Con quella di quest'anno sono undici le ‟Giornate dell'impegno e della memoria” che ormai tradizionalmente radunano, il primo giorno di primavera, uomini e donne (soprattutto giovani) provenienti da ogni regione d'Italia. Per ricordare l'elenco tragico e lunghissimo (oltre 800 nomi!) delle vite spezzate dalla violenza mafiosa. Ma anche per trovare nel ricordo - superando i confini della ricorrenza - il lievito per costruire insieme una cultura di legalità e democrazia, premessa di politiche nuove e giuste. Capaci di respingere le tentazioni dell'egoismo e dell'arrivismo, puntando invece su obiettivi di interesse comune.
Contro l'incultura mafiosa che calpesta le regole, per assicurare la supremazia di pochi criminali e dei loro molti complici.
Quest'anno tocca a Torino. Non solo perché Torino è la città in cui un insediamento 'ndranghetista uccise - nel 1983 - quell'onesto e coraggioso magistrato che era Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica. Non solo perché nella provincia di Torino c'è Bardonecchia, investita - anni fa - da infiltrazioni mafiose. Non solo perché anche in Piemonte vi sono (come in ogni regione italiana) beni, ora confiscati, nei quali i mafiosi hanno investito i loro soldi sporchi per riciclarli: segno evidente di ramificazioni della mala pianta mafiosa anche oltre le aree in cui storicamente si trovano le sue radici.
Soprattutto perché vale oggi mille volte più di ieri quel che già nel 1982 Carlo Alberto Dalla Chiesa ( in una celebre intervista a Repubblica: un vero testamento spirituale, perché pubblicata pochi giorni prima che ‟Cosa nostra” lo trucidasse a Palermo) denunziava: ‟La mafia ormai sta nelle maggiori città italiane, dove ha fatto grossi investimenti edilizi o commerciali o magari industriali. A me interessa conoscere questa 'accumulazione primitiva' del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti e grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti 'à la page'. Ma mi interessa ancor di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.
Organizzare a Torino l'undecima ‟Giornata dell'impegno e della memoria” significa allora affermare questo principio: non ci sono - in Italia - zone franche rispetto al pericolo che la metastasi mafiosa si estenda. Il cancro non è circoscrivibile a determinate aree territoriali.
È problema nazionale, di democrazia. Che ci riguarda tutti. Anche Torino. Scelta, dunque, a prescindere dal fatto che le Olimpiadi l'han fatta diventare di moda.
Al centro dell'organizzazione della giornata del 21 marzo ci sono ‟Avviso pubblico” e ‟Libera”, l'associazione - guidata da Luigi Ciotti - che negli anni ha saputo costruire un formidabile ponte tra Sud e Nord formato da oltre 1200 gruppi, uniti dal comune interesse sui temi della legalità e della giustizia. Presupposto del lavoro di ‟Libera” è la constatazione che le mafie non sono soltanto una gravissima questione criminale. Sono anche un'altrettanto grave questione politica, economica e sociale. Le mafie impediscono lo sviluppo. Il riciclaggio avvelena in profondità l'economia pulita, alterando - fino a svuotarle - le regole del mercato e della concorrenza. Le mafie rapinano il futuro, soprattutto ai giovani.
Per tutti questi motivi, le mafie non sono soltanto problemi di ‟guardie e ladri”, cui la società civile possa assistere con indifferenza. Incidono sulla qualità della vita di ciascuno di noi e tutti, allora, abbiamo interesse a farcene carico.
Corollario di tutto ciò è che l'antimafia della repressione (competenza di forze dell'ordine e magistratura) da sola - per quanto fondamentale - non basta. Ci vuole anche l'antimafia dei diritti, delle opportunità e del lavoro. Essa spetta alle istituzioni che hanno responsabilità di governo, nazionale e locale. Ma un ruolo decisivo può esercitare anche la società civile. Occorre però organizzarla e la formula più efficace è appunto ‟Libera”, alla cui ‟pressione” va ascritto il merito della legge che oggi consente di destinare a fini socialmente utili (scuole, centri di accoglienza, uffici pubblici, cooperative agricole...) i beni confiscati ai mafiosi.
Di questo e altro si parlerà nella ‟Giornata dell'impegno e della memoria”. Val davvero la pena parteciparvi.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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