Noi siamo con Prodi. In queste righe dovrò dire noi chi, noi perché. E che cosa è accaduto per motivare questa dichiarazione. Sono trascorsi alcuni giorni difficili. Sono stati i giorni in cui ha avuto luogo, rimbalzando da un telegiornale all’altro, un dibattito in stretto politichese di cui i non addetti ai lavori (tutti gli italiani che vanno a votare) e alcuni che dovrebbero almeno avere più orecchio (parlo di me) hanno capito solo la domanda iniziale (‟Dobbiamo restare uniti nel centrosinistra per battere il centrodestra?”) e la risposta finale (un no secco accolto da prolungati applausi). Ma non hanno capito il senso di quella domanda e di quella risposta. Sto parlando dell’assemblea della Margherita, un partito nuovo, moderno, composto di laici e credenti, di persone impegnate nel cambiamento del Paese, nella netta vittoria su questa destra, nel tentativo di cancellare i gravi danni inflitti agli italiani e al Paese dal governo di Berlusconi.
Dunque - dice e pensa chiunque stia all’opposizione - un punto di riferimento indispensabile nella vita politica del nostro Paese. Se poi qualcuno, come me, ha avuto l’occasione e il modo di vedere da vicino (mentre ero deputato) il lavoro, l’impegno, la qualità morale di molti che ora sono ‟La Margherita”, allora sa bene che l’opposizione di questo Paese non è una aggregazione occasionale di scontenti. È l’accostarsi di affinità profonde che vengono prima di qualunque programma elettorale, che costruiranno insieme quel programma, e lo sosterranno insieme fino a dare, al ‟Paese più malato d’Europa”(definizione dell’”Economist”) una realistica speranza di tornare a vivere e a contare orgogliosi della nostra Storia antifascista, della nostra Costituzione repubblicana, del nostro lavoro, delle conquiste sociali fatte e di quelle che verranno.
È sgradevole e sbagliato giudicare la vita interna di partiti a cui non si appartiene o i lavori di una assemblea a cui non si è partecipato.
Se avessi un diritto per farmi ascoltare dagli amici della Margherita, chiederei loro di spiegarsi. E mi permetterei di dire loro che deve essere accaduto qualcosa di tremendo nella selezione che i telegiornali hanno fatto delle presunte frasi chiave di quella assemblea. Erano frasi appassionate, frasi gridate fra tuoni di applausi, che ai cittadini italiani desiderosi di votare per il centrosinistra devono essere apparse - ci azzardiamo a dire - del tutto incomprensibili. Per esempio: ‟Ho mangiato pane e cicoria per portare questo partito a Prodi”, è la premessa per una conclusione dei lavori che dice un no netto a Romano Prodi. Per esempio è stato proclamato: ‟Niente lista unitaria nelle prossime elezioni” (che sono le elezioni più importanti del dopoguerra italiano). Ma non ci è stato detto quando, come, perché Prodi ha demeritato dei sacrifici fatti per lui, al punto da far sapere irritati ‟Noi ce ne andiamo da soli”. Da soli dove? Da soli, con l’attuale sistema elettorale, non si va da nessuna parte. Lo dimostra anche il dibattito specularmente uguale che sta avvenendo in questo momento nel centrodestra. Ma il centrodestra (che è stato battuto malamente in quasi tutte le ultime elezioni regionali e locali dall’Ulivo e dall’opposizione unita, con la magra consolazione di Catania) invece di iniziare il suo dibattito lavorando su un punto di rottura, lo ha aperto dal lato opposto: come creare - se possibile - un blocco unito, o meglio un partito unico. Certo si tratta di un progetto vago e per ora impossibile. Ma queste due diverse affermazioni hanno un grande riflesso nella comunicazione che producono. La comunicazione del centrosinistra dice: noi cerchiamo di stare insieme. Il messaggio di quella parte importante del centrosinistra che è la Margherita (nonostante le voci coraggiose di coloro che si sono opposti) fa sapere invece: no, meglio divisi.
Non mi arrogherei mai il diritto di recensire l’assemblea della Margherita come se fosse uno spettacolo, annotandone le scene più discutibili. Parlo da cittadino. Da cittadino ho diritto di sapere, bisogno di capire, e devo decidere dove andare.
Diritto di sapere. È bene dire agli amici della Margherita che, forse per colpa del sistema mediatico che premia solo le frasi ad effetto, non è stato possibile capire, da fuori, come si è arrivati a questa drammatica resa dei conti. Dove, quando, Prodi ha detto le parole (che devono pur essere gravi per portare a una reazione così aspra) capaci di giustificare la solenne, non chiara ma pubblica dichiarazione che dice: ognuno per la sua strada.
Bisogno di capire. Questa non è la trama di un romanzo ma il futuro di un Paese. Spiacente di dirlo chiaro ma è inevitabile. Quando parla in politichese De Mita non si capisce, Marini non si capisce. Perfino i commentatori di professione esitano incerti intorno al loro linguaggio politico che è, letteralmente, del secolo scorso. Spero che non sembri troppo irrispettoso verso persone che nei momenti più tesi della storia repubblicana hanno saputo fare (e aiutare a fare) scelte giuste e cruciali. Forse quello che sto dicendo è motivato dalla insufficienza del giornalismo politico che cerca solo i nodi di scontro. Lo dirò più mitemente. Pacchi di giornali e sequenze dei telegiornali non mi hanno aiutato a capire e a spiegare che cosa è successo per rendere De Mita così sgarbato e brutale verso una collega che offriva obiezioni sul tema rovente del referendum, per mostrarci un Marini infuocato non per chiamare tutti all’impegno finale contro la destra, ora che tante elezioni intermedie sono state vinte, ma per chiamare fuori il suo importante partito.
Decidere dove andare. Qui la risposta tocca a Rutelli. Non è una sfida. Al contrario, è una speranza. C’è un mondo, fuori dalla assemblea della Margherita, che vuole legittimamente sapere dove andare, se non si va insieme. Chi, nella coalizione che stava vincendo tutto, è indegno al punto che è meglio scostarsene anche a costo di lasciar perdere la vittoria elettorale ormai quasi certa? Che cosa induce la maggioranza di un partito democratico a dichiarare d’urgenza e drammaticamente di voler prendere le distanze dagli altri partiti democratici - prima di tutto i Ds - con cui ha vinto bene, molto, dovunque, fino a un momento fa?
Come vedete qui non diamo spazio alle voci del centrismo risorto che fa alzare sguardi e pensieri da una parte e dall’altra dei due schieramenti.
Il centrosinistra, meglio, tutta l’opposizione, è fatta di affinità e di fiducia. Ha in mente un mondo che non è la rivoluzione ma il ripristino pieno della legalità e della Costituzione repubblicana in Italia. Sono impegni e affermazioni che abbiamo sentito esprimere, sui banchi della Camera e su quelli del Senato, con la stessa chiarezza, la stessa passione da Deputati e Senatori dei Ds, della Margherita e di tutto lo schieramento che lotta per ritrovare un’Italia pulita e stimata nel mondo.
Vorrei, per una volta, citare Berlusconi senza irriderlo o parlarne male. L’altro giorno, concludendo la sua assemblea del partito unico, ha detto: ‟Troveremo un leader pulito”. Affermazione sacrosanta e urgente per la sua coalizione.
L’opposizione parte con un vantaggio incredibile. Ha già un leader pulito. Si chiama Romano Prodi. Noi - non dico solo il centrosinistra e l’opposizione, ma tutti i cittadini che vogliono tornare ad essere guardati con rispetto in Europa e nel mondo - siamo con Romano Prodi. Volete aiutarci a capire perché voi improvvisamente avete gridato no?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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