Maurizio Caprara: Il dopo Rugova preoccupa l’Italia.

10 Gennaio 2006
La neve sciolta da una pioggia sottile scopre tombe con marmi neri spaccati e schegge di lapidi divelte. C’è qualcosa di sconcio in questa visione, trasuda violenza nonostante l’immagine che si presenta agli occhi consista soltanto in pietre immobili. Intorno, monconi di palazzine, ossature di piloni senza più pareti intorno. Qua e là, case di mattoni nuovi. Poche, immerse in un silenzio lunare come tutto il resto. Da un rudere sovrastato da sacchetti di sabbia fradicia, arriva un capitano italiano. Lo seguono due soldati con i mitra pronti all’uso, uno del nostro Paese, l’altro sloveno. Spiega l’ufficiale: «Circa 50 dei serbi che abitavano qui sono tornati, e non soltanto per avere i contributi per ricostruire la casa. Vogliono restare, e ciò dimostra che la nostra presenza serve». Si presenta così Belo Polje, villaggio serbo del Kosovo a maggioranza albanese, in questi giorni. Tra quelle tombe e quelle case, l’ultima ondata di distruzioni risale al marzo 2004, quattro anni dopo la fine della guerra. I serbi, che erano stati guidati dal persecutore di albanesi Slobodan Milosevic, si trovano il più delle volte nella parte dei perseguitati. Senza gli alpini della Brigata Julia, che incorpora anche sloveni e ungheresi nella Multinational land force, nel villaggio sopra Pec non ci sarebbero neppure i 50 abitanti. E adesso che il presidente kosovaro Ibrahim Rugova, forse mitizzato, ma a lungo fautore di una non violenza rara in queste terre, sta male, ci si chiede se la relativa calma di posti come Belo Polje non abbia di fronte a sé difficili esami. Gianfranco Fini mercoledì ha visitato a Pec il comando della Kfor, affidato all’italiano Giuseppe Valotto. Del suo viaggio nei Balcani non va trascurato ciò che ha sentito a Pristina. Rugova ha rinunciato a ricevere il ministro degli Esteri italiano. Motivazione fornita: malato di cancro da mesi, il presidente kosovaro martedì aveva avuto un collasso. C’è stato, invece, il colloquio con il premier Bajram Kosumi. Alla diplomazia italiana non è parso rassicurante. Quando Fini ha sostenuto l’idea di un’indipendenza limitata del Kosovo, oggi provincia autonoma della Serbia, e l’ha condizionata al raggiungimento degli standard richiesti dalla comunità internazionale sulla tutela delle minoranze, Kosumi ha trattato i negoziati da aprire come un’incombenza tecnica. Dando l’indipendenza per scontata. «In alcuni casi, gli standard sono di gran lunga al di sotto dei requisiti minimi. In particolare per quanto riguarda il diritto dei profughi a tornare», ha osservato Fini. «L’indipendenza non è già stata definita», ha sottolineato. Ma i kosovari albanesi hanno fretta di staccarsi da Belgrado. A Tirana, più tardi, il primo ministro Sali Berisha ha detto riservatamente a Fini che proporrà a Pristina di concedere un’amnistia ai serbi.

Maurizio Caprara

Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …