Io non sono Mia. Colloquio con Giulia Carcasi
Ci sono vari momenti, parlando con Giulia Carcasi, in cui è impossibile non pensare che la frase più bella sull’avere vent’anni l’ha scritta Guccini. Eppure nessun momento è giusto per dirglielo, perché una parte di quella frase è ‟A vent’anni si è stupidi davvero”, e Carcasi è una ragazza troppo educata per non offendersi, troppo giovane per non prendere terribilmente sul serio i suoi ventidue anni, troppo serenamente borghese per concepire che guardandola si pensi a Eskimo. Molto è stato scritto del suo primo libro, Ma le stelle quante sono, pubblicato un anno e mezzo fa e spudoratamente autobiografico. Un’adolescente, la maturità, il compagno di classe cui si è sempre guardato come amico che alla fine si scopre amore, quello di cui si pensa sia amore che alla fine si scopre niente. Narrato dalla voce di lui e da quella di lei, il libro che ci si aspettava da una ragazzina di buona famiglia. Carcasi ha appena compiuto ventidue anni, vive coi genitori, non tiene a posto la sua stanza ed è in ritardo con gli esami all’università (medicina); ma è anche una che dice frasi come ‟ho fatto la gavetta dei concorsi letterari, ho cominciato a quindici anni” e insomma si sente anziana. Quindi Io sono di legno (appena arrivato nelle librerie) ha ancora una volta due voci, una madre e una figlia adolescente, ma quella dominante e più evidentemente sentita dall’autrice è la madre, non accidentalmente chiamata Giulia, con la sua vita ben più complicata e interessante raccontata in una lettera a una figlia, Mia, che neppure ne immagina le sfaccettature. C’è un amore sbagliato anche nella giovinezza della madre, e una sorella cattiva che glielo insidia, e un matrimonio per rifugio più che per amore, e un amore sconvolgente, e un finale alla Incantesimo. Negli intermezzi c’è il diario della figlia, letto di nascosto dalla madre, una figlia che fa di tutte per trasgredire, che fa sesso con ragazzi sempre diversi e sempre insignificanti. Una figlia che fa scandire all’autrice per tre volte, nel corso dell’intervista, la frase: ‟Questo libro non è autobiografico”. La prima volta in cui lo precisa, dice: ‟Questo va specificato molto chiaramente”; la seconda: ‟Spero che i miei non lo leggano”; la terza: ‟Mio padre prende la lupara”. Puoi essere una ragazza cresciuta in fretta, ma non vuoi comunque che il tuo papà pensi che la sua bambina fa la sporcacciona coi ragazzi. Se non è la Mia del libro, Carcasi giura di non esserne neppure la Giulia, di non essere davvero una donna adulta: ‟Io sono un pezzetto di donna”, e di aver scelto una femmina di un’età diversa come protagonista perché ‟mi piace osservare il mondo senza di me” e questa è una citazione della sua stessa prosa, e una cosa accomuna gli scrittori ventenni e quelli di qualunque altra età: il modo in cui s’innamorano delle loro stesse parole. Neanche sua madre, precisa, è la madre del libro, quella divisa tra amore e matrimonio: ‟Mia madre è fedele al telefonino, non lo cambierebbe mai, figurati al marito” (se questo fosse un film, a questo punto Eskimo partirebbe in sottofondo: ‟Quante balle si ha in testa a quell’età”.
Nel primo romanzo c’era una compagna di classe che faceva sesso col presunto amore della protagonista. Nel secondo c’è una sorella che si fa sorprendere a letto col presunto amore della sorella, e neppure chiede scusa. Carcasi dice che lei non potrebbe mai tradire, ha ‟l’ideale del pareggio: se io sono leale con te tu devi esserlo con me”. Dice che già si sente dolorosamente divisa tra la medicina e la letteratura, figuriamoci se si mette a dividersi tra due uomini. A domanda sulla doppia narrazione dei suoi libri, entrambi raccontati da due voci, dice che non potrebbe mai scrivere una storia che non sia narrata in prima persona, e non sia rivolta a un ‟tu”. ‟Ma magari il prossimo lo scrivo in terza persona, parlando delle mie infedeltà, per non farmi riconoscere”. Delle traditrici dei suoi romanzi dice: ‟Per fare male ci vuole una grande fantasia, io ne ho di meno, quindi scrivo libri”. In compenso è gelosa. Nel primo romanzo c’è una scena di quelle che ti fanno socchiudere gli occhi piano pensando: ‟Oh, sì, come ne so qualcosa”. E il momento in cui la protagonista legge gli sms sul cellulare del suo bello, e ne scopre il tradimento. Non può che essere autobiografico. ‟Non è che leggo i messaggi, però se il telefonino sta lì, che fai, non dai un’occhiata? Sono gli oggetti che ti chiamano”.
Mia e la madre si scrivono, attraverso un diario e una lettera, per incapacità di comunicare normalmente. A casa Carcasi, la situazione non è così drammatica: ‟Ci sono state più parole affilate che complimenti, ma non come nel libro. Con mia madre non ho il problema di mettere le parole per iscritto: ce l’ho con me stessa”. Io sono di legno l’ha riscritto quattordici volte, e racconta che ogni volta era diverso: ‟La stessa frase la riscrivo sempre diversamente, e se non ci riesco allora significa che quella è stata una giornata senza evoluzione”. Come ogni scrittore di ogni età, scrive per risparmiare sulla psicoterapia: ‟Ho bisogno di aggiustare i ricordi. Scrivendo libri li sistemo nel modo in cui mi facciano meno male possibile”. In questo equilibrio sopra la follia, per un ragazzo deve essere difficilissimo inserirsi: ‟Quando scrivo riesco a tirare fuori delle mie componenti che non so se un uomo riuscirà mai a toccare”. Quando scrive è una madre che non sa di chi sia figlia sua figlia, e una figlia che fa sesso casuale. Quando si muove tra l’università e le bozze da correggere, detesta che la si liquidi come ‟brava ragazza”: ‟Brava ragazza è sinonimo di casa-e-chiesa, io vado anche in discoteca”, dice con una serietà commovente.
Le chiedo se abbia mai mandato lettere d’amore. Lei mi dice che ne ha ‟più ricevute che mandate. lo le scrivo, ma poi le tengo lì. Anche se per me sono spedite”. Le chiedo di descrivermi il ventenne del 2006 che scriva lettere d’amore, invece che sms con le faccette e la k al posto dei ch, e lei fa spallucce: ‟Disadattati come me”. Poi ci ripensa: ne ha mandata una, e l’ingrato che l’ha ricevuta ‟mi ha detto: Bella, ma quello che hai scritto lo provi davvero o era un esercizio di stile?’ La fregatura degli scrittori: nei libri scrivi per finta e ti prendono sul serio. Nella vita scrivi sul serio e ti prendono per finta”. E parecchio saggia, per avere l’età di Beatrice Borromeo. Tra dieci anni, dice di immaginarsi ‟più stratificata, e magari con un equilibrio. Oppure... La gente ha questa fissa, bisogna trovare un equilibrio, ma se punti tutta la vita a cercare l’equilibrio e poi quando lo trovi ti rendi conto che è una gran rottura? In fondo le cellule l’equilibrio Io raggiungono solo con la morte”. Mentre si allontana verso l’università, a studiare l’invecchiamento delle cellule in camice bianco, me la immagino per l’ultima volta con il vocione gucciniano che la accompagna, ‟Perché a vent’anni è tutto ancora intero”.
Io sono di legno di Giulia Carcasi
È l'alba di una domenica qualunque.Giulia aspetta, Mia non è ancora tornata dai suoi sabati senza freno. Sono madre e figlia divise da un precipizio di anni e segreti, apparentemente sicure delle proprie scelte: hanno applicato alle loro vite teoremi precisi e sembrano funzionare. Ma quando Giulia …