Non sappiamo se il giovane brasiliano ucciso a Londra avesse davvero il visto scaduto. È quello che ieri ha detto la Bbc. Dio non voglia che questa suoni come una giustificazione della polizia inglese. Ma sta di fatto che l'‟errore” che ha fatto tanto ‟dispiacere” a Blair è tutto tranne che casuale. Jean Charles De Menezes ‟sembrava” asiatico o medio-orientale (e quindi era sospettabile), aveva un giaccone (e quindi era sospetto) e per di più si è messo a correre alla vista degli agenti (e quindi era colpevole, fino a prova contraria). Purtroppo non gli è stato data nessuna possibilità di dimostrare la sua innocenza. In questo episodio, che è considerato visibilmente trascurabile da tutti (davanti alla minaccia terroristica), c'è una logica terribile, che probabilmente produrrà altre morti ‟casuali” e non solo a Londra: la sospettabilità. Si è sospettabili, perché si appartiene a categorie ‟oggettivamente” pericolose in base all'età, all'aspetto (cioè al colore della pelle) e all'abbigliamento. E poiché i sospettabili, in un momento di paranoia collettiva e di priorità fanatica della sicurezza, sono considerati automaticamente pericolosi, diventano colpevoli e si possono abbattere. D'ora in poi, in linea di principio, l'unica protezione di un sospettabile dalla morte immediata è la freddezza delle pattuglie e degli agenti in borghese nelle strade, nei metrò e sui treni. È la stessa logica che presiede al comportamento delle pattuglie americane in Iraq. Nel dubbio, prima si spara e poi si vede.
È inutile che tutti, da Blair a Pisanu (come Bush nei giorni successivi all'11 settembre) si profondano in dichiarazioni tolleranti nei confronti dell'Islam moderato. L'equazione ‟aspetto medio-orientale uguale islamico uguale potenziale terrorista” è già in vigore, e si capisce che produrrà ancora abusi, sospetto generalizzato, morti ‟accidentali” e quindi ulteriori inasprimenti di quel senso di ostilità verso l'Occidente che dilaga al di là dei nostri confini e che si dice serpeggi anche tra i più giovani migranti.
Ma il fatto è che il sospetto è talmente generalizzato che ben pochi si interrogano su come noi trattiamo i migranti. Per aver preso le difese di un ragazzo maltrattato dagli agenti - qualcosa che chiunque di noi ha potuto osservare qualche volta nella propria città - un magistrato è stato letteralmente messo alla gogna. Nessuno si chiede se le angherie a cui qualsiasi straniero (anche quelli che ce la fanno) è stato sottoposto da anni e anni - una sospettabilità che precede di gran lunga il terrorismo - non possano alimentare un profondo senso di rivalsa. Se siano cioè gli sbarchi pericolosi, i Cpt, gli arresti facili, i visti negati o protratti all'infinito, il lavoro nero o schiavistico, le pagliacciate razziste ben più significativi del presunto dilagare di una teologia radicale. E se questa non sia la forma occasionale che il risentimento dei giovani stranieri assume in Occidente.
E se quindi le pagine e pagine di elucubrazioni sull'Islam che ci affliggono sui quotidiani siano solo una pigra variante dell'indifferenza in materia di diritto alla vita degli altri che sta diventando una nostra norma culturale. A chi attribuiamo quell'enorme maggioranza di morti civili che in Iraq non sono stati causati dal terrorismo? Al caso? E a chi le innumerevoli morti per mare dei migranti? Solo ai ‟trafficanti” di clandestini? Alle condizioni metereologiche?
Quella piccola uccisione nel Tube di Londra è un segnale, tra gli altri, della cecità politica e culturale di un mondo che, negando i diritti agli altri, prepara le proprie sciagure.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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