È troppo presto, ha dichiarato ieri il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, per attribuire responsabilità per le bombe che ieri hanno di nuovo sconvolto Bali, quasi tre anni dopo l'attentato in una discoteca di Kuta Beach che ha ucciso 202 persone, in gran parte turisti stranieri, il 12 ottobre del 2002. Troppo presto, eppure è inevitabile pensare alla strage di tre anni fa, o alla bomba piazzata all'hotel Marriott della capitale indonesiana Jakarta nell'agosto 2003 (12 vittime di cui uno straniero), o ancora a quella esplosa davanti all'ambasciata australiana, sempre a Jakarta, nel settembre 2004 (tre morti): tutti questi attentati sono stati attribuiti alla rete islamica chiamata Jemaah Islamiyah, sbrigativamente definita dagli esperti occidentali come una filiale di al Qaeda nel sud-est asiatico. Negli ultimi tre anni oltre un centinaio di arresti sono stati compiuti dalla polizia indonesiana nell'ambito dell'inchiesta sulle bombe dell'ottobre 2002 e degli attentati seguenti. Una trentina di persone sono state condannate; è di appena due settimane fa la sentenza di morte per due imputati ritenuti responsabili dell'attacco all'ambasciata australiana. A morte erano stati condannati anche tre degli attentatori di Bali: i volti di Amrozi, Mukhlas e Imam Samudra sono diventati familiari al pubblico indonesiano per le clamorose confessioni rese in tribunale. Anche l'ultimo processo ha avuto la sua dose di ‟spettacolo”: il 13 settembre, mentre il giudice leggeva la condanna a morte per Iwan Darmawan Mutho, una piccola folla di sostenitori degli imputati ha cantato inni alla jihad (la ‟guerra santa”), mentre il condannato ha detto ‟ringrazio dio perché morirò da martire”.
Le indagini degli ultimi tre anni hanno permesso alla polizia indonesiana di risalire a una rete di ‟militantismo” islamico con diramazioni nell'arcipelago indonesiano e nell'intera regione - tutti o quasi vengono da scuole islamiche e/o hanno affiliazione con i gruppi più ‟militanti” dell'islam radicale. Ma cosa sia la Jemaah Islamiyah (letteralmente ‟comunità islamica”) è meno facile da stabilire. Il suo fondatore, l'anziano teologo Abu Bakar Ba'asyir, nega perfino che esista un'organizzazione con questo nome. Esiste, questo è certo, la scuola coranica in cui aveva cominciato a predicare negli anni `70, prima di andarsene in esilio in Malaysia dove ha stabilito rapporti stretti con altre scuole di quella corrente islamica che vorrebbe creare uno stato musulmano dalla Malaysia alle Filippine meridionali passando per Java. È accertato che molti dei dirigenti della rete (che esiste, eccome), sono passati dai campi di addestramento in Afghanistan - chi all'epoca della guerriglia antisovietica finanziata dalla Cia, chi negli anni `90 quando al Qaeda era gradita ospite del regime Taleban. Ma l'uomo indicato come ‟delegato” di Osama bin Laden in sud-est asiatico, Hambali, l'unico non arabo nella cerchia ristretta del leader di al Qaeda, è stato arrestato nell'agosto del 2003.
È anche certo però che le correnti dell'islam ‟jihadista” (nel senso di militante e armato) non hanno grande appeal in Indonesia, dove pure il 90% dei 210 milioni di abitanti sono musulmani. Esistono sì correnti favorevoli a modificare la costituzione laica del paese e trasformare l'Indonesia in uno stato confessionale: esistevano ai tempi della lotta per l'indipendenza, hanno trovato espressione nel movimento Darul Islam che aveva tentato una sollevazione islamista negli anni `50, si sono reincarnate negli ultimi anni in gruppi di attivisti come quello che fa capo a Ba'asyir - o anche in un partito perfettamente legale e pacifico come il Pks, Partito della giustizia e della prosperità, astro nascente della politica indonesiana, che combatte l'ingiustizia sociale e propugna la shari'a come fondamento della convivenza civile. Ma tutto questo non ha strettamente a che fare con il terrorismo.
Il fatto è che provare il nesso tra l'anziano teologo e gli esecutori della strage di Bali o dei successivi attentati è risultato difficile per gli investigatori indonesiani, e il processo a Abu Bakar Ba'asyir è assomigliato molto a un processo alle opinioni: tanto che l'anziano teologo è stato infine condannato a 30 mesi per reati amministrativi e per una vaga ‟complicità morale” nel terrorismo.


Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>