Carlo Cresto-Dina: Londra 8-9-10 luglio 2005

11 Luglio 2005
Primo.

L'autista dell'autobus 30 che non essendo ferito ha estratto dalle lamiere i corpi, ha aiutato i soccorsi correndo per un'ora come poteva e poi si è perso, ha vagato ore senza memoria per Londra. L'hanno ritrovato, riportato a casa, sta bene. Lo hanno intervistato e, dopo avergli fatto raccontare cosa ricordava, gli hanno chiesto più o meno "come si risponde ad un atto così?" e lui ha detto dopo qualche secondo "driving the number 30 on monday morning", "guidando l'autobus 30 lunedì mattina".

Secondo.

C'è uno che è convinto di aver visto in faccia uno dei terroristi. Stava anche lui sull’autobus 30.
E’ un signore working class, non povero, potrebbe esser un taxista, o un idraulico. Ha notato ‟un giovane ben vestito, di aspetto mediterraneo (curioso che non dica ‘mediorientale’) che continuava a rovistare (fumbling in Inglese, rovistare in italiano, che due bei verbi!) nella borsa e non tirava mai fuori niente … e la borsa mi sbatteva contro i piedi”.
Ora, questo signore probabilmente si sbaglia, anche solo per il fatto che se fosse stato seduto di fronte al terrorista con la bomba non starebbe tra noi a raccontarlo.
Ma è andato con la sua faccia in televisione a dirlo. Probabilmente si è consultato a lungo con la polizia prima di farlo, e hanno deciso che valeva la pena rischiare. E lui c’è andato, la sua faccia, nome e cognome sarà passato trenta volte in quattro ore su tutte le principali reti nazionali.

Terzo

Con Leon, una delle cose che ho tentato di fare per fargli capire, o almeno sentire (ho usato il verbo ‘capire’ come se si potesse capire una cosa del genere!) per fargli sentire, dicevo, che cosa era successo, è stato andare insieme con lui a portare dei fiori a Kings Cross. Strana la reazione di Leon ai fatti di questi giorni: sa benissimo che è successo qualcosa di molto grave, che ci sono dei morti. Lo sa da quando, nel giorno dell’attentato le maestre si son trovate a dover spiegare loro perché la scuola sarebbe stata chiusa il giorno dopo. E poi tra adulti non si parla di altro.
Ma con mia sorpresa Leon fa finta di ignorare che NON è un incidente, ma un assassinio, voglio dire qualcosa che è stato voluto per nuocere, voluto da un uomo contro un altro uomo. Lo sa ma non se lo ammette. Mai come in questi giorni nei suoi giochi fantastici, che mischiano supereroi e animali, giocatori di calciio e personaggi di Dysney, dinosauri e minotauri (last entry), mai come in questi giorni si sono sentite parole come ‟bombe”, ‟explosion” e ‟killing”. Ma solo una volta Leon ha avuto cuore di chiedermi, di punto in bianco e dopo un lungo silenzio, lui giocava a terra e io leggevo sul divano, di chiedermi ‟did someone put that bomb?” e io ho risposto qualcosa come ‟mi sa, Leon, di sì” e di botto senza aspettare quasi la risposta Leon chiede ‟but why?” e io non trovando di meglio (non si trova mai di meglio in quei momenti) gli ho detto ‟è un signore pazzo” e Leon mi guarda con la testa storta come per capire se sto scherzando. Ma io non rido. E allora lui decide che sì, è uno scherzo e si mette a ridere sforzato, e anche se io gli dico che non fa ridere, lui rifiuta e continua ‟un pazzo ha ha ha un pazzo ha ha ha” schiacciando sulle zeta.
Bene sono andato con lui il pomeriggio del giorno dopo. In bici, è molto vicino a casa nostra, quattro cinque minuti di pedale. Posata la bici ci avviciniamo. Mi ricordo molto bene la camminata sul grande marciapiede davanti a Kings Kross, dove sono morti in cinquanta. Ma non so descriverla. Siamo arrivati e c’era soltanto un mazzo, ma già si avvicinava altra gente, una signora con fiori legati da spago, evidentemente del suo giardino. Stava cominciando l’accumulo dei fiori. Io ho dato il mazzo ad un poliziotto che lo ha portato oltre le transenne accanto al buco nero delle scale che scendono al metro. Devo essermi impietrito un po’ troppo perché il poliziotto, giovanissimo, mi si è subito avvicinato e mi ha chiesto ‟are you ok, sir?” molto gentilmente, ho detto che sì, andava tutto bene, ho fatto per voltarmi e lui mi ha chiesto ‟are you sure you don’t need any help? we are here”. Io lo so che glielo hanno insegnato di dire queste cose, ma lui lo dice convinto. Sta lì in un giorno come questo a far la guardia ai fiori mentre sotto, centro piedi più sotto, si calpestano cadaveri per tagliare le lamiere ed estrarre altri cadaveri. Lui sta lì e fa bene quello che gli hanno detto di fare.

Quarto

A Birmingham stanotte hanno evacuato tutto il centro storico. Ventimila persone buttate fuori. E’ il distretto dei locali, cinema, ristoranti, teatri e bar. La polizia entra ovunque e con gli altoparlanti dice di sgombrare e in fretta. Ventimila persone si ritrovano al di là delle transenne che via via sia allargano. Si sente qualche piccola esplosione perché gli artifceri facendo brillare dei pacchi sospetti (innocui ammetterà già un ora dopo la polizia). Ad un certo punto gli altoparlanti dicono ‟andate a casa? per stanotte la festa è finita”. E a quel punto molte persone che stavano celebrando chi un compleanno, chi una festa, chi uno ‟stag party” (addio al celibato) decidono che tanto vale farlo per strada, spunta una torta di compleanno, mille persone cantano al poveretto ‟happy birthday”, un gruppo di musicisti che aveva un concerto quella sera, tira fuori gli strumenti e si mette a suonare, una compagnia comica fa delle gag.
Carlo Cresto-Dina: Londra 8-9-10 luglio 2005