Lorenzo Cremonesi: Hamas conquista tutto il potere palestinese

27 Gennaio 2006
Alla fine ha vinto, anzi ha stravinto, il blocco islamico di Hamas contro Fatah. La commissione elettorale dell'Autorità palestinese ha reso noti ieri sera i primi risultati ufficiali delle elezioni politiche di mercoledì: Hamas ottiene 76 dei 132 seggi del Parlamento, che salgono a 80 con i 4 deputati indipendenti legati al blocco islamico. Fatah si ferma a un misero 43. Le conseguenze sono ovvie: è una rivoluzione clamorosa negli equilibri politici palestinesi. Hamas non ha neppure bisogno di coalizzarsi con altre forze per formare il suo governo, anche se per il momento i suoi leader restano cauti e invitano al ‟dialogo nazionale”. Fatah è confuso, umiliato, alcuni dei suoi capi indicano di voler restare all’opposizione.
Un risultato apparso ovvio negli ultimi mesi, quando bastava recarsi nella laica Ramallah e parlare con i negozianti, roccaforte storica dell'Olp, per sentire un coro di proteste contro la corruzione e il malgoverno dell’Autorità palestinese. E lo stesso avveniva qui a Gaza, nei quartieri dei campi profughi come Jabalia, dove ai tempi della prima intifada era tutto un inneggiare alle Brigate Al Aqsa (le cellule di fuoco del Fatah) e ai miti della resistenza nella diaspora, dal Libano a Tunisi.
Ora non più, sul giallo delle bandiere di Fatah ha via via sempre più dominato il verde di Hamas. ‟Un voto che rappresenta non tanto la vittoria di Hamas, quanto la sconfitta di Fatah. E’ la scomparsa dell’Olp storico, così come lo abbiamo conosciuto dalla sua nascita nel 1964”, sostengono i giornalisti e i commentatori locali.
Ecco una rapida carrellata sui risultati per comprendere la portata della vittoria della lista ‟Cambiamento e Riforma” di Hamas. Vince in 4 dei 6 seggi a Gerusalemme Est, gli altri 2 vanno ai candidati cristiani già designati negli accordi pre-elettorali con il Fatah. Ottiene tutti i 9 seggi di Hebron, considerata la capitale dell'Islam in Cisgiordania. Annulla gli avversari nelle città laiche della Cisgiordania come Ramallah (4 Hamas, 1 per Fatah), Tubas (1 Hamas) e persino Nablus, dove ottiene 5 seggi su 6. Nella striscia di Gaza la sconfitta si trasforma in disfatta: a Gaza City guadagna tutti gli 8 seggi, lo stesso avviene nei distretti del Nord (5 seggi su 5). A Khan Yunis, nel centro, si salva per il rotto della cuffia Mohammad Dahlan, l'ex capo dei servizi di sicurezza di Arafat e ora desideroso di sostituire il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) alla guida del Fatah, che strappa un seggio, gli altri 4 vanno a ‟Cambiamento e Riforma”. E’ una catastrofe che lascia sgomenti i vecchi dirigenti dell'Autonomia palestinese.
L'attuale primo ministro Achmed Qureia (Abu Ala), non perde tempo e ieri mattina dà le dimissioni. Poco dopo Saeb Erikat, il capo della commissione incaricata del negoziato con Israele, ammette il suo sconcerto. ‟La nostra vita non sarà mai più la stessa. Oggi ci siamo svegliati e il cielo era di colore diverso”. A Gerico ha ottenuto per il Fatah l'unico seggio disponibile, è stato tra gli artefici degli accordi di Oslo nel ’93. Ma oggi i nuovi dirigenti di Hamas dicono con la massima chiarezza di considerare quei documenti ‟morti e sepolti”.
E’ questa una delle grandi questioni del momento: cosa farà Hamas, sarà in grado di abbandonare l'oltranzismo della sua piattaforma politica, che predica la distruzione di Israele ed esalta gli attentati kamikaze? Oppure si isolerà sempre più? Ieri, come del resto più volte negli ultimi giorni, i nuovi dirigenti di punta restano volutamente ambigui. Da Damasco il leader degli estremisti, Khaled Mashal, appella alla lotta armata. Però nei Territori Occupati sono più cauti. Mahmoud Zahar ripete che i gruppi di fuoco manterranno la ‟hudna” (la tregua), se ‟Israele non ci attaccherà”. Ma aggiunge anche che il suo partito non è al momento interessato ad alcun negoziato con Israele ‟anche perché al momento non esiste alcun processo di pace”. Ismail Haniye ripete la necessità che non si dimentichino i ‟morti nella lotta contro Israele” e ‟i nostri prigionieri chiusi nelle loro carceri”. Lui non nega l’eventualità di una coalizione di unità nazionale. Ma alcuni dirigenti del campo perdente si dicono favorevoli a restare all’opposizione. ‟Non dobbiamo entrare nel nuovo governo e ricostruire il nostro partito”, dice Jibril Rajub, uno tra gli ex capi dei servizi di sicurezza in Cisgiordania.
In serata si fa vivo anche Mahmoud Abbas, che in un breve discorso dice di restare ‟fedele” al processo di pace e convinto del negoziato con Israele per arrivare alla nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza con capitale Gerusalemme est.
Sono parole pronunciate con stanchezza quasi rassegnata. Nel partito lo accusano di essere responsabile della disfatta. Si torna a sussurrare che lui intenda presto presentare le dimissioni. Saranno i vecchi leader del Fatah disposti ad abbandonare i loro privilegi decennali tanto facilmente? Come avverrà la transizione? Ieri sera a Gaza giravano già le prime barzellette contro la nuova polizia islamica. E ci si preparava a nuove tensioni in vista delle preghiere del venerdì.
Lorenzo Cremonesi: Hamas conquista tutto il potere palestinese