Giulio Marcon: La terra vista da Bamako
27 Gennaio 2006
Forse non sarà ricordato per la presenza delle grandi folle (comunque diverse migliaia), ma sicuramente il forum sociale mondiale in Mali rappresenta un punto di svolta nella stagione dei movimenti sociali mondiali. Di quelli africani pronti ad intraprendere la strada di un nuovo panifricanesimo per liberare il continente dal neoliberismo. E di quelli europei, ancora più consapevoli del policentrismo del pianeta. Non è - ovviamente - tanto o solo il protagonismo dei movimenti africani ad emergere con forza, quanto le relazioni nuove che si stanno costruendo tra i movimenti del Nord e Sud (ovviamente quelli africani) del mondo e i temi che si dibattono, a partire da quello dell'immigrazione e poi quelli della democrazia diretta (e della politica dal basso), dei beni comuni, della cooperazione internazionale, del commercio e dell'economia locale dentro la globalizzazione. Una rete di relazioni fatte di ‟pari dignità” senza la cappa ideologica di un terzomondismo ormai datato, o la tutela di certe ong sempre più in cerca - anche in Africa - della propria sopravvivenza economica.
Si tratta di relazioni vere, fatte di posizioni e iniziative radicali, ma senza quella declinazione politicista e alla fine un po' strumentale che in altre occasioni hanno trovato spazio. Contro i tentativi di riduzione a ‟soggetto politico” (aleggiato, all'apertura con la conferenza inaugurale su Bandung) il forum del Mali ha avuto il merito di difendere la sua più importante identità e valore: quella di uno ‟spazio pubblico” della politica e dell'iniziativa dei movimenti sociali, di moltiplicazione della rete - si potrebbe dire policentrica - contro la sua riduzione a ‟contropotere” struttura, organizzazione.
Eppure, c'è maggiore consapevolezza della necessità di una radicalità nuova, non riducibile alla mistica ipertrofica dei documenti o all'individuazione di leadership o avanguardie (cui si è riferito polemicamente - nella discussione sul futuro dei forum policentrici- Taoufik Ben Abdallah, coordinatore del Social Forum africano), e che è fatta di alternative concrete, di pratiche da diffondere ed ampliare. Pratiche dal basso, lotte sociali, politica vanno insieme. E si realizzano anche su un altro piano, quello della convivenza e della democrazia, come qui in Mali dove convivono 12 etnie senza, con rare eccezioni, fare guerre (qualcosa da imparare in Europa), o dove si tenta di diffondere e distribuire il potere (come insegna il burkinabe Ki-Zerbo) in un sistema di reti locali e sociali, senza cadere in quella che noi potremmo chiamare devolution o nelle trappole dello stato-nazione, la cui assolutizzazione si porta dietro guerre, violenze, oppressione delle minoranze - e che è stato imposto (con conseguenze drammatiche) all'Africa postcoloniale.
A Bamako si è respirata un'aria sicuramente fresca e nuova: come quella delle reti euro-africane sulle migrazioni (finalmente gli europei discutono di immigrazione ‟dall'altra sponda”) o sull'acqua (con un'importante dichiarazione comune) o sull'economia e la democrazia locale. Una delle novità più evidenti è proprio quella della costruzione di un piano di azione comune sull'immigrazione (la parte del forum, forse più ricca, fino alla decisione di una giornata internazionale di mobilitazione), che vista da Bamako sembra aprire la strada di una nuova alleanza tra movimenti del Nord e del Sud, decisamente inedita rispetto al passato. Così, il tema di una nuova cooperazione internazionale ha evidenziato la sua non riducibilità al ‟paternalismo caritativo” (come recitava il titolo di un seminario) in voga tra le istituzioni internazionali o a ‟pannicello umanitario” degli ‟effetti collaterali” del neoliberismo. Una cooperazione internazionale fondata sul protagonismo della società civile africana e non sul suo essere ‟implementing partner” di progetti di istituzioni internazionali o ong occidentali. Parafrasando il Pasolini de ‟la terra vista dalla luna”, il mondo (anche quello dei movimenti sociali) visto dall'Africa di Bamako riacquista il sapore delle radici e delle sue contraddizioni più profonde illuminate di sinistra luce dalle nefandezze del vecchio colonialismo e del nuovo liberismo. La mercificazione di terra, acqua, ambiente, relazioni umane diventa in Africa paradigmatica della distruzione delle radici del nostro mondo, di quello che è stato in origine e di quello che potrebbe essere in futuro. In sostanza, il futuro comune di tutta l'umanità. Ma c'è anche la luce di una speranza di movimenti e comunità che in Africa hanno costruito un percorso nuovo, che può aiutare anche noi. I movimenti sociali africani da ‟ospiti” dei forum diventano protagonisti di una nuova stagione dei movimenti sociali globali. Un nuovo panafricanesimo (plurale, policentrico, dal basso) sarà una delle nostre speranze (anche per salvare ciò che resta di buono nella nostra Europa) e sarà assai diverso da quello degli anni '60. Ma può avere successo se anche in Europa si affermerà un nuovo europeismo sociale, democratico, partecipato. La palla passa adesso ad Atene, dove dal 4 al 7 maggio si terrà il prossimo Forum Sociale Europeo.
Si tratta di relazioni vere, fatte di posizioni e iniziative radicali, ma senza quella declinazione politicista e alla fine un po' strumentale che in altre occasioni hanno trovato spazio. Contro i tentativi di riduzione a ‟soggetto politico” (aleggiato, all'apertura con la conferenza inaugurale su Bandung) il forum del Mali ha avuto il merito di difendere la sua più importante identità e valore: quella di uno ‟spazio pubblico” della politica e dell'iniziativa dei movimenti sociali, di moltiplicazione della rete - si potrebbe dire policentrica - contro la sua riduzione a ‟contropotere” struttura, organizzazione.
Eppure, c'è maggiore consapevolezza della necessità di una radicalità nuova, non riducibile alla mistica ipertrofica dei documenti o all'individuazione di leadership o avanguardie (cui si è riferito polemicamente - nella discussione sul futuro dei forum policentrici- Taoufik Ben Abdallah, coordinatore del Social Forum africano), e che è fatta di alternative concrete, di pratiche da diffondere ed ampliare. Pratiche dal basso, lotte sociali, politica vanno insieme. E si realizzano anche su un altro piano, quello della convivenza e della democrazia, come qui in Mali dove convivono 12 etnie senza, con rare eccezioni, fare guerre (qualcosa da imparare in Europa), o dove si tenta di diffondere e distribuire il potere (come insegna il burkinabe Ki-Zerbo) in un sistema di reti locali e sociali, senza cadere in quella che noi potremmo chiamare devolution o nelle trappole dello stato-nazione, la cui assolutizzazione si porta dietro guerre, violenze, oppressione delle minoranze - e che è stato imposto (con conseguenze drammatiche) all'Africa postcoloniale.
A Bamako si è respirata un'aria sicuramente fresca e nuova: come quella delle reti euro-africane sulle migrazioni (finalmente gli europei discutono di immigrazione ‟dall'altra sponda”) o sull'acqua (con un'importante dichiarazione comune) o sull'economia e la democrazia locale. Una delle novità più evidenti è proprio quella della costruzione di un piano di azione comune sull'immigrazione (la parte del forum, forse più ricca, fino alla decisione di una giornata internazionale di mobilitazione), che vista da Bamako sembra aprire la strada di una nuova alleanza tra movimenti del Nord e del Sud, decisamente inedita rispetto al passato. Così, il tema di una nuova cooperazione internazionale ha evidenziato la sua non riducibilità al ‟paternalismo caritativo” (come recitava il titolo di un seminario) in voga tra le istituzioni internazionali o a ‟pannicello umanitario” degli ‟effetti collaterali” del neoliberismo. Una cooperazione internazionale fondata sul protagonismo della società civile africana e non sul suo essere ‟implementing partner” di progetti di istituzioni internazionali o ong occidentali. Parafrasando il Pasolini de ‟la terra vista dalla luna”, il mondo (anche quello dei movimenti sociali) visto dall'Africa di Bamako riacquista il sapore delle radici e delle sue contraddizioni più profonde illuminate di sinistra luce dalle nefandezze del vecchio colonialismo e del nuovo liberismo. La mercificazione di terra, acqua, ambiente, relazioni umane diventa in Africa paradigmatica della distruzione delle radici del nostro mondo, di quello che è stato in origine e di quello che potrebbe essere in futuro. In sostanza, il futuro comune di tutta l'umanità. Ma c'è anche la luce di una speranza di movimenti e comunità che in Africa hanno costruito un percorso nuovo, che può aiutare anche noi. I movimenti sociali africani da ‟ospiti” dei forum diventano protagonisti di una nuova stagione dei movimenti sociali globali. Un nuovo panafricanesimo (plurale, policentrico, dal basso) sarà una delle nostre speranze (anche per salvare ciò che resta di buono nella nostra Europa) e sarà assai diverso da quello degli anni '60. Ma può avere successo se anche in Europa si affermerà un nuovo europeismo sociale, democratico, partecipato. La palla passa adesso ad Atene, dove dal 4 al 7 maggio si terrà il prossimo Forum Sociale Europeo.
Giulio Marcon
Giulio Marcon è tra i fondatori del Consorzio italiano di solidarietà (Ics), coordinamento di intervento sulla questione balcanica che raggruppa oltre cento organizzazioni. Ha scritto Volontariato italiano (Lunaria 1996) e …