umani, la pace e la coerenza delle altre politiche (commerciali, economiche, finanziarie, ecc.) devono tornare al centro della cooperazione allo sviluppo. È quello che il centro-sinistra avrebbe dovuto fare prima del 2001 e che speriamo che dal 2006 comincino a mettere in pratica.
Giulio Marcon
Giulio Marcon è tra i fondatori del Consorzio italiano di solidarietà (Ics), coordinamento di intervento sulla questione balcanica che raggruppa oltre cento organizzazioni. Ha scritto Volontariato italiano (Lunaria 1996) e …