Un uomo piccolo piccolo, che fa notizia solo come ministro (ed è ministro solo perché la Lega voleva, con lui e con altri due ministri leghisti, mostrare il suo disprezzo verso l’Italia) ha detto: ‟Adesso dobbiamo tornare alla lira”. Il piccolo uomo, che sarebbe irrilevante persino se avesse detto questa frase a cena, in casa sua, se non avesse i media di tutto uno sfortunato Paese a disposizione, intendeva dire tre cose: la prima è incoraggiare la superstizione che gente come lui cerca di diffondere sugli ‟untori” . Poiché le cose non vanno bene, e Maroni (l’uomo piccolo piccolo di cui stiamo parlando) è uno che governa, bisogna trovare un colpevole che non sia l’irresponsabilità del governare male.
Dunque cerchiamo di diffondere l’idea che è tutta colpa dell’Europa. Ovvero di avere (noi, l’Italia delle gigantesche e rovinose inflazioni del passato) la stessa moneta di Francia, Germania, Spagna e di altri 8 Paesi europei.
La seconda è un insulto al presidente della Repubblica. La Lega ci prova in tutti i modi. A Ciampi, che aveva solennemente dichiarato il grande senso storico della giornata del 2 giugno, nascita della Repubblica, un altro ministro, Calderoli, aveva tranquillamente risposto che, per lui, quello è un giorno di lutto. Non è mai così grave come l’invito a gettare il tricolore nel cesso (Bossi, Venezia, festa del dio Po, poco prima di diventare anche lui ministro della Repubblica). Ma a offendere Ciampi deve aver pensato anche il piccolo ministro Maroni (qui parliamo di statura politica) quando ha invocato il ritorno alla lira. Il presidente della Repubblica aveva appena spiegato e dimostrato in tre diverse occasioni quale disastro avrebbe sconvolto l’Italia se fosse stata investita da questa crisi senza la difesa della moneta unica. Debito e inflazione sarebbero schizzati alle stelle. La lira sarebbe senza valore.
E ieri a offendere il Capo dello Stato ha provveduto di nuovo il ministro leghista Calderoli dicendo - pensate - che Ciampi è uno sconfitto insieme all’Euro e all’Europa.
La terza intenzione era di dare una mano agli altri modesti ma loquaci personaggi anti-Europa del suo partito, di Forza Italia e, alla fine, dello stesso Berlusconi nel loro intenso e continuo lavoro di screditamento dell’Unione Europea. Uno Stato immerso nella illegalità e nell’invito continuo ad altra illegalità, con un primo ministro che viene festeggiato ogni volta che riesce a districarsi per miracolo da sentenze che condannano pesantemente, per gravi reati, i suoi migliori amici, che esibisce conti falsi e li conferma, mentre tutti gli esperti, in casa e fuori, gli fanno notare che sono falsi, non può gradire la sorveglianza europea. Tutto ciò per dire che l’Italia di Berlusconi, di Bossi, di Tremonti, e - ora - di Siniscalco (che, come afferma il consigliere economico di Berlusconi Renato Brunetta, non è un ministro tecnico ma è, a tutti gli effetti, un protagonista politico di questa Italia) ha dato costantemente una mano nella lotta contro l’Europa, una specie di corpo a corpo per allontanare la sola garanzia di correttezza e di legalità (non è esagerato dire: anche di libertà personale e politica, tutti abbiamo il passaporto europeo) che ha posto un limite alle intenzioni di governo di Berlusconi e dei suoi associati. Lo dimostra ciò che è accaduto in questi anni alla Rai. Il progetto è stato di allargare la libertà degli ‟yes man” e di restringere, fino all’espulsione dalla vita pubblica, quella dei portatori di dissenso.
Vi domanderete che rapporto ci può essere fra ometti come Maroni e il gigantesco rifiuto popolare della Francia e dell’Olanda che, dicendo no alla Costituzione, hanno malamente ferito l’Unione Europea e gettato massi sulla strada del suo futuro. In comune c’è il populismo, quella venatura malata della vita politica, che si espande quando si fa più debole la forza, la guida, e persino la parola di chi avrebbe responsabilità di governo, e compito di orientamento culturale. L’Italia, certo, si distingue per essere il solo Paese in cui il governo è complice dell’attacco all’Europa. Ma quell’attacco ormai si allarga in tutto il continente, e il pericolo è vero, è grande e si vede.
La caratteristica di questo male è che esso si verifica come una violenta onda trasversale che viene da destra e da sinistra. Rappresenta proteste e avversioni opposte. Pensate al razzismo di impronta nazista di Le Pen e il no dell’Olanda preoccupata di mantenere le sue leggi immensamente permissive.
Eppure, con tutto il rispetto per le ragioni di sinistra (che si oppongono a certi aspetti della Carta costituzionale, non alla esistenza dell’Unione Europea) a noi sembra che ci sia un fondo sommerso che minaccia di prevalere.
È un fondo fangoso nel quale vi sono due componenti antiche e rischiose che prima o poi chiedono scontro e sangue: una rivendicazione nazionalista di solitudine (noi, da soli, pensiamo molto meglio a noi stessi), e la paura atavica dello straniero.
Temo che sia inutile dire, con fermezza legittima da parte di chi, da sinistra, ha votato contro la Carta europea, che l’intenzione era opposta. Le due radici fangose di cui ho appena parlato, si sono comunque rafforzate.
Le ragioni della sinistra, per quanto legittime e dirette a questo o quel punto della Carta europea, appaiono ora più deboli.
Come negare che, senza Europa, la destra è molto più forte nel mondo? Come negare che, invece, il rafforzarsi della Unione Europea - pur con tutti i suoi problemi e la sua vera o presunta anima liberista - pone limiti invalicabili non solo alle vecchie destre fascisteggianti, ma anche agli Haider, ai Bossi, ai piccoli ma dannosi Maroni e Calderoli e Castelli del Continente?
Il lavoro di dare vita a una Costituzione europea è stato, purtroppo, affrettato e addirittura troncato per poter realizzare l’unica cosa cara al governo Berlusconi: una grande cerimonia con lui protagonista, una specie di ponte di Messina virtuale costruito per la sua gloria senza badare alle gravi difficoltà e alla inadeguatezza dei tempi e del lavoro preparatorio. Invano molti hanno ricordato i decenni di discussione che hanno preceduto la stesura definitiva della Costituzione americana.
E invano è stato detto che quella Costituzione, la più antica del mondo democratico, dura ancora perché l’attenzione è stata concentrata, utilizzando tutta la sapienza e l’esperienza del tempo, sui principi e non sulle regole.
Una delle grandi intuizioni della Costituzione americana è stata che - per quanti poteri si diano allo Stato locale - la garanzia e la protezione dei diritti inalienabili del cittadino resta responsabilità del governo federale. E la storia americana ha dimostrato che problemi brucianti come quello della integrazione razziale sono stati risolti a Washington, non in Alabama o in Louisiana. E che per ogni governatore locale che si metteva davanti a una scuola per impedire l’ingresso dei bambini neri, c’era un governo federale pronto a entrare in stato di conflitto armato pur di proteggere il diritto di una sola persona. È accaduto a Little Rock, Arkansas, dove il generale Eisenhower, allora presidente, ha minacciato il governatore Faubus, che insieme a una folla di bianchi si opponeva all’ingresso a scuola di una sola bambina nera, di espellere dagli Stati Uniti lo Stato dell’Arkansas. Il governatore Faubus ha ceduto. Ed è così scattato il primo segnale che ha dato vita al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, sostenuto dai Kennedy.
Quel movimento avrebbe potuto scegliere (come il movimento dei ‟Black power”, del potere nero) di marciare contro la legge, che era razzista, e contro la Costituzione, che enunciava solo nobili principi generali. Ha scelto invece (e ha vinto) di battersi per l’applicazione integrale e non per lo screditamento della Costituzione.
Noi, in Europa, abbiamo perso due occasioni. Quella di avere una Costituzione alta e nobile, con più principi e meno regole. E l’altra, di sostenerla comunque, perché anche una mediocre Costituzione europea è nemica della destra nazionalista e xenofoba, della guerra, delle discriminazioni, dei razzismi, dei rigetti, delle frontiere sigillate. È nemica del claustrofobico mondo di Bossi, di Le Pen, di Haider, di Castelli (che rifiuta tuttora di firmare in nome dell’Italia la legge contro il razzismo). È nemica della boriosa persuasione di essere ‟una civiltà superiore”.
Per fortuna, anche se si è così malamente mischiato il voto, non si mischiano i valori. Per fortuna c’è un Parlamento europeo che deve (e può) riuscire a darsi la statura che non ha.
L’Europa ha perso il privilegio di essere guidata da Prodi. Barroso appare modesto, data l’impronta lasciata da Prodi e la grandezza del compito.
Ma Prodi potrebbe tornare a guidare l’Italia. Il ritorno alla dignità e rispettabilità del nostro Paese farà differenza in Europa. Pensate alla Spagna, una volta uscito di scena il piccolo e pericoloso Aznar.
Soltanto sogni? Dipende dal senso politico, morale e anche dalla capacità di guida di coloro che, cominciando dall’Italia, hanno in mano il destino d’Europa. Soltanto sogni? Sempre meglio degli incubi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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