Due fatti, per puro caso, avvengono lo stesso giorno. Il 13 ottobre Il ‟New York Times” annuncia che l’Unesco si prepara a votare la Convenzione sulla diversità culturale. Il 13 ottobre arriva in libreria il saggio-diario di Gad Lerner Tu sei un bastardo. Diversità culturale vuol dire che ogni Paese e gruppo e cultura si impegnano (anche nell’uso dei mezzi di comunicazione più avanzati) a lasciare spazio alle minoranze, agli immigrati, ai nuovi venuti, così come si impegnano a rispettare tradizioni etniche e culture diverse a cui si riconoscono protezione e sopravvivenza.
È una strana convenzione, perché vincola ciascun Paese all’interno, ma vincola anche la comunità internazionale perché dice: nessun Paese ha più voce o diritto o radice o egemonia culturale di un altro. S’intende che c’è un che di utopistico e irrealizzabile in una simile affermazione. Anche quella dei padri federalisti americani, secondo cui ‟ogni uomo è creato uguale” e ‟ha diritto al perseguimento della felicità”, sono sembrate a suo tempo (tempo di schiavitù, di tirannie, di guerre) campate in aria.
Col tempo, contro il legittimo pessimismo dei contemporanei, quei princìpi alti hanno dato frutti. Sono diventati un riferimento, qualcosa a cui guardare, da invocare legittimamente nei momenti peggiori.
Il libro di Gad Lerner dice - prendendo spunto e modello dal suo cane J. (che non si può non invidiargli)- che essere bastardi è una straordinaria qualità. Permette di vivere insieme senza alzare tutto il tempo stendardi e bandiere. Ricorda che gli esseri umani ‟se mettono radici muoiono” perché da quel momento dovrebbero restare immobili e rinunciare alla bizzarra e imprevedibile avventura di esistere. Ma, una cosa per volta. Di che mondo sta parlando l’Unesco? E con quale realtà si sta confrontando Gad Lerner?
L’Unesco, nonostante la natura splendidamente universale della Convenzione sulla diversità culturale che si prepara a votare, non sta pensando tanto agli immigrati quanto ai diritti d’autore e a come contenere la poderosa forza dell’industria culturale americana che abbatte ogni barriera e fa uguale ogni mercato.
Si tratta dunque di una generale affermazione di principio e di interessi. Però arriva in un mondo in cui gli stessi ‟format” e film, e programmi, e persino abitudini e tick del linguaggio, sono incredibilmente simili nel mondo, e divisi solo in modeste aree di espressività folkloristica, al modo in cui il Commissario Montalbano predilige gli arancini, ma si ferma e torna indietro a fare la seconda (e letale) domanda, dopo una apparente disattenzione, proprio come il tenente Colombo (si scrive Columbo nella versione originale americana).
Ricordo, un giorno, in Malaysia, di aver sostato di fronte a un televisore acceso in strada, a Kuala Lampur, che trasmetteva un telegiornale. Non capivo la lingua, ma potevo riconoscere l’intonazione, l’inflessione, il tipo di pausa e impennata di voce nell’annuncio delle notizie (‟il lancio”) dei Tg americani. E del Tg5, ai tempi di Mentana.
Pensate, gli Stati Uniti voteranno da soli contro la Convenzione. Si isolano per principio in un mondo in cui diresti che hanno già vinto. Ed è vero, tutto è americano, da La Paz alla Cina. Ma tutto lo è perché la cultura americana è stata un fiume di materiali, culture, lingue, abitudini, pratiche, esperienze diverse. Aveva detto profeticamente James Madison, nel 1786, mentre contribuiva a scrivere la Costituzione di quel Paese: ‟Noi americani abbiamo in comune solo il futuro. Noi siamo il capolavoro di ciò che accadrà, non di ciò che è accaduto”.
Peccato. Votando contro l’Unesco, gli Usa, un po' allo sbando sotto George Bush, voteranno contro se stessi e contro la profezia di James Madison, come se avessero perduto il coraggio dei padri fondatori e volessero impedire al loro Paese future fuoriuscite di vitalità e di invenzione multiculturale.
Ed ecco il senso del libro di Gad Lerner, ebreo errante del nostro tempo, che ha trovato casa in Piemonte, e a cui non manca il coraggio. Ci sta dicendo: ‟Diversi? E allora?”. Usa la sua vita, con attenzione e pudore per dire che venire da tante strade e storie e paesi e villaggi del mondo, non ti fa speciale, ma certo non ti allontana dagli altri, non ti fa colloca in una piazzuola di sosta a parte, dove attendono coloro che non sono il ‟mainstream” di un Paese intento ad andare di processione in processione.
Esordisce con una frase bellissima (pag. 13): ‟La nostra consolazione - parziale, transitoria - si realizza comunque nel passaggio dalla identità individuale a quella collettiva. E di questi tempi le identità collettive, per maledizione storica generalizzata, si fondano tutte sulla ricerca di un qualsivoglia passato anziché sulla aspirazione a un futuro. Persino il comunismo al massimo si rifonda, ma sempre nel culto degli albori”.
Gad Lerner viene avanti con tranquillo coraggio come un cow boy disarmato in un Paese fermo, sospettoso, incattivito, nel quale coloro che non riescono più a vedere neppure una lama di luce del futuro, si abbandonano a tutte le nostalgie, a tutti i rimpianti. E a tutte le invenzioni di un inesistente passato, come in una famiglia che si inventa antenati.
Le radici cristiane vengono invocate dal Papa, ma anche dai leghisti di Borghezio, di Gentilini, di Calderoli, specialisti della persecuzione ai diversi, e in essi non si capisce se prevalga l’ipocrisia o l’identificazione con periodi cristiani di crudeli discriminazioni e inquisizioni (ma un difetto profondo di cultura impedisce di intrattenere questa seconda ipotesi).
Un partito di Dio, che intende dirigere la politica stando fuori dalla politica, e reagendo con sdegno a chi nota l’intonazione politica attribuita a Dio, si sta formando in Italia.
Recluta militanti soprattutto fra accaniti non credenti che hanno finalmente quadrato il cerchio: nessun dovere (di fede, di osservanza di precetti e comandamenti) e tutti i diritti di chi sta dalla parte del potere. Certo, non stanno con Dio, ma non è il punto. Stanno nelle vicinanze di un potere che, in nome di Dio, detta molte leggi. E comunque è l’unico potere che resti in giro. E agire in suo nome è un privilegio da non perdere.
Fra i militanti della nuova tribù degli atei-devoti, c’è, in Italia, la seconda carica dello Stato che, da presidente del Senato, dunque della ‟Camera alta” del Paese, spiega, in una lettera atea e devota al Papa, che non occorre, per il Senato che presiede, fare le leggi. Infatti, come dice il Papa, i diritti preesistono allo Stato e alle leggi, tutto è deciso prima, e già fatto. Dunque lo Stato (precisa il presidente del Senato, non il Papa) deve limitarsi a non interferire.
Ecco il paesaggio italiano contemporaneo nel quale si avventura Gad Lerner, in compagnia del suo cane J. che esibisce quasi in ogni capitolo, nella speranza che la sua presenza e il suo comportamento adattabile, benevolo e consapevole dei rischi che corre, ci rendano un poco meno pretenziosi e più miti.
E qui emerge la grande originalità di questo libro. La diversità, qui, non è una pretesa, non è un reclamo, non è una nuova protesta per diritti negati o una nuova denuncia di chi li nega (in Italia, da tempo, il grande accusato è sempre la sinistra, e persino quando è vero, fa effetto la rapidità o facilità - lungo tutti i versanti di opinione - con cui si è dimenticato il fascismo (quello morto con milioni di morti) e quello, diversamente abile, che è ancora in vita.
No. La diversità secondo Gad Lerner è una tollerante mitezza che devi esercitare per poterla volere o almeno desiderare. Sentite: ‟Siamo ancora ben lontani dal sogno di una società senza stranieri, e il tempo di guerra sembra trascinarci a ritroso. Ma poiché ‟l’estraneità è universale”, come ha scritto Julia Kristeva, muta radicalmente anche il nostro rapporto con l’idea di straniero. Io stesso, sono forse straniero? Julia Kristeva sarebbe capace di tracciare una magnifica elegia di questa nostra condizione apolide, del tutto compatibile con l’italianità acquisita e con lo speciale vincolo che ci lega allo Stato di Israele. È l’avvicinarsi di un mondo nel quale sarà possibile elaborare la decisiva ingiunzione biblica: ‟Non opprimete lo straniero perché anche voi siete stati stranieri”... Riformulato dalla Kristeva in: ‟Non opprimiamo lo straniero perché siamo tutti stranieri su questa terra. Riscoprire lo straniero in noi, ci risparmia di detestarlo in lui”.
Nel Paese delle campane, in cui quasi ognuno ci annuncia la sua appartenenza al regno di Dio, mi piace Gad Lerner che si limita ad affermare (trascrivo dall’ultima riga del libro): ‟Tranquillo, amico, per fortuna sei anche tu un bastardo”. E invece di additarci gli abissi della fede, che puoi avere o non avere senza smettere di essere una brava persona, si limita a indicarci un prato di convivenza chiamato vita. Lui dice che - in quel prato - basta conoscersi e rispettarsi, per trovare i Valori. E pensare che altri raccomandano almeno una guerra.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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