Noi che votiamo oggi per l’Ulivo, votiamo per i Ds, votiamo per i partiti che fanno parte della Unione, dalla Margherita alla Rosa nel pugno, dai repubblicani ai comunisti italiani e a Rifondazione, dai Verdi all’Italia dei Valori e all’Udr, sappiamo che il nostro voto ha due ragioni. Una per l’Unione, che dovrà governare, forte e compatta, un Paese alla deriva. L’altra è per l’Italia. Vogliamo che torni a vivere, e questa non è una ragione di destra o di sinistra. Questa è una ragione di pronto soccorso.
Adesso il pericolo è grande. Perché il Paese versa in gravi condizioni, come dimostra la tremenda cartella clinica detta ‟Trimestrale di cassa” . Vuol dire gli ultimi conti. Vuol dire bancarotta. Nessuna persona normale può dire come Tremonti «E chi se ne frega» o correre da una televisione all’altra a parlare solo di se stesso, come ha fatto fino all’ultimo Berlusconi trovando inaspettate ospitalità fuori legge.
Nessuno, che sia normale dal punto di vista del rispetto delle istituzioni o del rispetto di se stesso, potrebbe rabbiosamente denunciare i giudici del Paese che presiede come «impiegati che sperperano i soldi dello Stato per indagare contro di me». Nessuno potrebbe denunciare pericoli di broglio elettorale del suo stesso governo, invocando, come in Uganda, l’intervento delle Nazioni Unite. Eppure Berlusconi lo ha detto il 6 marzo mettendosi drammaticamente fuori e contro il suo ruolo e contro il rispetto della Costituzione.
L’Ulivo sarà un governo di persone normali che - di fronte alle condizioni del paziente Italia - comincerà con il riconoscerne le condizioni gravissime.
Che si risolvono lavorando, non correndo futilmente da uno show all’altro.
Ma al momento, anche adesso, mentre andiamo a votare e - dobbiamo credere con tutte le forze - a far finire questa brutta storia italiana, il pericolo è grande.
Se vince Berlusconi, nel mondo possiamo solo prendere ordini, in Europa siamo respinti ai margini, in economia siamo a zero. I nostri conti sono falsi, i nostri contabili infidi o incapaci. La sfida dello sviluppo, che si fonda sulla fiducia, non dà fiducia a questa Italia. Si possono regalare panini in questo treno per illudere i viaggiatori. Ma il treno è fermo. La nostra vita italiana è segnata dalla spaccatura irrevocabile. Berlusconi ha detto: la sinistra è come la gramigna, bisogna estirparla. Estirpare non è discutere, persuadere. Meno che mai condividere. Estirpare è eliminare in modo drastico. Alla radice. Berlusconi ha detto: non smetterò finché non avrò messo a posto i giudici. Mettere a posto i giudici non è riformare, è forzare al silenzio. Lo scontro con la Costituzione diventa clamoroso.
Sulla democrazia italiana pesa l’immensa ricchezza di una persona capace di deformare ogni processo politico perché trasforma tutto il mercato: persone, idee, affiliazioni, ubbidienze, lealtà.
Questa ricchezza è attiva in molti campi, assicurazioni, banche, pubblicità. Riscuote l’immensa convenienza di essere gestita dalle stesse persone che sono al governo.
Ma questa ricchezza pesa sopratutto in un campo: l’informazione.
L’intero mondo della vita editoriale e giornalistica italiana è ferito, umiliato, diviso, una parte gettata contro l’altra in una vera e propria missione di svilimento e persecuzione. Chiunque svolga attività giornalistica in Italia deve piacere a una sola persona, soddisfare il suo desiderio maniacale di esaltazione e di celebrazione. Silvio Berlusconi deve apparire il più geniale, il più nuovo, il più bravo, il più ammirato, e chi non si unisce al rito rischia.
Silvio Berlusconi governa scortato da batterie di avvocati dislocati o da dislocare in tutte le funzioni istituzionali in cui si possono cambiare le leggi per piegare a tutte le esigenze del primo ministro-padrone che considera ‟criminosa” la attività giornalistica quando osa essere critica.
Silvio Berlusconi tiene accanto persone inquisite di gravi reati e persone condannate (fino ad ora nei primi gradi giudiziari) a pesanti condanne per reati di corruzione e di mafia.
Ma il protagonista del più grande conflitto di interessi che si conosce è anche, personalmente, e gravemente imputato. Questo è il dramma in più che sta vivendo l’Italia rispetto ad altri sfortunati Paesi come la Thailandia, che hanno visto il volto della loro democrazia sfigurato dall’eccesso di ricchezza e dalla proprietà personale dei mezzi di comunicazione del primo ministro di quel Paese.
Il dramma in più dell’Italia è che Silvio Berlusconi, già disastroso primo ministro di questo Paese e candidato ad essere rieletto, a rifare il primo ministro sul paesaggio desolato della crescita zero, tra le acclamazioni dei giornalisti subordinati dal conflitto di interessi, è anche candidato ad essere eletto presidente della Repubblica. Sarebbe il primo presidente della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza ad essere cercato per rispondere di gravi reati di corruzione, e mentre ha alle spalle assoluzioni dovute alla prescrizione o reati non più perseguiti - come il gravissimo falso in bilancio - perché l’imputato stesso, divenuto primo ministro, padrone di una maggioranza ubbidiente e scortato da avvocati personali divenuti istituzioni dello Stato, ha fatto cambiare, nel corso dei processi, le leggi che lo avrebbero condannato.
Perciò il titolare di una immensa ricchezza che compra il consenso e deforma il potere, estendendolo molto al di là dei limiti democratici; il portatore di un enorme conflitto di interessi che gli consente - fuori da ogni legge - il controllo di tutte le informazioni e strumenti di comunicazione del Paese, è anche l’imputato di gravi reati e dunque potrebbe, se eletto, divenire il primo presidente imputato della Repubblica Italiana.
Ciò vuol dire distruzione di immagine, fiducia, dignità, rispetto per l’Italia. Ma anche di quei rapporti di interconnessione, attenzione e cooperazione internazionale che consentono di uscire dalle crisi economiche. Il Paese, dotato di informazioni false, gravato di fallimento economico e separato per sfiducia dagli altri Paesi democratici, non potrà che discendere i gradini di un serio e dannoso isolamento senza ritorno.
Come in tutti i processi di crisi vasta e lunga, la ricchezza di pochi diventerà ancora più grande. E una crisi da collasso di informazioni, fiducia e immagine porterà una povertà estesa al Paese. In altre parole, la sindrome argentina, tanto temuta dagli analisti finanziari non solo italiani.
Tutto ciò limiterà fatalmente lo stato della libertà interna italiana. Non potremo dire di non essere stati avvertiti: «la sinistra è gramigna. La gramigna va estirpata».
E’ giusto pensare che il nostro Paese ha solide garanzie democratiche: Infatti tutte le nostre garanzie risiedono nelle istituzioni. Ma alcune delle più alte istituzioni sono occupate e deformate. O si vogliono occupare e deformare. Il progetto è chiaro e annunciato. Si vogliono spezzare i giudici come lezione ed esempio per gli altri corpi dello Stato che finora, nonostante i discorsi e le dichiarazioni ascoltate, fatti di odio, antagonismo, spaccatura, disprezzo, minaccia, liste di colpevoli e di colpe, sono restati fedeli alla Costituzione.
Ma intanto un altro cantiere costoso, improduttivo e carico di scorie velenose è stato aperto: vandalizzare la Costituzione nata dalla Resistenza fino a quando non sarà più riconoscibile e non sarà più una garanzia. Ce lo dicono gli altri Paesi. Ce lo dice la convulsione che ha sconvolto la Thailandia prima delle dimissioni del suo Berlusconi.
Il rischio è grande e non resta che il voto. Quel voto conta più di ogni incertezza, di ogni polemica passata, di ogni risentimento a sinistra, di ogni tendenza all’abbandono e al ritiro dalla politica che non sarà possibile per nessuno, perché il conflitto di ricchezza, di interessi e di poteri (la lotta contro la magistratura e poi contro gli altri corpi dello Stato democratico) accetta solo amici succubi, nemici che sono gramigna, e coglioni da disprezzare.
Non resta che il voto. Quel voto è moltissimo. È il gesto civile e democratico che cambia la Storia. È la nostra responsabilità, è il nostro potere il 9 e il 10 aprile. Il potere sereno, rispettoso e libero di far finire il potere fuorilegge, immensamente pericoloso di Silvio Berlusconi che vuole intascare - oltre i suoi dividendi che crescono sempre - il nostro futuro. Dobbiamo fare in modo che l’Italia pulita dei nostri figli sia governata da Romano Prodi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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