Carlo Cresto-Dina: Londra 7 luglio 2005 - oggi
08 Luglio 2005
Londra 7 luglio 2005 - oggi - l’immagine che più a lungo mi resterà nella mente tra tutte quelle che ho visto, è Camden Road, la grossa strada non lontana da casa mia, percorsa da migliaia di persone, migliaia, che tornavano a casa a piedi.
Ogni giorno a Londra la metropolitana muove 3 milioni di persone, se aggiungi bus e treni arrivi, dicono, a 4 milioni.
Oggi in meno di un’ora è stato bloccato TUTTO, metropolitana chiusa, buses fermi, stazioni ferroviarie chiuse.
Questa sera almeno un paio di milioni di persone a Londra torneranno a casa a piedi, qualcuno farà quindici, venti miglia, tre quattro ore di cammino.
Camden Road era piena: tanti soli, tanti si accompagnavano in gruppi, colleghi probabilmente, forzati per una volta a camminare e passare del tempo ‟libero” insieme.
L’altra immagine: i visi dei genitori della scuola di Leon, mio figlio, che si ritrovavano alla solita ora davanti al cancello per riprendere i figli, sorrisi mesti e ovunque la domanda ‟is everybody ok at home?”
Poi c’è il pensiero che mi ha riattaccato tutto il giorno: Kings Cross! Kings Cross alle 9 di mattina!
Kings Cross è di gran lunga la più importante e grande stazione di metropolitana di Londra; è l’unica in cui si intersecano 6 (sei!) linee di metropolitana, due stazioni ferroviarie e due fermate del treno urbano; ha intorno a sé altre due grosse stazioni alle nove di mattina i treni e le banchine di Kings Cross sono un blocco consistente di corpi.
Lo so, l’ho ben presente, perché ho usato Kings Cross ogni mattina alle nove del mattino per due anni, quando avevo l’ufficio a Soho.
Non voglio dire ‟avrei potuto essere là”, non è questo; però tante mattine a Kings Cross mi è capitato di pensare, premuto e trasportato dalle onde di folla, che in quella calca compressa sarebbe bastato ben meno di una bomba per fare delle vittime.
Il pensiero di una bomba che esplode e si fa largo in quella massa è, vi assicuro, difficile da sostenere a lungo.
A Kings Cross sono morte almeno 21 persone.
Dalla televisione arrivano tutte le altre cose.
Prima di tutto la macchina dei soccorsi.
Dicono che si fossero preparati e avessero simulato lo stato di emergenza in caso di ‟multiple terrorist attack to London transport network”.
In più esisteva un piano di allerta sanitario chiamato Great London Emergency.
La polizia è stata in grado di transennare la zona subito, allargando via via il cerchio per liberare le strade e lasciar passaggio alle ambulanze.
Le prime ambulanze dice un testimone sono arrivate in pochi minuti.
In meno di un’ora da tutta greater London si sono concentrate verso il centro un totale di 200 ambulanze.
La polizia ha precettato tutti i lavoratori dei cantieri edili intorno a Kings Cross e li ha istruiti per aiutare i soccorsi.
L’ordine immediato per tutti è stato di dividere tra feriti leggeri e feriti gravi, lasciando a questi le ambulanze, caricando i primi su dei bus a due piani requisiti.
Avendo previsto che, nel caso di un attacco alla metropolitana, gli elicotteri non avrebbero potuto essere di grande aiuto, li hanno invece destinati a muovere equipes chirurgiche e mediche tra i diversi ospedali, secondo le emergenze segnalate ad una sala di coordinamento centrale. In televisione si ripetevano di continuo le tre raccomandazioni immediatamente emanate dal centro di crisi: ‟restate dove siete”, ‟non chiamate i numeri di emergenza a meno che non siate in pericolo di vita”, ‟se state venendo a Londra tornate a casa”.
Per strada non c’è stata una sola scena di panico.
Panico sì, ovviamente, nelle carrozze della metropolitana dove sono esplose le bombe: lì, dicono i racconti, lucidi, articolati, dettagliati dei sopravvissuti, c’è stata la paura folle, nel buio, nel fumo, nel sangue schizzato ovunque dai frammenti vetro. Ma quasi tutti i testimoni hanno raccontato di come una voce ad un certo punto ha sovrastato le urla e ha dato istruzioni, ‟seduti a terra bagnate un fazzoletto forzate le porte uscite a destra ”
In tutto questo: il camminare a piedi, i soccorsi, la compostezza, ho visto materializzarsi uno dei caratteri più importanti della identità inglese: the understatment, intraducibile parola che forse si può dipanare con la perifrasi ‟la capacità di ridimensionare e situare nel contesto ogni cosa” che è soprattutto una capacità di non prendersi mai completamente sul serio e, continuo, il riferimento a London can take it il tempo della città bombardata dai missili tedeschi (quel dettaglio dei bus requisiti per trasportare i feriti leggeri )
In tutti i Londinesi, è stato evidente lo sforzo non di fare ‟come se niente fosse”, ma di fare, di continuare a fare ‟nonostante” e in questo l’ amore per la città che si sente.
Difficile spiegare a volte come si possa fisicamente amare una città.
La tristezza di oggi è questa: non dovevano fare questo a Londra, la più varia, integrata, libera e probabilmente la più giusta città del mondo.
L’unica vera città-mondo che sia rimasta
Sempre dalla televisione mi ha impressionato la totale distanza and out-of-touchness dei politici; parole di plastica deformabile.
Sola eccezione Ken Livingstone che da Singapore, dove ha appena ‟vinto” le olimpiadi, guardando in camera, parla direttamente ai terroristi e dice, più o meno: ‟so che non ve ne frega niente di morire, è solo per questo che siete pericolosi, ma forse ve ne frega di sapere che alla fine sarete sconfitti. Volete che vi dica perché? Perché se venite domani a Londra continuerete a vedere che il nostro sistema di trasporti funziona; i trasporti ci servono per vivere ma anche per ricevere le migliaia di persone vogliono ogni giorno venire a vivere da noi a Londra, tentare qui la loro fortuna, stare in libertà, molti di loro fuggendo i vostri paesi dove costringete la gente a vivere come voi volete, questa ricchezza di Londra non riuscirete mai a sconfiggerla”.
Ogni giorno a Londra la metropolitana muove 3 milioni di persone, se aggiungi bus e treni arrivi, dicono, a 4 milioni.
Oggi in meno di un’ora è stato bloccato TUTTO, metropolitana chiusa, buses fermi, stazioni ferroviarie chiuse.
Questa sera almeno un paio di milioni di persone a Londra torneranno a casa a piedi, qualcuno farà quindici, venti miglia, tre quattro ore di cammino.
Camden Road era piena: tanti soli, tanti si accompagnavano in gruppi, colleghi probabilmente, forzati per una volta a camminare e passare del tempo ‟libero” insieme.
L’altra immagine: i visi dei genitori della scuola di Leon, mio figlio, che si ritrovavano alla solita ora davanti al cancello per riprendere i figli, sorrisi mesti e ovunque la domanda ‟is everybody ok at home?”
Poi c’è il pensiero che mi ha riattaccato tutto il giorno: Kings Cross! Kings Cross alle 9 di mattina!
Kings Cross è di gran lunga la più importante e grande stazione di metropolitana di Londra; è l’unica in cui si intersecano 6 (sei!) linee di metropolitana, due stazioni ferroviarie e due fermate del treno urbano; ha intorno a sé altre due grosse stazioni alle nove di mattina i treni e le banchine di Kings Cross sono un blocco consistente di corpi.
Lo so, l’ho ben presente, perché ho usato Kings Cross ogni mattina alle nove del mattino per due anni, quando avevo l’ufficio a Soho.
Non voglio dire ‟avrei potuto essere là”, non è questo; però tante mattine a Kings Cross mi è capitato di pensare, premuto e trasportato dalle onde di folla, che in quella calca compressa sarebbe bastato ben meno di una bomba per fare delle vittime.
Il pensiero di una bomba che esplode e si fa largo in quella massa è, vi assicuro, difficile da sostenere a lungo.
A Kings Cross sono morte almeno 21 persone.
Dalla televisione arrivano tutte le altre cose.
Prima di tutto la macchina dei soccorsi.
Dicono che si fossero preparati e avessero simulato lo stato di emergenza in caso di ‟multiple terrorist attack to London transport network”.
In più esisteva un piano di allerta sanitario chiamato Great London Emergency.
La polizia è stata in grado di transennare la zona subito, allargando via via il cerchio per liberare le strade e lasciar passaggio alle ambulanze.
Le prime ambulanze dice un testimone sono arrivate in pochi minuti.
In meno di un’ora da tutta greater London si sono concentrate verso il centro un totale di 200 ambulanze.
La polizia ha precettato tutti i lavoratori dei cantieri edili intorno a Kings Cross e li ha istruiti per aiutare i soccorsi.
L’ordine immediato per tutti è stato di dividere tra feriti leggeri e feriti gravi, lasciando a questi le ambulanze, caricando i primi su dei bus a due piani requisiti.
Avendo previsto che, nel caso di un attacco alla metropolitana, gli elicotteri non avrebbero potuto essere di grande aiuto, li hanno invece destinati a muovere equipes chirurgiche e mediche tra i diversi ospedali, secondo le emergenze segnalate ad una sala di coordinamento centrale. In televisione si ripetevano di continuo le tre raccomandazioni immediatamente emanate dal centro di crisi: ‟restate dove siete”, ‟non chiamate i numeri di emergenza a meno che non siate in pericolo di vita”, ‟se state venendo a Londra tornate a casa”.
Per strada non c’è stata una sola scena di panico.
Panico sì, ovviamente, nelle carrozze della metropolitana dove sono esplose le bombe: lì, dicono i racconti, lucidi, articolati, dettagliati dei sopravvissuti, c’è stata la paura folle, nel buio, nel fumo, nel sangue schizzato ovunque dai frammenti vetro. Ma quasi tutti i testimoni hanno raccontato di come una voce ad un certo punto ha sovrastato le urla e ha dato istruzioni, ‟seduti a terra bagnate un fazzoletto forzate le porte uscite a destra ”
In tutto questo: il camminare a piedi, i soccorsi, la compostezza, ho visto materializzarsi uno dei caratteri più importanti della identità inglese: the understatment, intraducibile parola che forse si può dipanare con la perifrasi ‟la capacità di ridimensionare e situare nel contesto ogni cosa” che è soprattutto una capacità di non prendersi mai completamente sul serio e, continuo, il riferimento a London can take it il tempo della città bombardata dai missili tedeschi (quel dettaglio dei bus requisiti per trasportare i feriti leggeri )
In tutti i Londinesi, è stato evidente lo sforzo non di fare ‟come se niente fosse”, ma di fare, di continuare a fare ‟nonostante” e in questo l’ amore per la città che si sente.
Difficile spiegare a volte come si possa fisicamente amare una città.
La tristezza di oggi è questa: non dovevano fare questo a Londra, la più varia, integrata, libera e probabilmente la più giusta città del mondo.
L’unica vera città-mondo che sia rimasta
Sempre dalla televisione mi ha impressionato la totale distanza and out-of-touchness dei politici; parole di plastica deformabile.
Sola eccezione Ken Livingstone che da Singapore, dove ha appena ‟vinto” le olimpiadi, guardando in camera, parla direttamente ai terroristi e dice, più o meno: ‟so che non ve ne frega niente di morire, è solo per questo che siete pericolosi, ma forse ve ne frega di sapere che alla fine sarete sconfitti. Volete che vi dica perché? Perché se venite domani a Londra continuerete a vedere che il nostro sistema di trasporti funziona; i trasporti ci servono per vivere ma anche per ricevere le migliaia di persone vogliono ogni giorno venire a vivere da noi a Londra, tentare qui la loro fortuna, stare in libertà, molti di loro fuggendo i vostri paesi dove costringete la gente a vivere come voi volete, questa ricchezza di Londra non riuscirete mai a sconfiggerla”.