Livio Pepino: Riforma della giustizia. Il Pera furioso

20 Luglio 2005
Non è la prima volta che il senatore Pera usa lo scranno della seconda carica dello Stato per aiutare la maggioranza ad uscire dalle proprie difficoltà. Ma, questa volta, c'è qualcosa di più. Partiamo dai fatti. Nel dicembre scorso il presidente della Repubblica rinviò alle Camere la legge, appena approvata, di controriforma dell'ordinamento giudiziario, rilevando quattro profili di macroscopica incostituzionalità e criticando in maniera esplicita un modo di legiferare confuso, oscuro e incomprensibile ai cittadini. Sei mesi dopo la maggioranza parlamentare si accinge ad approvare - con evidenti difficoltà, al punto che il governo intende porre per la seconda volta la fiducia - un testo che recepisce le osservazioni del capo dello Stato in misura prossima allo zero. All'indignazione dei migliori costituzionalisti si è affiancato, con una adesione plebiscitaria, il quarto sciopero dei magistrati. In questo contesto il Consiglio superiore della magistratura si appresta a dare il proprio parere, come vuole l'articolo 105 della Costituzione come riferimento ai progetti di legge in tema di giustizia. Evidentemente, peraltro, le voci potenzialmente critiche sono sgradite alla maggioranza: e così i componenti del Consiglio designati dalla Casa delle libertà si sottraggono al confronto degli argomenti e delle idee e, allontanandosi dall'aula, fanno mancare il numero legale impedendo all'organo di autogoverno della magistratura di far sentire la propria voce (anche qui ripetendo un copione già sperimentato).
È a questo punto che interviene il presidente Pera. Ci si aspetterebbe per invitare il Consiglio a dare rapidamente il proprio parere al fine di consentire al Parlamento di tenerne conto: tanto più in considerazione del fatto che la modifica dell'ordinamento giudiziario, riguardando lo status e l'indipendenza dei magistrati, deve essere considerata - secondo i migliori costituzionalisti - una sorta di legge organica di rango addirittura superiore a quella ordinaria. E invece no. Il presidente del Senato interviene per dire che il Consiglio deve cessare questa impertinente pretesa di applicare la Costituzione perché, così facendo, finirebbe per sovrapporsi alle Camere realizzando un improprio tricameralismo. Dice proprio così: il Consiglio deve astenersi dall'intervenire anche se il suo intervento è ‟coperto” (cosa che egli, bontà sua, contesta) dall'articolo 105 della Costituzione. C'è da non crederci: la seconda carica dello Stato contesta l'operato di un organo costituzionale (qual è il Consiglio superiore della magistratura) che agisce in base a una disposizione della Carta fondamentale (che non piace, com'è noto, al senatore Pera ma che, anche per lui, è tuttora vincolante). E non basta. L'ordine del giorno in forza del quale il Csm doveva deliberare il parere sulla legge in tema di ordinamento giudiziario era stato esplicitamente approvato (sia pure limitandone l'oggetto) dal capo dello Stato sicché la ‟tirata d'orecchie” del senatore Pera sembra rivolta prima di tutto proprio al presidente Ciampi...
È vero. Il corretto funzionamento delle istituzioni è in pericolo, ma la ragione di ciò non è l'operato del Consiglio superiore. Inutile aggiungere che si tratta dell'ennesimo frutto avvelenato del tentativo di ridurre il controllo di legalità anche limitando l'indipendenza dei giudici.

Livio Pepino

Livio Pepino è Sostituto Procuratore generale a Torino; dal 1991 al 1996 è stato segretario nazionale di Magistratura democratica; è direttore di ‟Questione giustizia” e condirettore di ‟Narcomafie”.