Gianni Riotta: Il coraggio di cambiare
30 Marzo 2006
Per elencare i progressi dell’umanità concepiti in Italia e in Europa non basterebbero le colonne di questo giornale. Dalla stampa alla penicillina, dalla scuola e sanità pubblica alle regole del gioco del calcio e le note musicali, al Parlamento e la Riforma cristiana, Italia ed Europa hanno passato secoli a innovare la vita con gusto e felicità. Adesso noi europei abbiamo paura del nuovo, viviamo accovacciati nel presente come fosse l’età ultima della storia. Nel 1968 la Sorbona era occupata da una generazione che sognava l’utopia del ‟Cambiamo tutto!”, oggi le stesse aule vedono una generazione malinconica implorare ‟Non cambiamo nulla!”. I leader politici soffrono di questa paura, il futuro nel mondo globale percepito non come opportunità ma incubo, e riluttano a proporre le riforme che porterebbero il nostro Paese e l’Unione Europea a competere felicemente con Stati Uniti ed Asia. Ricordano la sorte di Alain Juppé, primo ministro francese ghigliottinato dagli elettori per avere provato le tanto temute riforme economiche e non vogliono condividerne la sorte.
La nostra campagna elettorale è combattuta, a destra come a sinistra, sulla colonna sonora de ‟le cose non andranno peggio”, mentre sarebbe cruciale chiedere agli elettori un impegno perché le cose vadano, finalmente, meglio.
Se, come suggeriscono i sondaggi oscurati, sarà il centrosinistra di Romano Prodi a governare il Paese lo spirito da impugnare è quello - ricordate? - del primissimo centrosinistra all’alba degli anni Sessanta, quando ‟il nuovo” era promessa, non minaccia.
Negli ultimi giorni di battaglia elettorale il pessimismo invece trionfa come bandiera coreografica dei comizi. L’11 aprile, quando la realtà tornerà protagonista, vedremo che non tutto è così cupo. In Germania l’indice Ifo dice che la fiducia nel futuro, di aziende e famiglie tedesche, risale in alto come non mai negli ultimi 15 anni e in Italia la fiducia vola a quota 94,2, toccata l’ultima volta nel febbraio 2001, prima che il volto di Osama diventasse ubiquo (fonte Isae).
La brezza di ripresa non basta ma è piacevole. Lorenzo Bini Smaghi, della Banca centrale europea, sostiene che i miasmi di protezionismo (vedi caso Enel) ‟falliranno”, ma che senza rendere efficiente il mercato del lavoro la disoccupazione non calerà. La Germania ha riformato bene l’industria, ma senza creare lavoro, frutto pregiato che nell’economia di oggi cresce soprattutto sull’albero dei servizi. Lo status quo lascia senza stipendio i disperati delle periferie, gli emigranti primi tra loro, e i laureati, alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma. Ma se la nostra classe dirigente si ostinerà a dividersi tra chi cela i propri privilegi nel mercato di oggi, e chi propone le riforme con arcigna grinta, come fossero una medicina amara che il popolo bue non vuol trangugiare, il declino è assicurato.
Il lavoro del XX secolo, che appare come un sogno ai ragazzi del XXI, soffriva di tanti mali da ispirare al filosofo Herbert Marcuse il saggio su ‟L’uomo a una dimensione”, infelice e alienato. Può la sinistra al governo ripetere l’impresa di Bill Clinton, rassicurando la società civile che l’economia globale non è la giungla, che è possibile competere senza ferocia sociale e che scuola e ricerca possono trasformare deserti di arretratezza in laboratori produttivi, vedi triangolo di Raleigh negli Usa? La trincea dello status quo può magari dare alla coalizione di Prodi un’effimera vittoria: perché il nostro futuro sia all’altezza del nostro passato occorre competere con le nuove regole globali, abbandonando ogni nostalgia.
La nostra campagna elettorale è combattuta, a destra come a sinistra, sulla colonna sonora de ‟le cose non andranno peggio”, mentre sarebbe cruciale chiedere agli elettori un impegno perché le cose vadano, finalmente, meglio.
Se, come suggeriscono i sondaggi oscurati, sarà il centrosinistra di Romano Prodi a governare il Paese lo spirito da impugnare è quello - ricordate? - del primissimo centrosinistra all’alba degli anni Sessanta, quando ‟il nuovo” era promessa, non minaccia.
Negli ultimi giorni di battaglia elettorale il pessimismo invece trionfa come bandiera coreografica dei comizi. L’11 aprile, quando la realtà tornerà protagonista, vedremo che non tutto è così cupo. In Germania l’indice Ifo dice che la fiducia nel futuro, di aziende e famiglie tedesche, risale in alto come non mai negli ultimi 15 anni e in Italia la fiducia vola a quota 94,2, toccata l’ultima volta nel febbraio 2001, prima che il volto di Osama diventasse ubiquo (fonte Isae).
La brezza di ripresa non basta ma è piacevole. Lorenzo Bini Smaghi, della Banca centrale europea, sostiene che i miasmi di protezionismo (vedi caso Enel) ‟falliranno”, ma che senza rendere efficiente il mercato del lavoro la disoccupazione non calerà. La Germania ha riformato bene l’industria, ma senza creare lavoro, frutto pregiato che nell’economia di oggi cresce soprattutto sull’albero dei servizi. Lo status quo lascia senza stipendio i disperati delle periferie, gli emigranti primi tra loro, e i laureati, alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma. Ma se la nostra classe dirigente si ostinerà a dividersi tra chi cela i propri privilegi nel mercato di oggi, e chi propone le riforme con arcigna grinta, come fossero una medicina amara che il popolo bue non vuol trangugiare, il declino è assicurato.
Il lavoro del XX secolo, che appare come un sogno ai ragazzi del XXI, soffriva di tanti mali da ispirare al filosofo Herbert Marcuse il saggio su ‟L’uomo a una dimensione”, infelice e alienato. Può la sinistra al governo ripetere l’impresa di Bill Clinton, rassicurando la società civile che l’economia globale non è la giungla, che è possibile competere senza ferocia sociale e che scuola e ricerca possono trasformare deserti di arretratezza in laboratori produttivi, vedi triangolo di Raleigh negli Usa? La trincea dello status quo può magari dare alla coalizione di Prodi un’effimera vittoria: perché il nostro futuro sia all’altezza del nostro passato occorre competere con le nuove regole globali, abbandonando ogni nostalgia.