Livio Pepino: Missione compiuta, ministro Castelli
30 Gennaio 2006
Il ministro Castelli è riuscito nel ‟miracolo”: i magistrati di ogni tendenza disertano l’inaugurazione dell’anno giudiziario; gli avvocati proclamano l’ennesimo sciopero contro una politica della giustizia miope e fallimentare; il personale degli uffici giudiziari scende in piazza per protestare contro l'insostenibilità della situazione; persino il presidente della Corte di cassazione e la gran parte dei presidenti delle corti d'appello denunciano le inadeguatezze dell'azione di governo nel settore della giustizia. Così, mentre il presidente del Consiglio si duole del tempo perduto a sentir parlare di giustizia (tema evidentemente a lui non congeniale...), l'unico ad essere soddisfatto è, ancora una volta, il ministro della Giustizia, secondo il quale in questi cinque anni si sono fatti passi in avanti epocali che vengono (da tutti) negati solo ‟per partito preso”. La grottesca comicità dell'affermazione non deve (come il ministro vorrebbe) occultare la drammaticità della situazione.
Come il cittadino che entra in un tribunale tocca ogni giorno con mano, la giustizia continua, per lo più, ad essere una macchina che gira a vuoto (spesso provocando interminabili e incomprensibili perdite di tempo a chi ne è coinvolto) e che può stritolare chi non sa (o non ha i mezzi per) difendersi. Non è sempre così: ci sono isole felici in cui le cose vanno meglio ma sono, appunto, ‟isole”. Né potrebbe essere altrimenti a fronte di un numero di processi pendenti prossimo ai nove milioni (di cui tre milioni e mezzo nel settore civile e cinque milioni e mezzo nel settore penale), da anni stazionario o in crescita nonostante il considerevole aumento della produttività media dei magistrati. L'ovvia conseguenza è che i processi durano anni (a volte anche molti anni) e che, in queste condizioni, la decisione finale, seppur giusta, è comunque insoddisfacente perché tardiva. Il ministro lo sa bene (e forse per questo evita di fornire dati statistici elaborati in modo serio e ragionato) ma la cosa sembra non interessarlo. Basti ricordare la sua raccomandazione, fatta per bocca del direttore generale dell'organizzazione ai dirigenti degli uffici, di ‟effettuare un rigoroso controllo sulle spese limitandosi a quelle strettamente necessarie per il funzionamento minimale degli stessi” (sic!) ovvero la riduzione del 46% e del 30% operata nell'ultima finanziaria degli stanziamenti per l'assistenza e gli investimenti nella rete informatica (una delle tre ‟I” della propaganda elettorale...), con conseguente vanificazione degli sforzi per informatizzare i servizi e impossibilità persino di far fronte agli impegni già assunti.
Intendiamoci, in una situazione come quella descritta non basta potenziare l'organizzazione: lo sforzo di risanamento deve partire dalle fondamenta. Facciamo, per essere concreti, degli esempi: il consumo di stupefacenti si può affrontare più utilmente nell'ambito della tutela della salute che in sede di repressione; il diritto penale è strutturalmente inidoneo a governare, come invece gli si chiede di fare, fenomeni sociali epocali come le migrazioni; chi rischia una multa deve avere un processo garantito, ma non allo stesso modo di chi rischia l'ergastolo; l'interesse pubblico al perseguimento di un omicidio o di un grave episodio di corruzione è evidentemente diverso da quello del furto di un'autoradio; l'accertamento di una servitù di passaggio richiede un impegno diverso dal fallimento di un'impresa con migliaia di dipendenti; l'affidamento dei figli esige un vaglio giudiziario ma con regole che hanno poco in comune con quelle necessarie per accertare l'eventuale nullità di un contratto; e via elencando. Inutile dire, peraltro, che per affrontare questi nodi nessuna iniziativa hanno assunto il ministro e la maggioranza parlamentare, troppo impegnati nel tentativo di ridurre l'indipendenza dei magistrati (mediante una legge di ordinamento giudiziario degna di un regime autoritario), di assicurare l'impunità a un ristretto gruppo di amici e di clienti, di trasformare, nel resto, lo Stato sociale in un tragico Stato penale (con aumento a dismisura del carcere, che ha toccato proprio in questi giorni il picco assoluto di 60.000 ‟ospiti”).
Ma torniamo al ministro della giustizia. Molti sono convinti che la situazione di sfascio e di inerzia qui ricordata dipenda solo da uno straordinario concentrato di incapacità e di insipienza. Noi non lo crediamo. L'indebolimento del sistema giustizia non è, infatti, casuale; è, al contrario, un tassello fondamentale di un progetto di riduzione dei diritti, di eliminazione di ogni controllo sull'esercizio del potere, di irrigidimento autoritario dello Stato. Per questo, dopo cinque anni, il ministro Castelli può (anche) dire con orgoglio: ‟missione compiuta”.
Come il cittadino che entra in un tribunale tocca ogni giorno con mano, la giustizia continua, per lo più, ad essere una macchina che gira a vuoto (spesso provocando interminabili e incomprensibili perdite di tempo a chi ne è coinvolto) e che può stritolare chi non sa (o non ha i mezzi per) difendersi. Non è sempre così: ci sono isole felici in cui le cose vanno meglio ma sono, appunto, ‟isole”. Né potrebbe essere altrimenti a fronte di un numero di processi pendenti prossimo ai nove milioni (di cui tre milioni e mezzo nel settore civile e cinque milioni e mezzo nel settore penale), da anni stazionario o in crescita nonostante il considerevole aumento della produttività media dei magistrati. L'ovvia conseguenza è che i processi durano anni (a volte anche molti anni) e che, in queste condizioni, la decisione finale, seppur giusta, è comunque insoddisfacente perché tardiva. Il ministro lo sa bene (e forse per questo evita di fornire dati statistici elaborati in modo serio e ragionato) ma la cosa sembra non interessarlo. Basti ricordare la sua raccomandazione, fatta per bocca del direttore generale dell'organizzazione ai dirigenti degli uffici, di ‟effettuare un rigoroso controllo sulle spese limitandosi a quelle strettamente necessarie per il funzionamento minimale degli stessi” (sic!) ovvero la riduzione del 46% e del 30% operata nell'ultima finanziaria degli stanziamenti per l'assistenza e gli investimenti nella rete informatica (una delle tre ‟I” della propaganda elettorale...), con conseguente vanificazione degli sforzi per informatizzare i servizi e impossibilità persino di far fronte agli impegni già assunti.
Intendiamoci, in una situazione come quella descritta non basta potenziare l'organizzazione: lo sforzo di risanamento deve partire dalle fondamenta. Facciamo, per essere concreti, degli esempi: il consumo di stupefacenti si può affrontare più utilmente nell'ambito della tutela della salute che in sede di repressione; il diritto penale è strutturalmente inidoneo a governare, come invece gli si chiede di fare, fenomeni sociali epocali come le migrazioni; chi rischia una multa deve avere un processo garantito, ma non allo stesso modo di chi rischia l'ergastolo; l'interesse pubblico al perseguimento di un omicidio o di un grave episodio di corruzione è evidentemente diverso da quello del furto di un'autoradio; l'accertamento di una servitù di passaggio richiede un impegno diverso dal fallimento di un'impresa con migliaia di dipendenti; l'affidamento dei figli esige un vaglio giudiziario ma con regole che hanno poco in comune con quelle necessarie per accertare l'eventuale nullità di un contratto; e via elencando. Inutile dire, peraltro, che per affrontare questi nodi nessuna iniziativa hanno assunto il ministro e la maggioranza parlamentare, troppo impegnati nel tentativo di ridurre l'indipendenza dei magistrati (mediante una legge di ordinamento giudiziario degna di un regime autoritario), di assicurare l'impunità a un ristretto gruppo di amici e di clienti, di trasformare, nel resto, lo Stato sociale in un tragico Stato penale (con aumento a dismisura del carcere, che ha toccato proprio in questi giorni il picco assoluto di 60.000 ‟ospiti”).
Ma torniamo al ministro della giustizia. Molti sono convinti che la situazione di sfascio e di inerzia qui ricordata dipenda solo da uno straordinario concentrato di incapacità e di insipienza. Noi non lo crediamo. L'indebolimento del sistema giustizia non è, infatti, casuale; è, al contrario, un tassello fondamentale di un progetto di riduzione dei diritti, di eliminazione di ogni controllo sull'esercizio del potere, di irrigidimento autoritario dello Stato. Per questo, dopo cinque anni, il ministro Castelli può (anche) dire con orgoglio: ‟missione compiuta”.
Livio Pepino
Livio Pepino è Sostituto Procuratore generale a Torino; dal 1991 al 1996 è stato segretario nazionale di Magistratura democratica; è direttore di ‟Questione giustizia” e condirettore di ‟Narcomafie”.