Quel treno per Babylon. Londra dopo gli attentati
13 Luglio 2005
Se non ne potete più di sentire che business as usual (e se avete visto, sentito, letto qualcosa di quel che qualunque abitante di Londra da Blair Tony a Blair Ian passando per ogni fruttivendolo intervistato dai telegiornali ha detto in questi giorni, allora non potrete che non poterne più, business as usual vi sembrerà un insopportabile cliché britannico, roba tipo i tramezzini al cetriolo, i cappellini della regina, la palla di neve con il Big Ben), se, dunque, vi siete stufati di sentir riassumere le non-reazioni agli attentati di giovedì con ‟business as usual, potete ora sintetizzare lo stesso carattere nazionale con nuove parole.
Quelle degli amici di Alex Roggero, che fra poco vi dirò chi sia, nel frattempo sappiate che vive a Londra da una trentina d’anni e che però giovedì era all’estero. Ha chiamato gli amici per sapere se stessero tutti bene. Non dice che gli hanno risposto business as usual, dice solo che stavano bene e ‟avevano quel tono lì, bloody London transport, non funziona mai niente”.
La metropolitana, questo te lo dicono tutti, a Londra non è come altrove. E con ‟altrove” non stiamo parlando di Roma, dove praticamente non esiste, ma anche di città con collegamenti sotterranei funzionanti. Quella di Londra è comunque di più: più stazioni, più linee, più possibilità di andare dove vuoi. La cosa che dicevano l’altro giorno il sindaco e il capo della polizia, che Londra è una città che ti permette di realizzare tutto ciò che vuoi, è certamente vera in termini di trasporti. Checché ne pensino gli amici che ‟bloody London transport”. La metropolitana, questo lo capisci se a Londra ci hai mai passato più di un giorno in gita scolastica, è the real deal. Il double decker bus è innanzitutto un’icona per turisti, poi un ottimo soggetto da canzonetta pop, infine un mezzo di trasporto. Assai meno capillare e completo e rapido della Tube. La metropolitana, questo c’è dietro ogni angolo qualche dietrologo pronto a dirtelo, non si toccava. Era così. C’era un patto. Quei gentiluomini dell’Ira la Tube la lasciavano stare. La metropolitana di Londra ha prodotto almeno un’icona pop, che è la sua cartina. Buona per gli Young British Artist e anche per il mainstream: da uno studio dell’ufficio del turismo, la mappa della Tube è più riconoscibile per i non londinesi, più immediatamente associabile all’idea di londinesità di quanto lo sia l’immagine della Torre di Londra (quella, sia detto per chi a Londra non ha mai passato neppure mezza giornata in gita scolastica, della quale l’odiosa Diletta Butler chiedeva a papà Rhett ‟La Torre di Londra! Me la compri??”). (Va detto che la pop music, rispetto a quell’icona della pop culture che è la metropolitana londinese, è stata poco reattiva: così, all’impronta, non viene in mente nulla di relativo alla Tube che sia memorabile quanto ‟and if a double decker bus/ crashes into us/ to die by your side” con quel che segue. Tutto sommato, meglio. Ci fosse stata, una canzone che prevedeva morti in metropolitana, a quest’ora si sarebbe fatta fama di canzone portasfiga come neanche ‟Candle in the wind”. Voi direte: uno su quattro, di attentati, è stato su un double decker bus fattelo bastare, in termini di colonna sonora. D’accordo, come non detto). Simon Patterson è un YBA, sigla con cui il fighettismo londinese è assai familiare, gli Young British Artist, quelli che fanno opere concettuali (roba tipo il letto sfatto di Tracey Emin, roba che la gente normale, al grido di ‟ma avrei potuto farlo anch’io!”, fatica ad accettare sia arte), quelli che vincono il Turner Prize, quelli che sono l’epitome del cool in un paese che ha quasi smesso di produrre rockstar. Nel 1992 Patterson ha 25 anni. Al Turner sarà candidato solo quattro anni dopo, ma quell’anno concepisce quella che resterà la sua opera più famosa, ‟The Great Bear”, l’Orsa Maggiore: la costellazione è, appunto, la mappa della Tube. Quella classica, quella che sta dietro a ogni cartina che vi danno in ogni albergo di Londra, quella che sta sulle pareti di ogni stazione della metropolitana in cui entrate, quella in cui le linee che uniscono una stazione all’altra sono tubi colorati (se un domani doveste restare a corto di contanti e per arrotondare decideste di presentarvi a un quiz di Gerry Scotti: sì, a Londra, diversamente da quanto accade a New York e nel resto del mondo, la chiamano più naturalmente Tube che non Subway o Underground proprio perché, in quella che da talune decine di anni è la sua mappa, le linee paiono dei tubi). La costellazione delle stazioni secondo Patterson è una costellazione di individui. Le stazioni della Jubilee hanno nomi di calciatori (se volete sapere perché Paul Gascoigne prenda il posto d’una stazione di scambio, e Diego Maradona solo quello di una stazione di transito, dovrete, temo, rivolgervi a qualcuno che capisca di calcio o anche solo di arte concettuale). Le stazioni della Northern line hanno nomi di star del cine delle moltiplicate preoccupazioni se tuo figlio a Londra bigia la scuola (che si droghi è il meno, che vada in giro sui tetti della metropolitana in corsa ha ragione d’essere fonte di ben maggiore ansia genitoriale), l’impressione è che Roggero racconti un mondo che non c’è più, che non potrà mai più esserci, un mondo in cui non esistono i controlli di sicurezza, le paranoie da individui sospetti, le perquisizioni degli zaini Roggero dice di no, lo dice con la consolidata esperienza di uno che ha fatto dell’andare a guardare i treni, l’inquietante passatempo della Betty Blue di Beneix, un lavoro remunerativo. ‟Dopo l’11 settembre a New York mi hanno fermato tre volte, mentre vagabondavo vicino alle stazioni dei treni o a quella della Greyhound. A Londra non mi è mai successo. Neppure ai tempi delle bombe dell’Ira. Gli inglesi non sono gli americani”. Sarà, ma in questi giorni, a Londra, che tu voglia entrare in un cinema, in un locale, in un museo, comunque ti perquisiscono la borsa. Sarà, ma insomma sembra anche normale che i controlli siano più attenti. Roggero insiste, dice che niente fermerà il modo di vivere dei londinesi (‟business as usual è il loro esorcismo”) e che gli undergrounder mai potrebbero essere guardati come criminali, con gli illustri precedenti che hanno: ‟Il 13 maggio 1924, in una carrozza piena di pendolari della linea Bakerloo, la signora Daisy Hammond partorì una bambina. Come definire la puerpera se non un’undergrounder? E infatti chiamò la neonata Thelma Ursula Beatrice Eleanor: TUBE”.
Dice Roggero che Londra non è l’Inghilterra, che New York ti fa diventare newyorchese ma anche americano, Londra ti fa diventare solo londinese. Dice che ‟forse perché sono un londinese campanilista penso che diversamente da quello di New York questo non è un attacco contro Londra: è un attacco contro il mondo”. Dice che nella Tube trovi di tutto, ti siedi di fianco a qualunque esemplare: ‟La giapponese che non si è ancora accorta che il punk è finito da vent’anni, l’australiano con lo zaino, l’afghano è una città dove si parlano trecento lingue, questa”. L’obiezione facile è che sì, è una metropoli multiculturale: quanto tutte le altre metropoli multiculturali, no? Roggero si spinge un po’ più in la. Dice che non gli sembra possa essere casuale abbiano colpito Edgware Road, ‟il cui soprannome è Beirut on Thames, la Beirut sul Tamigi, dove trovi arabi democratici, moderati, moderni, dove vengono stampati cinque quotidiani indipendenti in lingua araba. Edgware road è tutto quello che gli estremisti detestano: la capitale democratica che il mondo arabo non ama esiste, ed è a Londra”.
Mentre ci si divide sulle interpretazioni dell’atteggiamento business as usual, se sia il risultato di anni in cui i londinesi si sono abituati a convivere con la minaccia dell’Ira o il frutto della politica ‟niente immagini”, e che quindi la reazione a un attentato pressoché invisibile non possa che essere una non-eazione, Roggero ha una tesi particolare anche su questo: ‟Non dimentichiamo che a livello subconscio gli inglesi adorano queste situazioni, amano fare gli indifferenti nelle situazioni di pericolo, è il loro modo di tornare indietro nel tempo, quando nelle colonie gli indigeni attaccavano e loro facevano finta di niente, tranquillamente seduti in salotto a bere il gin and tonic ”.
Una delle storie del Treno per Babylon. Rispetto alla nascita della Tube (1897) la cartina è relativamente recente. Non si riusciva a farla, la rete della metropolitana era troppo estesa, e le cartine erano o troppo grandi, e quindi non maneggevoli, o troppo schematiche, e quindi non chiare, incomplete, inutili. Nel 1933 un signore di nome Henry Beck, un elettricista che lavorava part time per la Tube, decise di provare a disegnarne una. Si diede delle regole: le linee potevano essere verticali, orizzontali, o inclinate di 45 o di 90 gradi. L’idea di dare a ogni linea un diverso colore gli venne dal fatto che era abituato a disegnare circuiti elettrici. Per il lavoro gli diedero 5 ghinee di premio. Quell’opera da cinque sterline divenne la cosa più stampata del paese. Altra storia babilonese. Oltre a quella di Patterson, molte sono le rielaborazioni della cartina. D’altra parte questo distingue una normale cartina da un’icona pop: che la cartina serve solo a mettere alla prova l’inesistente senso dell’orientamento delle donne, l’icona pop invece serve a scardinare l’immaginario dei creativi. Ne ha fatta una lo stesso Roggero, di rielaborazione, per la copertina del suo libro. Ne ha fatta una un programma satirico, ‟emotiva”: Piccadilly è ‟full”, Knightsbridge ‟busy”, Baker street ‟bloody busy”. Camden devono averla disegnata gli amici di Roggero, perché è liquidata come ‟not working”. Poi c’è la cartina preferita dai trainspotters, quella che non segue le regole di Beck ma ha le vere curve geografiche. Ce n’era una sabato sull’”Independent”, una rielaborazione del vignettista Dave Brown della cartina di Patterson, ogni stazione una vittima del terrorismo: Nicola Calipari era Waterloo. E ce n’è una coi nomi delle stazioni in tedesco, ‟se avesse vinto Adolf”. Roggero scommette che a breve, ‟se già non c’è”, ne verrà fuori una coi nomi in arabo, ‟se avesse vinto bin Laden”. Guia Soncini ma, quelle della Piccadilly nomi di santi (non vi fate prendere dal gioco del piccolo fan: per scendere a Bette Davis vi toccherebbe inoltrarvi in periferie delle quali ignoravate l’esistenza). Le stazioni chiuse dopo l’attentato, quelle della Circle line, che gira in cerchio su se stessa, hanno nomi di filosofi. Questa, la capisco persino io che non capisco di filosofia più di quanto capisca d’arte concettuale.
(Naturalmente, parte del divertimento è la catena alimentare della stardom secondo Patterson: se due o più linee s’incrociano quella del personaggio che dà il nome alla stazione è la categoria dominante. Tra ingegneri, filosofi e pittori del rinascimento italiano vincono questi ultimi, ed è Tiziano ad aggiudicarsi Oxford circus, ma tra pittori e star del cinema non c’è gara: l’incrocio tra Victoria e Northern a voi noto come Warren Street non è l’omonimo Beatty, ma Kirk Douglas).
Nel 1996, l’anno in cui Patterson viene candidato al Turner, la Tate compra ‟The Great Bear”. Se chiedi, ti dicono che ora è esposto alla Tate Modern, il che ha assolutamente senso, più Tate Modern di così, più Millennium Bridge di così, più Cool Britannia di così. Alla Tate Modern, però, la litografia è introvabile. Il primo addetto cui la descrivi, ‟una rielaborazione della mappa della metropolitana, presente?”, dice che gli suona familiare, e ti indirizza a uno sportello. La bionda allo sportello ti dice che l’opera è stata rimossa, ‟per rispetto”. Annuisci con aria contrita, e anche con una certa soddisfazione (dunque anche qualcuno che ha normali reazioni da tragedia, in città), poi chiedi dove fosse esposta. In che sezione. In che sala. Vicino a quale quadro. Già t’immagini lì a fissare la macchia d’umido sulla parete. La bionda ci pensa, nel reparto storico, direbbe, forse in una sala che ora è stata chiusa; ti indirizza altrove ancora; ti dice che ci sono dei terminali su cui puoi fare le ricerche, e i terminali ci sono, e ti dicono che Patterson l’ha chiamata Orsa Maggiore perché ci sono tutti nomi di star e che ha dichiarato ‟mi piace scompaginare la realtà che le persone danno per assodata”, e insomma abbastanza da farti pensare che gli artisti dovrebbero dipingere, mica parlare, e però non ti dice l’unica cosa che ti interessi, ovvero dov’era, finché c’era, tentato è quello che porta da Kant a Heidegger, e qualcosa vorrà pur dire.
Alex Roggero ha quarantaquattro anni, ne aveva quindici quando, seguendo il padre che si spostava per lavoro, si trasferì da Altavilla Monferrato a Londra. Dice che lo shock fu notevole, ‟erano gli anni Settanta, venivo da un liceo scientifico praticamente autogestito e mi ritrovavo nella scuola che aveva frequentato Churchill, ogni mattina quaranta minuti di parata militare durante la quale non potevi parlare né masticare, e siccome venivo sempre beccato con la gomma venivo sempre punito”. La punizione consisteva in una composizione di cinquemila parole. Tema: la pallina da ping pong. Il risultato fu che l’adolescente irrequieto inizio a scappare sempre più frequentemente da scuola per fare una cosa che sembra una follia ma che a sentir lui è una follia diffusa: girare tutto il giorno in metropolitana.
‟Diventai uno di quei ragazzini undergrounder che sanno tutto, conoscono i passaggi per gli addetti ai lavori, quelli non aperti al pubblico, per passare velocemente da una linea all’altra saltando le scale mobili, ma anche trivia assolutamente da fissati come: qual è la stazione più profonda?” (è la Victoria Station, e il concorrente di Gerry Scotti che dorme in Roggero potrebbe andare avanti per ore coi trivia sulla Northern line, e non solo: ‟Waterloo station è 22 metri sottoterra. Il punto più profondo è sempre sulla Northern, vicino a Hampstead Heath: si viaggia 68 metri sotto”. E poi il tunnel metropolitano più lungo del mondo (28 km da Morden a East Finchley), la stazione con più scale mobili (17, a Bank) e la più ripida (318 scalini, Angel). La prima scala mobile che fu quella della stazione di Earls Court, nel 1911. Roggero non è più un undergounder ma ha ancora buona memoria. E un sacco di documentazione: la sua prima macchina fotografica la comprò quando iniziò a scappare da scuola, e da allora non ha mai smesso di fare il fotografo e la Tube non ha mai smesso d’essere il suo soggetto preferito. Quando infine si decise a farne un libro (ne aveva già fatto uno sul Greyhound, il servizio di pullman che sta all’immaginario americano come la Tube sta a quello londinese), il suo editore italiano, Feltrinelli, gli disse che loro libri fotografici non ne pubblicavano, e la Tube avrebbe dovuto solo raccontarla. Nacque così Il treno per Babylon Giro del mondo in underground (2003). Il titolo è un omaggio ‟agli inservienti giamaicani della stazione di Brixton. Erano rasta osservanti, con dreadlocks mastodontici. Famosi in tutta la città perché da bravi rasta passavano le giornate a fumare ganja e di tanto in tanto si lasciavano un po’ andare. La gente che aspettava i treni per il centro sentiva l’altoparlante che annunciava, in un pesante accento delle Indie Occidentali: ladies and gentlemaaan, the next train is coming in a few minutes and is going to a new dimensiaaannn! Dalla stazione di Brixton i treni invece di andare a Walthamstaw o Finsbury Park partivano per Babylon o JAH! o qualche altro universo parallelo governato da Haile Selassie”.
Gli undergrounder, spiega Roggero, non sono che una delle tribù della Tube. C’è vita, là sotto. Ci sono i trainspotters, che gareggiano a chi individua le più rare livree, ovvero i differenti rivestimenti dei sedili dei vagoni delle diverse linee. E ci sono i surfers, la tribù più recente: i ragazzi che saltano sul tetto dopo che hanno chiuso le porte e fanno una o due stazioni di tubesurfing. Al di là l’Orsa Maggiore. C’è un’altra bionda, che ti dice che la ricerca si può fare solo dal suo terminale, e ti fa vedere la schermata che viene fuori, ma non te la stampa perché ‟in realtà non sono informazioni che posso diffondere”, ma insomma l’Orsa Maggiore l’hanno smontata a novembre, e va bene che gli attentati sono stati certamente pianificati in anticipo e non improvvisati alla notizia delle ottenute Olimpiadi, ma che a novembre già si fossero assicurati la compiacenza della Tate pare un po’ troppo. Anche la bionda è d’accordo, dice che loro con le opere fanno spesso così, le smontano, le rimontano. Il suo terminal dà il ritorno dell’Orsa come non previsto prima del settembre 2008, ma questo mi prega di non scriverlo. ‟Metta solo: tornerà in futuro”. E tornerà non qui ma alla Tate Britain, stando al terminale, ma anche su questo specifica che ‟sono informazioni in continua mutazione”. Comunque, alla fine dalla Tate Modern esci solo con una cartolina che per 60 pence ti riproduce l’Orsa. Ma coi nomi scritti così in piccolo che ci metti un po’ a capire che uno dei treni cui hanno at Uno scrittore ‟undergrounder” e l’icona pop colpita a morte a Londra Londra. Alla stazione di Hackney lo conoscono in molti. Leslie Jones ha bazzicato da queste parti per decenni e ancora adesso, anche se è in pensione, viene qui, saluta tutti, prende il ‟suo” autobus per andare in centro a Londra. Per trent’anni Jones ha fatto l’autista del ‟30”, la linea che da Hackney va a Marble Arch, quella che è stata sconquassata da una bomba, giovedì scorso. La carcassa del ‟30” è ancora lì, al riparo dagli occhi di tutti, protetta da pannelli di plastica, sventrata e scoperchiata. Jones, il giorno dell’attacco, era in metropolitana, sulla Piccadilly line, due treni dopo quello colpito da una bomba, un’altra, sotto terra. Già da venerdì l’autobus rosso su due piani ha ripreso a marciare, con una deviazione tra Euston Road e King’s Cross, perché il percorso normale è stato interrotto dallo scoppio di Tavistock Square, e di lì per il momento non si può passare. All’inizio è stato scortato da auto e moto della polizia, come tanti altri autobus di Londra, ‟perché si temeva che potesse succedere di nuovo”, ci spiega l’autista di oggi, un signore di colore che dice ha ‟la stessa passione di Jones”, ‟ci piace tanto questa strada”. Partendo dal paradiso degli ‟shopping lovers” di Marble Arch e Oxford Street, il ‟30” va verso nordest, passando per King’s Cross e poi muovendosi attraverso le terrazze di Islington, i negozietti che vendono di tutto e stanno sempre aperti, le vetrine colorate dagli abiti indiani, le drogherie turche con la bandiera in bella vista, fino a Hackney, tassello del Londonistan. Il viaggio è lungo, e fanno in tempo a cambiare i profumi, i colori, gli odori, le espressioni. I passeggeri si scrutano con un pizzico di curiosità in più. ‟E’ la linea più sicura che ci sia dice un ragazzo togliendosi una cuffia del lettore mp3 dall’orecchio è impossibile che ricapiti qui, vorrebbe dire che ce l’hanno solo con noi, no?”. Più che altro vorrebbe dire che c’è una logica nell’attacco, e allora ci sarebbe un motivo specifico per colpire da una parte piuttosto che da un’altra, e allora esisterebbero alcune regole e scoperte quelle sconfitta la paura, e allora non sarebbe il terrorismo che è, senza misura e senza specificità, quello che colpisce qualunque obiettivo, purché faccia male. C’è una logica? ‟No, forse no”, ammette il ragazzo. ‟Mi continuo a chiedere quale sia il posto più sicuro dove sedersi”, ci dice una giovane ragazza con un sacchetto della spesa. ‟Viene da pensare che vicino alle porte sia più facile salvarsi, ma quando scoppia la bomba si apre uno squarcio e a quel punto l’unica speranza è trovarsi il più lontano possibile dal punto in cui è situata la bomba ci spiega con un tono all’improvviso serio Ma forse il piano superiore è più sicuro, forse vieni catapultato fuori, le fiamme non fanno in tempo a farti troppo male”. C’è del macabro in quest’analisi, oltre che uno strano senso di prevenzione personale tanto inutile quanto esorcizzante. La ricerca di una logica ha contagiato tutti i mezzi di trasporto. Pare che si sia sparsa la voce che, in metropolitana, sia meglio entrare nelle carrozze centrali: il ‟7/7” le bombe erano tutte nelle carrozze in testa ai treni. ‟Sono più vuote, forse danno più la sensazione che si possa agire indisturbati”, azzarda un signore. Non sembra convinto, ma gli è difficile ammettere l’imprevedibilità, fa paura, fa passare la voglia di salire su qualunque mezzo, fa venir la tentazione di cambiare le proprie abitudini. ‟Ho preso quest’autobus appena è stata riaperta la circolazione ci dice una signora non potevo fare altrimenti, non ho né una macchina né un motorino né niente. Ho pensato che avrei potuto prendere un altro numero, non il 30’, ma che cambia?”. Il ‟30” passa davanti a King’s Cross. Ci sono le auto della polizia, uno sciame di poliziotti, un camion dei pompieri, microfoni pelosi e telecamere. E’ stata dedicata un’area, diligentemente transennata, per i fiori e per i messaggi di cordoglio, mentre sul pannello di legno blu dei lavori in corso sono comparse le foto dei ‟missing”. Dall’autobus molti si sporgono per guardare, e l’autista sembra rallentare per concedere un attimo in più. Dopo due fermate sale un donnone di colore con addosso un odore di fritto che s’insinua veloce tra i passeggeri. ‟Avrei voluto starmene a casa dice scartando una caramella rosa perché non mi sento per nulla tranquilla qui, su ’sto 30’. Lo so che è una stupidata eh, e che anzi forse è la linea più sicura che c’è adesso, ma io non mi sento al sicuro”. Dalle vie ordinate di Gloucester Place, dal caos di Euston Road, dalla grigia fatiscenza appena accennata di Pentonville Road si va lontano dal centro, verso nord, verso est. Le strade si fanno più strette, il traffico nel senso inverso più intenso, tanto che costringe a continue pause. L’autista guarda nello specchio retrovisore se tutto è a posto. E’ difficile capire dagli occhi dei passeggeri se c’è paura, e quanta, se la vita va avanti veramente o se forse intanto cresce l’agitazione. ‟Oggi non ho voluto leggere niente ci dice una ragazza bionda con il ‟Sun” aperto sulle gambe sono passata direttamente alle pagine in fondo, non voglio farmi suggestionare”. La rimozione: è anche questa una forma di sopravvivenza, e qui, su questo autobus che si porta addosso il numero della paura scritto davanti in giallo, fa parte delle tante alternative che ognuno s’è trovato per non stare in piedi nervoso, passando il peso da un piede all’altro, con un’unica speranza: che il viaggio finisca presto.
Quelle degli amici di Alex Roggero, che fra poco vi dirò chi sia, nel frattempo sappiate che vive a Londra da una trentina d’anni e che però giovedì era all’estero. Ha chiamato gli amici per sapere se stessero tutti bene. Non dice che gli hanno risposto business as usual, dice solo che stavano bene e ‟avevano quel tono lì, bloody London transport, non funziona mai niente”.
La metropolitana, questo te lo dicono tutti, a Londra non è come altrove. E con ‟altrove” non stiamo parlando di Roma, dove praticamente non esiste, ma anche di città con collegamenti sotterranei funzionanti. Quella di Londra è comunque di più: più stazioni, più linee, più possibilità di andare dove vuoi. La cosa che dicevano l’altro giorno il sindaco e il capo della polizia, che Londra è una città che ti permette di realizzare tutto ciò che vuoi, è certamente vera in termini di trasporti. Checché ne pensino gli amici che ‟bloody London transport”. La metropolitana, questo lo capisci se a Londra ci hai mai passato più di un giorno in gita scolastica, è the real deal. Il double decker bus è innanzitutto un’icona per turisti, poi un ottimo soggetto da canzonetta pop, infine un mezzo di trasporto. Assai meno capillare e completo e rapido della Tube. La metropolitana, questo c’è dietro ogni angolo qualche dietrologo pronto a dirtelo, non si toccava. Era così. C’era un patto. Quei gentiluomini dell’Ira la Tube la lasciavano stare. La metropolitana di Londra ha prodotto almeno un’icona pop, che è la sua cartina. Buona per gli Young British Artist e anche per il mainstream: da uno studio dell’ufficio del turismo, la mappa della Tube è più riconoscibile per i non londinesi, più immediatamente associabile all’idea di londinesità di quanto lo sia l’immagine della Torre di Londra (quella, sia detto per chi a Londra non ha mai passato neppure mezza giornata in gita scolastica, della quale l’odiosa Diletta Butler chiedeva a papà Rhett ‟La Torre di Londra! Me la compri??”). (Va detto che la pop music, rispetto a quell’icona della pop culture che è la metropolitana londinese, è stata poco reattiva: così, all’impronta, non viene in mente nulla di relativo alla Tube che sia memorabile quanto ‟and if a double decker bus/ crashes into us/ to die by your side” con quel che segue. Tutto sommato, meglio. Ci fosse stata, una canzone che prevedeva morti in metropolitana, a quest’ora si sarebbe fatta fama di canzone portasfiga come neanche ‟Candle in the wind”. Voi direte: uno su quattro, di attentati, è stato su un double decker bus fattelo bastare, in termini di colonna sonora. D’accordo, come non detto). Simon Patterson è un YBA, sigla con cui il fighettismo londinese è assai familiare, gli Young British Artist, quelli che fanno opere concettuali (roba tipo il letto sfatto di Tracey Emin, roba che la gente normale, al grido di ‟ma avrei potuto farlo anch’io!”, fatica ad accettare sia arte), quelli che vincono il Turner Prize, quelli che sono l’epitome del cool in un paese che ha quasi smesso di produrre rockstar. Nel 1992 Patterson ha 25 anni. Al Turner sarà candidato solo quattro anni dopo, ma quell’anno concepisce quella che resterà la sua opera più famosa, ‟The Great Bear”, l’Orsa Maggiore: la costellazione è, appunto, la mappa della Tube. Quella classica, quella che sta dietro a ogni cartina che vi danno in ogni albergo di Londra, quella che sta sulle pareti di ogni stazione della metropolitana in cui entrate, quella in cui le linee che uniscono una stazione all’altra sono tubi colorati (se un domani doveste restare a corto di contanti e per arrotondare decideste di presentarvi a un quiz di Gerry Scotti: sì, a Londra, diversamente da quanto accade a New York e nel resto del mondo, la chiamano più naturalmente Tube che non Subway o Underground proprio perché, in quella che da talune decine di anni è la sua mappa, le linee paiono dei tubi). La costellazione delle stazioni secondo Patterson è una costellazione di individui. Le stazioni della Jubilee hanno nomi di calciatori (se volete sapere perché Paul Gascoigne prenda il posto d’una stazione di scambio, e Diego Maradona solo quello di una stazione di transito, dovrete, temo, rivolgervi a qualcuno che capisca di calcio o anche solo di arte concettuale). Le stazioni della Northern line hanno nomi di star del cine delle moltiplicate preoccupazioni se tuo figlio a Londra bigia la scuola (che si droghi è il meno, che vada in giro sui tetti della metropolitana in corsa ha ragione d’essere fonte di ben maggiore ansia genitoriale), l’impressione è che Roggero racconti un mondo che non c’è più, che non potrà mai più esserci, un mondo in cui non esistono i controlli di sicurezza, le paranoie da individui sospetti, le perquisizioni degli zaini Roggero dice di no, lo dice con la consolidata esperienza di uno che ha fatto dell’andare a guardare i treni, l’inquietante passatempo della Betty Blue di Beneix, un lavoro remunerativo. ‟Dopo l’11 settembre a New York mi hanno fermato tre volte, mentre vagabondavo vicino alle stazioni dei treni o a quella della Greyhound. A Londra non mi è mai successo. Neppure ai tempi delle bombe dell’Ira. Gli inglesi non sono gli americani”. Sarà, ma in questi giorni, a Londra, che tu voglia entrare in un cinema, in un locale, in un museo, comunque ti perquisiscono la borsa. Sarà, ma insomma sembra anche normale che i controlli siano più attenti. Roggero insiste, dice che niente fermerà il modo di vivere dei londinesi (‟business as usual è il loro esorcismo”) e che gli undergrounder mai potrebbero essere guardati come criminali, con gli illustri precedenti che hanno: ‟Il 13 maggio 1924, in una carrozza piena di pendolari della linea Bakerloo, la signora Daisy Hammond partorì una bambina. Come definire la puerpera se non un’undergrounder? E infatti chiamò la neonata Thelma Ursula Beatrice Eleanor: TUBE”.
Dice Roggero che Londra non è l’Inghilterra, che New York ti fa diventare newyorchese ma anche americano, Londra ti fa diventare solo londinese. Dice che ‟forse perché sono un londinese campanilista penso che diversamente da quello di New York questo non è un attacco contro Londra: è un attacco contro il mondo”. Dice che nella Tube trovi di tutto, ti siedi di fianco a qualunque esemplare: ‟La giapponese che non si è ancora accorta che il punk è finito da vent’anni, l’australiano con lo zaino, l’afghano è una città dove si parlano trecento lingue, questa”. L’obiezione facile è che sì, è una metropoli multiculturale: quanto tutte le altre metropoli multiculturali, no? Roggero si spinge un po’ più in la. Dice che non gli sembra possa essere casuale abbiano colpito Edgware Road, ‟il cui soprannome è Beirut on Thames, la Beirut sul Tamigi, dove trovi arabi democratici, moderati, moderni, dove vengono stampati cinque quotidiani indipendenti in lingua araba. Edgware road è tutto quello che gli estremisti detestano: la capitale democratica che il mondo arabo non ama esiste, ed è a Londra”.
Mentre ci si divide sulle interpretazioni dell’atteggiamento business as usual, se sia il risultato di anni in cui i londinesi si sono abituati a convivere con la minaccia dell’Ira o il frutto della politica ‟niente immagini”, e che quindi la reazione a un attentato pressoché invisibile non possa che essere una non-eazione, Roggero ha una tesi particolare anche su questo: ‟Non dimentichiamo che a livello subconscio gli inglesi adorano queste situazioni, amano fare gli indifferenti nelle situazioni di pericolo, è il loro modo di tornare indietro nel tempo, quando nelle colonie gli indigeni attaccavano e loro facevano finta di niente, tranquillamente seduti in salotto a bere il gin and tonic ”.
Una delle storie del Treno per Babylon. Rispetto alla nascita della Tube (1897) la cartina è relativamente recente. Non si riusciva a farla, la rete della metropolitana era troppo estesa, e le cartine erano o troppo grandi, e quindi non maneggevoli, o troppo schematiche, e quindi non chiare, incomplete, inutili. Nel 1933 un signore di nome Henry Beck, un elettricista che lavorava part time per la Tube, decise di provare a disegnarne una. Si diede delle regole: le linee potevano essere verticali, orizzontali, o inclinate di 45 o di 90 gradi. L’idea di dare a ogni linea un diverso colore gli venne dal fatto che era abituato a disegnare circuiti elettrici. Per il lavoro gli diedero 5 ghinee di premio. Quell’opera da cinque sterline divenne la cosa più stampata del paese. Altra storia babilonese. Oltre a quella di Patterson, molte sono le rielaborazioni della cartina. D’altra parte questo distingue una normale cartina da un’icona pop: che la cartina serve solo a mettere alla prova l’inesistente senso dell’orientamento delle donne, l’icona pop invece serve a scardinare l’immaginario dei creativi. Ne ha fatta una lo stesso Roggero, di rielaborazione, per la copertina del suo libro. Ne ha fatta una un programma satirico, ‟emotiva”: Piccadilly è ‟full”, Knightsbridge ‟busy”, Baker street ‟bloody busy”. Camden devono averla disegnata gli amici di Roggero, perché è liquidata come ‟not working”. Poi c’è la cartina preferita dai trainspotters, quella che non segue le regole di Beck ma ha le vere curve geografiche. Ce n’era una sabato sull’”Independent”, una rielaborazione del vignettista Dave Brown della cartina di Patterson, ogni stazione una vittima del terrorismo: Nicola Calipari era Waterloo. E ce n’è una coi nomi delle stazioni in tedesco, ‟se avesse vinto Adolf”. Roggero scommette che a breve, ‟se già non c’è”, ne verrà fuori una coi nomi in arabo, ‟se avesse vinto bin Laden”. Guia Soncini ma, quelle della Piccadilly nomi di santi (non vi fate prendere dal gioco del piccolo fan: per scendere a Bette Davis vi toccherebbe inoltrarvi in periferie delle quali ignoravate l’esistenza). Le stazioni chiuse dopo l’attentato, quelle della Circle line, che gira in cerchio su se stessa, hanno nomi di filosofi. Questa, la capisco persino io che non capisco di filosofia più di quanto capisca d’arte concettuale.
(Naturalmente, parte del divertimento è la catena alimentare della stardom secondo Patterson: se due o più linee s’incrociano quella del personaggio che dà il nome alla stazione è la categoria dominante. Tra ingegneri, filosofi e pittori del rinascimento italiano vincono questi ultimi, ed è Tiziano ad aggiudicarsi Oxford circus, ma tra pittori e star del cinema non c’è gara: l’incrocio tra Victoria e Northern a voi noto come Warren Street non è l’omonimo Beatty, ma Kirk Douglas).
Nel 1996, l’anno in cui Patterson viene candidato al Turner, la Tate compra ‟The Great Bear”. Se chiedi, ti dicono che ora è esposto alla Tate Modern, il che ha assolutamente senso, più Tate Modern di così, più Millennium Bridge di così, più Cool Britannia di così. Alla Tate Modern, però, la litografia è introvabile. Il primo addetto cui la descrivi, ‟una rielaborazione della mappa della metropolitana, presente?”, dice che gli suona familiare, e ti indirizza a uno sportello. La bionda allo sportello ti dice che l’opera è stata rimossa, ‟per rispetto”. Annuisci con aria contrita, e anche con una certa soddisfazione (dunque anche qualcuno che ha normali reazioni da tragedia, in città), poi chiedi dove fosse esposta. In che sezione. In che sala. Vicino a quale quadro. Già t’immagini lì a fissare la macchia d’umido sulla parete. La bionda ci pensa, nel reparto storico, direbbe, forse in una sala che ora è stata chiusa; ti indirizza altrove ancora; ti dice che ci sono dei terminali su cui puoi fare le ricerche, e i terminali ci sono, e ti dicono che Patterson l’ha chiamata Orsa Maggiore perché ci sono tutti nomi di star e che ha dichiarato ‟mi piace scompaginare la realtà che le persone danno per assodata”, e insomma abbastanza da farti pensare che gli artisti dovrebbero dipingere, mica parlare, e però non ti dice l’unica cosa che ti interessi, ovvero dov’era, finché c’era, tentato è quello che porta da Kant a Heidegger, e qualcosa vorrà pur dire.
Alex Roggero ha quarantaquattro anni, ne aveva quindici quando, seguendo il padre che si spostava per lavoro, si trasferì da Altavilla Monferrato a Londra. Dice che lo shock fu notevole, ‟erano gli anni Settanta, venivo da un liceo scientifico praticamente autogestito e mi ritrovavo nella scuola che aveva frequentato Churchill, ogni mattina quaranta minuti di parata militare durante la quale non potevi parlare né masticare, e siccome venivo sempre beccato con la gomma venivo sempre punito”. La punizione consisteva in una composizione di cinquemila parole. Tema: la pallina da ping pong. Il risultato fu che l’adolescente irrequieto inizio a scappare sempre più frequentemente da scuola per fare una cosa che sembra una follia ma che a sentir lui è una follia diffusa: girare tutto il giorno in metropolitana.
‟Diventai uno di quei ragazzini undergrounder che sanno tutto, conoscono i passaggi per gli addetti ai lavori, quelli non aperti al pubblico, per passare velocemente da una linea all’altra saltando le scale mobili, ma anche trivia assolutamente da fissati come: qual è la stazione più profonda?” (è la Victoria Station, e il concorrente di Gerry Scotti che dorme in Roggero potrebbe andare avanti per ore coi trivia sulla Northern line, e non solo: ‟Waterloo station è 22 metri sottoterra. Il punto più profondo è sempre sulla Northern, vicino a Hampstead Heath: si viaggia 68 metri sotto”. E poi il tunnel metropolitano più lungo del mondo (28 km da Morden a East Finchley), la stazione con più scale mobili (17, a Bank) e la più ripida (318 scalini, Angel). La prima scala mobile che fu quella della stazione di Earls Court, nel 1911. Roggero non è più un undergounder ma ha ancora buona memoria. E un sacco di documentazione: la sua prima macchina fotografica la comprò quando iniziò a scappare da scuola, e da allora non ha mai smesso di fare il fotografo e la Tube non ha mai smesso d’essere il suo soggetto preferito. Quando infine si decise a farne un libro (ne aveva già fatto uno sul Greyhound, il servizio di pullman che sta all’immaginario americano come la Tube sta a quello londinese), il suo editore italiano, Feltrinelli, gli disse che loro libri fotografici non ne pubblicavano, e la Tube avrebbe dovuto solo raccontarla. Nacque così Il treno per Babylon Giro del mondo in underground (2003). Il titolo è un omaggio ‟agli inservienti giamaicani della stazione di Brixton. Erano rasta osservanti, con dreadlocks mastodontici. Famosi in tutta la città perché da bravi rasta passavano le giornate a fumare ganja e di tanto in tanto si lasciavano un po’ andare. La gente che aspettava i treni per il centro sentiva l’altoparlante che annunciava, in un pesante accento delle Indie Occidentali: ladies and gentlemaaan, the next train is coming in a few minutes and is going to a new dimensiaaannn! Dalla stazione di Brixton i treni invece di andare a Walthamstaw o Finsbury Park partivano per Babylon o JAH! o qualche altro universo parallelo governato da Haile Selassie”.
Gli undergrounder, spiega Roggero, non sono che una delle tribù della Tube. C’è vita, là sotto. Ci sono i trainspotters, che gareggiano a chi individua le più rare livree, ovvero i differenti rivestimenti dei sedili dei vagoni delle diverse linee. E ci sono i surfers, la tribù più recente: i ragazzi che saltano sul tetto dopo che hanno chiuso le porte e fanno una o due stazioni di tubesurfing. Al di là l’Orsa Maggiore. C’è un’altra bionda, che ti dice che la ricerca si può fare solo dal suo terminale, e ti fa vedere la schermata che viene fuori, ma non te la stampa perché ‟in realtà non sono informazioni che posso diffondere”, ma insomma l’Orsa Maggiore l’hanno smontata a novembre, e va bene che gli attentati sono stati certamente pianificati in anticipo e non improvvisati alla notizia delle ottenute Olimpiadi, ma che a novembre già si fossero assicurati la compiacenza della Tate pare un po’ troppo. Anche la bionda è d’accordo, dice che loro con le opere fanno spesso così, le smontano, le rimontano. Il suo terminal dà il ritorno dell’Orsa come non previsto prima del settembre 2008, ma questo mi prega di non scriverlo. ‟Metta solo: tornerà in futuro”. E tornerà non qui ma alla Tate Britain, stando al terminale, ma anche su questo specifica che ‟sono informazioni in continua mutazione”. Comunque, alla fine dalla Tate Modern esci solo con una cartolina che per 60 pence ti riproduce l’Orsa. Ma coi nomi scritti così in piccolo che ci metti un po’ a capire che uno dei treni cui hanno at Uno scrittore ‟undergrounder” e l’icona pop colpita a morte a Londra Londra. Alla stazione di Hackney lo conoscono in molti. Leslie Jones ha bazzicato da queste parti per decenni e ancora adesso, anche se è in pensione, viene qui, saluta tutti, prende il ‟suo” autobus per andare in centro a Londra. Per trent’anni Jones ha fatto l’autista del ‟30”, la linea che da Hackney va a Marble Arch, quella che è stata sconquassata da una bomba, giovedì scorso. La carcassa del ‟30” è ancora lì, al riparo dagli occhi di tutti, protetta da pannelli di plastica, sventrata e scoperchiata. Jones, il giorno dell’attacco, era in metropolitana, sulla Piccadilly line, due treni dopo quello colpito da una bomba, un’altra, sotto terra. Già da venerdì l’autobus rosso su due piani ha ripreso a marciare, con una deviazione tra Euston Road e King’s Cross, perché il percorso normale è stato interrotto dallo scoppio di Tavistock Square, e di lì per il momento non si può passare. All’inizio è stato scortato da auto e moto della polizia, come tanti altri autobus di Londra, ‟perché si temeva che potesse succedere di nuovo”, ci spiega l’autista di oggi, un signore di colore che dice ha ‟la stessa passione di Jones”, ‟ci piace tanto questa strada”. Partendo dal paradiso degli ‟shopping lovers” di Marble Arch e Oxford Street, il ‟30” va verso nordest, passando per King’s Cross e poi muovendosi attraverso le terrazze di Islington, i negozietti che vendono di tutto e stanno sempre aperti, le vetrine colorate dagli abiti indiani, le drogherie turche con la bandiera in bella vista, fino a Hackney, tassello del Londonistan. Il viaggio è lungo, e fanno in tempo a cambiare i profumi, i colori, gli odori, le espressioni. I passeggeri si scrutano con un pizzico di curiosità in più. ‟E’ la linea più sicura che ci sia dice un ragazzo togliendosi una cuffia del lettore mp3 dall’orecchio è impossibile che ricapiti qui, vorrebbe dire che ce l’hanno solo con noi, no?”. Più che altro vorrebbe dire che c’è una logica nell’attacco, e allora ci sarebbe un motivo specifico per colpire da una parte piuttosto che da un’altra, e allora esisterebbero alcune regole e scoperte quelle sconfitta la paura, e allora non sarebbe il terrorismo che è, senza misura e senza specificità, quello che colpisce qualunque obiettivo, purché faccia male. C’è una logica? ‟No, forse no”, ammette il ragazzo. ‟Mi continuo a chiedere quale sia il posto più sicuro dove sedersi”, ci dice una giovane ragazza con un sacchetto della spesa. ‟Viene da pensare che vicino alle porte sia più facile salvarsi, ma quando scoppia la bomba si apre uno squarcio e a quel punto l’unica speranza è trovarsi il più lontano possibile dal punto in cui è situata la bomba ci spiega con un tono all’improvviso serio Ma forse il piano superiore è più sicuro, forse vieni catapultato fuori, le fiamme non fanno in tempo a farti troppo male”. C’è del macabro in quest’analisi, oltre che uno strano senso di prevenzione personale tanto inutile quanto esorcizzante. La ricerca di una logica ha contagiato tutti i mezzi di trasporto. Pare che si sia sparsa la voce che, in metropolitana, sia meglio entrare nelle carrozze centrali: il ‟7/7” le bombe erano tutte nelle carrozze in testa ai treni. ‟Sono più vuote, forse danno più la sensazione che si possa agire indisturbati”, azzarda un signore. Non sembra convinto, ma gli è difficile ammettere l’imprevedibilità, fa paura, fa passare la voglia di salire su qualunque mezzo, fa venir la tentazione di cambiare le proprie abitudini. ‟Ho preso quest’autobus appena è stata riaperta la circolazione ci dice una signora non potevo fare altrimenti, non ho né una macchina né un motorino né niente. Ho pensato che avrei potuto prendere un altro numero, non il 30’, ma che cambia?”. Il ‟30” passa davanti a King’s Cross. Ci sono le auto della polizia, uno sciame di poliziotti, un camion dei pompieri, microfoni pelosi e telecamere. E’ stata dedicata un’area, diligentemente transennata, per i fiori e per i messaggi di cordoglio, mentre sul pannello di legno blu dei lavori in corso sono comparse le foto dei ‟missing”. Dall’autobus molti si sporgono per guardare, e l’autista sembra rallentare per concedere un attimo in più. Dopo due fermate sale un donnone di colore con addosso un odore di fritto che s’insinua veloce tra i passeggeri. ‟Avrei voluto starmene a casa dice scartando una caramella rosa perché non mi sento per nulla tranquilla qui, su ’sto 30’. Lo so che è una stupidata eh, e che anzi forse è la linea più sicura che c’è adesso, ma io non mi sento al sicuro”. Dalle vie ordinate di Gloucester Place, dal caos di Euston Road, dalla grigia fatiscenza appena accennata di Pentonville Road si va lontano dal centro, verso nord, verso est. Le strade si fanno più strette, il traffico nel senso inverso più intenso, tanto che costringe a continue pause. L’autista guarda nello specchio retrovisore se tutto è a posto. E’ difficile capire dagli occhi dei passeggeri se c’è paura, e quanta, se la vita va avanti veramente o se forse intanto cresce l’agitazione. ‟Oggi non ho voluto leggere niente ci dice una ragazza bionda con il ‟Sun” aperto sulle gambe sono passata direttamente alle pagine in fondo, non voglio farmi suggestionare”. La rimozione: è anche questa una forma di sopravvivenza, e qui, su questo autobus che si porta addosso il numero della paura scritto davanti in giallo, fa parte delle tante alternative che ognuno s’è trovato per non stare in piedi nervoso, passando il peso da un piede all’altro, con un’unica speranza: che il viaggio finisca presto.
Il treno per Babylon di Alex Roggero
Londra, fine anni settanta: un ragazzo appena arrivato in città sta per fare il suo primo viaggio in metropolitana. Il vagone della Bakerloo Line, in cui viaggiano personaggi completamente diversi (impettiti businessman africani, rasta giamaicani, signore indiane in sari e i primi punk inglesi),…