Enrico Palandri: La sinistra assediata dalla finanza globale
19 Gennaio 2006
La discussione che si è avviata sulla moralità potrebbe essere un’occasione anche non elettorale per riflettere su quali siano oggi gli orizzonti culturali degli italiani. Cominciamo dalla destra: non si tratta solo dell’indifferenza di fronte al malaffare economico, ma di una crisi più generale. Fino a pochi anni fa nesuno poteva accusare la destra di una mancanza di moralità; antiquata, magari. Ma non immorale. La destra aveva una visione tardo risorgimentale della patria, con la famiglia brandita in modo magari un po’ retorico ma certamente radicata nella storia italiana. Non è mai stata la mia idea di moralità, ma è una visione morale, cioè un modo di riconoscere comportamenti più o meno leciti in sè e negli altri. L’amoralità di Berlusconi ha invece le sue radici in Rhett Butler, il protagonista di Via col vento (non a caso la colonna sonora di questo film è la sigla del programma che ha più degli altri propagandato la crisi che cerco di descrivere). Clarke Gable, di fronte all’idealismo conservatore della Confederazione degli Stati del sud, confessa a Vivien Leigh - Scarlett O’hara: ‟Io credo solo a Rhett Butler”. Un po’ l’idea espressa una ventina di anni fa da Margaret Thatcher quando ha detto che non esiste una cosa che si chiama società, ma solo degli individui.
Negli Stati Uniti questa visione domina gli affari: è il frutto della convivenza di gruppi culturali diversi che, radicati in tradizioni eterogenee, hanno in comune un unica cosa: il sistema economico. Tutto il resto, dalla religione alla visione della storia, dalla letteratura al modo di vestire, resta diversa. Cattolici, ebrei, mussulmani, italiani o irlandesi, wasps e blacks, vivono contigui ma non insieme. Segregati per scuole, per quartiere, per culture. La frase della Thatcher, proponendo il modello nord americano agli inglesi, provocò una reazione feroce anche nel partito conservatore (oggi con Cameron più che mai lontano da quella visione) e la si riconosce nel comportamento di suo figlio, continuamente coinvolto in serissimi guai (da ultimo il tentato colpo di stato in Guinea Equatoriale). Si è però affermata come una legittima amoralità dei servizi finanziari. Chi ha a che fare con il denaro non è un devoto di San Francesco. Il ‟Guardian” ha quest’anno messo a disposizione di un trader, un operatore di borsa, 10.000 sterline. Un uomo simpatico, giocatore di poker, che ha in un anno ottenuto un profitto del 16%; dai suoi articoli del resto, nonostante i profitti siano destinati alla beneficenza, si capisce quel che era ovvio in partenza, che la finanza a differenza dell’impresa è totalmente amorale. Un’impresa coinvolge chi vi lavora, la qualità dei prodotti attraverso cui compete, il mercato in cui opera; è un bene sociale, i suoi profitti non sono colpi di fortuna ma pazienti accordi tra le parti che la animano e si capisce che la sinistra da sempre l’abbia avvertita come un bene condiviso. Concertazione non è altro che governo comune di un bene comune. I prodotti finanziari invece al contrario sono assolutamente individuali, tendenzialmente clandestini. Se io gioco il 25 alla roulette e il 25 esce, non devo nulla a nessuno. Non si dice spesso neppure al fratello o alla moglie quanto c’è in un conto corrente. Le operazioni finanziarie tendono a superare ciò che di materiale sussiste nell’impresa e ottimizzare il profitto, quindi eliminare i diritti di chi lavora, il valore di ciò che vi si produce, il significato sociale della ricchezza. L’ideale di un prodotto finanziario è un prodotto virtuale, un ipotesi di profitto, prodotto non si sa dove e non si sa quando, venduto globalmente.
La crisi morale della destra è in buona sostanza la fine di una tradizione nazionalista e borghese radicata nell’impresa su cui prevale una nuova economia finanziaria che non produce più capitali con cui si identificano famiglie, etiche del lavoro come quella dell’Olivetti, ma una serie di miracolati che, nel momento di maggior svuotamento ideale, cercano una copertura nella religione, ma in modo del tutto strumentale e superficiale. Una religione che non penetra nei comportamenti reali, non modifica abitudini sessuali, uso di contraccettivi o comportamenti nei confronti dell’aborto o del divorzio, semplicemente assolve da una mancanza di morale. Una religiosità a cui Rhett Butler potrebbe benissimo rifarsi per motivi elettorali o economici senza dover compiere altro che gesti rituali se gli fosse necessario.
In che modo questa crisi morale esiste anche a sinistra? Il caso delle cooperative è molto interessante: anche in Gran Bretagna il sistema delle cooperative, il CIS, è un grandissimo gruppo economico. Per estensione forse il primo gruppo e da sempre. Prima della riforma del welfare nel dopoguerra arrivava addirittura a offrire, attraverso i divvy (da dividends) una sorta di sussidio di disoccupazione, con un budget dunque paragonabile a quello della sicurezza sociale. Alcuni anni fa hanno avuto un personaggio che, sebbene non abbia commesso nulla di illegale, ha tentato come Consorte, di trasformare questo grande gruppo in un moderno gruppo finanziario. Il capitale accumulato attraverso il lavoro e il commercio richiede di essere gestito secondo regole che inevitabilmente si separano da quelle del lavoro e del commercio. Ognuno di noi, se riesce a risparmiare qualcosa, vorrebbe difenderlo dall’inflazione, farne un bene durevole, se possibile farlo crescere. Una casa, ad esempio, non è più per nessuno solo il luogo in cui vivere, ma un investimento che difende un valore economico che altrimenti si dissolverebbe. Come le cooperative italiane, il movimento cooperativo britannico sostiene alcuni deputati laburisti. Nato all’inizio dell’800 e sviluppatosi con la rivoluzione industriale ha oggi una banca, un sistema assicurativo e via dicendo.
Nel caso inglese è stata la CIS a resistere nella sua vecchia struttura espellendo il giovane manager, un po’ come pare stia accadendo con Consorte. Questo fatto era stato osservato attentamente nelle pagine economiche dai commentatori. La discussione si era concentrata sulla distinzione, per farla breve, tra gli ethic funds e quelli che si chiamano i sin funds. I fondi di investimento etici e quelli del peccato. Chiaramente una ditta che fabbrica palloni e riesce a farli cucire da bambini in un paese fuori da ogni controllo umanitario, o che usa il lavoro di schiavi nascosti in qualche isola, ha profitti molto maggiori di una ditta che cerca di garantire la moralità dei propri investimenti. Il giornalista trader del ‟Guardian” non ha dubbi, nonostante il giornale sia di sinistra: cut losers, let winners run. Tagliare le perdite, lasciar correre i vincitori. Ma un’organizzazione che ha intessuta nella propria storia un’ipotesi di società diversa, non può immaginare di venire riassunta dai propri dirigenti. La comunità non è solo la sua radice, ma il suo tessuto.
Per concludere, il socialismo non è affatto un’utopia, ma un arcipelago di realtà che dalla scuola al sistema sanitario difendono importanti fulcri delle comunità dalla barbarie. La scuola, il sistema sanitario o pensionistico. Come diceva Rosa Luxembourg, questa è ancora l’opposizione fondamentale che abbiamo di fronte: socialismo o barbarie. Un individuo da solo, come Rhett Butler, non può fondarsi una morale, ha solo una biografia. Magari appassionante e avventurosa, ma solo e sempre la sua storia. Una morale invece è visione della storia e del nostro ruolo tra gli altri. Importa davvero poco che Massimo D’Alema abbia una bella barca. Ciò che sarebbe utile a ricostruire non una semplice biografia ma una morale condivisibile è capire come - tra Potere Operaio e i referendum degli anni ’70 che ebbero protagonisti i radicali, tra Berlinguer e Craxi - i Ds siano arrivati a pensare a un partito democratico unico. Se davvero c’è una riflessione profonda, si vorrebbero leggere delle belle pagine su Pasternak e Havel, Kundera e Daniel. Parlare di Jack Kerouac e Giangiacomo Feltrinelli. La sinistra italiana ha una storia bellissima, molto articolata, ricca di importanti conquiste e di una cultura straordinariamente complessa. Ma tristemente settaria. Solo riuscendo a discuterla apertamente, la sua realtà si afferma sulle scorciatoie populiste care alla destra. Le sue ragioni non si misurano in dimensioni finanziarie ma in forza culturale. La moralità? Non è altro che il rispetto per la comunità a cui si appartiene, per questo non può prescindere da un discorso ampio e condiviso su cosa siamo. Se il discorso comune è il territorio delle scorribande televisive, delle apparizioni lampo, del tifo, non abbiamo nulla in comune, non c’è morale né a destra né a sinistra. Se ricominciamo a parlare bene, di poesia e di noi stessi oltre che di economia e affari, se vogliamo appartenere a un mondo e capirlo, la morale è il nostro equilibrio con queste regole. Questa storia non è affatto radioattiva, ma bisogna saperla raccontare.
Negli Stati Uniti questa visione domina gli affari: è il frutto della convivenza di gruppi culturali diversi che, radicati in tradizioni eterogenee, hanno in comune un unica cosa: il sistema economico. Tutto il resto, dalla religione alla visione della storia, dalla letteratura al modo di vestire, resta diversa. Cattolici, ebrei, mussulmani, italiani o irlandesi, wasps e blacks, vivono contigui ma non insieme. Segregati per scuole, per quartiere, per culture. La frase della Thatcher, proponendo il modello nord americano agli inglesi, provocò una reazione feroce anche nel partito conservatore (oggi con Cameron più che mai lontano da quella visione) e la si riconosce nel comportamento di suo figlio, continuamente coinvolto in serissimi guai (da ultimo il tentato colpo di stato in Guinea Equatoriale). Si è però affermata come una legittima amoralità dei servizi finanziari. Chi ha a che fare con il denaro non è un devoto di San Francesco. Il ‟Guardian” ha quest’anno messo a disposizione di un trader, un operatore di borsa, 10.000 sterline. Un uomo simpatico, giocatore di poker, che ha in un anno ottenuto un profitto del 16%; dai suoi articoli del resto, nonostante i profitti siano destinati alla beneficenza, si capisce quel che era ovvio in partenza, che la finanza a differenza dell’impresa è totalmente amorale. Un’impresa coinvolge chi vi lavora, la qualità dei prodotti attraverso cui compete, il mercato in cui opera; è un bene sociale, i suoi profitti non sono colpi di fortuna ma pazienti accordi tra le parti che la animano e si capisce che la sinistra da sempre l’abbia avvertita come un bene condiviso. Concertazione non è altro che governo comune di un bene comune. I prodotti finanziari invece al contrario sono assolutamente individuali, tendenzialmente clandestini. Se io gioco il 25 alla roulette e il 25 esce, non devo nulla a nessuno. Non si dice spesso neppure al fratello o alla moglie quanto c’è in un conto corrente. Le operazioni finanziarie tendono a superare ciò che di materiale sussiste nell’impresa e ottimizzare il profitto, quindi eliminare i diritti di chi lavora, il valore di ciò che vi si produce, il significato sociale della ricchezza. L’ideale di un prodotto finanziario è un prodotto virtuale, un ipotesi di profitto, prodotto non si sa dove e non si sa quando, venduto globalmente.
La crisi morale della destra è in buona sostanza la fine di una tradizione nazionalista e borghese radicata nell’impresa su cui prevale una nuova economia finanziaria che non produce più capitali con cui si identificano famiglie, etiche del lavoro come quella dell’Olivetti, ma una serie di miracolati che, nel momento di maggior svuotamento ideale, cercano una copertura nella religione, ma in modo del tutto strumentale e superficiale. Una religione che non penetra nei comportamenti reali, non modifica abitudini sessuali, uso di contraccettivi o comportamenti nei confronti dell’aborto o del divorzio, semplicemente assolve da una mancanza di morale. Una religiosità a cui Rhett Butler potrebbe benissimo rifarsi per motivi elettorali o economici senza dover compiere altro che gesti rituali se gli fosse necessario.
In che modo questa crisi morale esiste anche a sinistra? Il caso delle cooperative è molto interessante: anche in Gran Bretagna il sistema delle cooperative, il CIS, è un grandissimo gruppo economico. Per estensione forse il primo gruppo e da sempre. Prima della riforma del welfare nel dopoguerra arrivava addirittura a offrire, attraverso i divvy (da dividends) una sorta di sussidio di disoccupazione, con un budget dunque paragonabile a quello della sicurezza sociale. Alcuni anni fa hanno avuto un personaggio che, sebbene non abbia commesso nulla di illegale, ha tentato come Consorte, di trasformare questo grande gruppo in un moderno gruppo finanziario. Il capitale accumulato attraverso il lavoro e il commercio richiede di essere gestito secondo regole che inevitabilmente si separano da quelle del lavoro e del commercio. Ognuno di noi, se riesce a risparmiare qualcosa, vorrebbe difenderlo dall’inflazione, farne un bene durevole, se possibile farlo crescere. Una casa, ad esempio, non è più per nessuno solo il luogo in cui vivere, ma un investimento che difende un valore economico che altrimenti si dissolverebbe. Come le cooperative italiane, il movimento cooperativo britannico sostiene alcuni deputati laburisti. Nato all’inizio dell’800 e sviluppatosi con la rivoluzione industriale ha oggi una banca, un sistema assicurativo e via dicendo.
Nel caso inglese è stata la CIS a resistere nella sua vecchia struttura espellendo il giovane manager, un po’ come pare stia accadendo con Consorte. Questo fatto era stato osservato attentamente nelle pagine economiche dai commentatori. La discussione si era concentrata sulla distinzione, per farla breve, tra gli ethic funds e quelli che si chiamano i sin funds. I fondi di investimento etici e quelli del peccato. Chiaramente una ditta che fabbrica palloni e riesce a farli cucire da bambini in un paese fuori da ogni controllo umanitario, o che usa il lavoro di schiavi nascosti in qualche isola, ha profitti molto maggiori di una ditta che cerca di garantire la moralità dei propri investimenti. Il giornalista trader del ‟Guardian” non ha dubbi, nonostante il giornale sia di sinistra: cut losers, let winners run. Tagliare le perdite, lasciar correre i vincitori. Ma un’organizzazione che ha intessuta nella propria storia un’ipotesi di società diversa, non può immaginare di venire riassunta dai propri dirigenti. La comunità non è solo la sua radice, ma il suo tessuto.
Per concludere, il socialismo non è affatto un’utopia, ma un arcipelago di realtà che dalla scuola al sistema sanitario difendono importanti fulcri delle comunità dalla barbarie. La scuola, il sistema sanitario o pensionistico. Come diceva Rosa Luxembourg, questa è ancora l’opposizione fondamentale che abbiamo di fronte: socialismo o barbarie. Un individuo da solo, come Rhett Butler, non può fondarsi una morale, ha solo una biografia. Magari appassionante e avventurosa, ma solo e sempre la sua storia. Una morale invece è visione della storia e del nostro ruolo tra gli altri. Importa davvero poco che Massimo D’Alema abbia una bella barca. Ciò che sarebbe utile a ricostruire non una semplice biografia ma una morale condivisibile è capire come - tra Potere Operaio e i referendum degli anni ’70 che ebbero protagonisti i radicali, tra Berlinguer e Craxi - i Ds siano arrivati a pensare a un partito democratico unico. Se davvero c’è una riflessione profonda, si vorrebbero leggere delle belle pagine su Pasternak e Havel, Kundera e Daniel. Parlare di Jack Kerouac e Giangiacomo Feltrinelli. La sinistra italiana ha una storia bellissima, molto articolata, ricca di importanti conquiste e di una cultura straordinariamente complessa. Ma tristemente settaria. Solo riuscendo a discuterla apertamente, la sua realtà si afferma sulle scorciatoie populiste care alla destra. Le sue ragioni non si misurano in dimensioni finanziarie ma in forza culturale. La moralità? Non è altro che il rispetto per la comunità a cui si appartiene, per questo non può prescindere da un discorso ampio e condiviso su cosa siamo. Se il discorso comune è il territorio delle scorribande televisive, delle apparizioni lampo, del tifo, non abbiamo nulla in comune, non c’è morale né a destra né a sinistra. Se ricominciamo a parlare bene, di poesia e di noi stessi oltre che di economia e affari, se vogliamo appartenere a un mondo e capirlo, la morale è il nostro equilibrio con queste regole. Questa storia non è affatto radioattiva, ma bisogna saperla raccontare.
Enrico Palandri
Nato a Venezia nel 1956, è cresciuto a Roma (fino al 1970) a Trento (fino al 1974) a Venezia (1975) seguendo gli spostamenti del padre, ufficiale di carriera della Guardia …