Giuliana Sgrena: Iraq. Vittime al femminile
19 Gennaio 2006
Liberate Jill Carroll. Senza se e senza ma. Lo direbbero anche le prigioniere irachene. Non si può combattere una guerra sul corpo delle donne. Donne sequestrate da chi dice di voler liberare il paese e le proprie prigioniere. Donne imprigionate, come gli uomini, da chi occupa il paese. Donne spesso private della libertà dagli occupanti con il solo obiettivo di catturare i loro uomini. Prigioniere di cui non si conosce il numero, il luogo di detenzione, il volto. E se si conoscesse la loro identità sarebbe ancora peggio perché una volta liberate potrebbero essere uccise per lavare l'onore. Donne che non contano nulla, tranne quando diventano oggetto di scambio. Non si può ricattare la vita di una donna in cambio della salvezza di altre donne. Che in Iraq contano sempre meno, sicuramente per chi ne chiede la liberazione. Ma anche per chi ha imposto il black out dell'informazione su Jill Carroll negli Stati uniti. Ribadendo chi ha paura dell'informazione sull'Iraq e la guerra che continua. Perché sempre più spesso in Iraq sono le donne ad essere rapite? Spesso mi sono sentita ripetere questa domanda, dalle Simone in poi. Perché le donne sono sul terreno anche se sono spesso ‟invisibili”: lo erano le Simone stando a contatto con la gente che aiutavano, Susanne lavorando come archeologa, Clementina in Afghanistan. E Jill Carroll a Baghdad andando in giro a intervistare la gente, i sunniti ignorati da tutti, ovvero faceva la giornalista. Come deve essere fatto questo lavoro, che è sempre più pericoloso nei luoghi di conflitto e in Iraq in particolare, le cifre lo dimostrano: 31 giornalisti rapiti, 76 uccisi dall'inizio della guerra. Un record. Da non vantare. Così come non si può ignorarne l'effetto: il silenzio totale su quello che succede in Iraq. Rotto solo da qualche rapimento, quando tocca a un occidentale, e nemmeno sempre, il caso di Jill Carroll lo dimostra.
Non si può tacere sugli effetti della guerra e parlare di un processo di democratizzazione che non può essere nemmeno testimoniato dai media. Dopo un mese dalle elezioni non ci sono ancora i risultati, anche se sicuramente non saranno tenute nel dovuto conto le accuse di brogli. Jill Carroll è stata rapita - e il suo traduttore ucciso - perché andava a intervistare un leader sunnita in città, a Baghdad. Non basta infierire sui criminali che l'hanno presa in ostaggio - anche se sono la prima a farlo - ed evitare di dare le informazioni - chi si ricorda più dei quattro pacifisti rapiti? - perché così si nascondono le radici del problema. La «normalizzazione» di un paese non avviene ignorandone la violenza quotidiana causata dall'occupazione che ha provocato l'imbarbarimento del paese: degenerazione di alcuni gruppi della resistenza, proliferazione del terrorismo, imposizione di diktat religiosi che cancellano i diritti delle donne, violazione di tutti i diritti umani, regolamenti di conti. Senza dimenticare il ‟fuoco amico”. E pensare che c'è chi paventa una guerra civile se le truppe si ritireranno.
Non si può tacere sugli effetti della guerra e parlare di un processo di democratizzazione che non può essere nemmeno testimoniato dai media. Dopo un mese dalle elezioni non ci sono ancora i risultati, anche se sicuramente non saranno tenute nel dovuto conto le accuse di brogli. Jill Carroll è stata rapita - e il suo traduttore ucciso - perché andava a intervistare un leader sunnita in città, a Baghdad. Non basta infierire sui criminali che l'hanno presa in ostaggio - anche se sono la prima a farlo - ed evitare di dare le informazioni - chi si ricorda più dei quattro pacifisti rapiti? - perché così si nascondono le radici del problema. La «normalizzazione» di un paese non avviene ignorandone la violenza quotidiana causata dall'occupazione che ha provocato l'imbarbarimento del paese: degenerazione di alcuni gruppi della resistenza, proliferazione del terrorismo, imposizione di diktat religiosi che cancellano i diritti delle donne, violazione di tutti i diritti umani, regolamenti di conti. Senza dimenticare il ‟fuoco amico”. E pensare che c'è chi paventa una guerra civile se le truppe si ritireranno.