I blindati dell'esercito, con mitragliatrici sulle torrette, presidiavano ieri Kathmandu, le vie erano pattugliate da veicoli carichi di soldati. La capitale del Nepal si è svegliata così, con il coprifuoco decretato tra le 10 del mattino e le 21 di sera e con la rete dei telefoni cellulari bloccata. Le eccezionali misure di sicurezza miravano a impedire l'annunciata manifestazione per la democrazia organizzata da tutti i 7 partiti nepalesi, coalizzati contro il potere assoluto di re Gyanendra - l'unico sovrano assoluto rimasto al mondo, in un paese di 24 milioni di abitanti (di cui il 40% sotto la ‟soglia di povertà”).
Il coprifuoco non ha impedito che manifestazioni avvenissero in altre città nepalesi, quasi ovunque finite in scontri. L'episodio più grave a Pokhara, circa 200 chilometri a ovest della capitale, dove migliaia di persone hanno affrontato i soldati che hanno fatto ampio uso di lacrimogeni e sparato: un manifestante è stato ucciso, secondo le testimonianze raccolte dall'agenzia Reuter e dal giornale ‟The Himalayan Times”. La prima testimonianza è venuta da Yogesh Bhattarai, dirigente del Partito Comunista del Nepal (il secondo partito del paese): gli hanno sparato alla testa, ha riferito. L'esercito ha poi confermato, dicendo di aver aperto il fuoco in ‟autodifesa” contro i dimostranti che volevano assaltare un ufficio pobblico.
E' la seconda volta quest'anno che l'esercito nepalese uccide un manifestante. Ed è la seconda volta che re Gyanendra ordina il coprifuoco e arresti di massa per impedire una manifestazione per la democrazia: era successo due mesi fa.
Nonostante tutto, nella periferia di Kathmandu ieri si vedevano gruppi di poche decine di giovani, che sfidato il coprifuoco con cartelli che dicevano ‟Gyanendra via dal paese”, ‟Morte a Gyanendra”, ‟Viva una repubblica democratica”, prima che i militari riuscissero a disperderli. Manifestazioni più numerose a Pokhara e in un paio di altre città, nell'est e nel sud del paese himalayano, con circa 10mila manifestanti ciascuna. Ieri era il terzo di quattro giorni di sciopero indetti dall'opposizione e doveva essere quello della grande marcia a Kathmandu, impedita dal coprifuoco; l'opposizione l'ha rinviata a oggi.
Ai primi di febbraio, nel celebrare l'anniversario del colpo di stato con cui ha sciolto il parlamento e assunto poteri assoluti, il sovrano nepalese ha dichiarato che ‟licenziare” i partiti politici era stato necessario per riportare sicurezza e pace nel paese, vista la loro incapacità a mettere fine alla rivolta armata maoista che dura da dieci anni e ha fatto 13mila morti. La più efficace ribellione maoista da decenni, in effetti, visto che due terzi del paese sfuggono al controllo dell'esercito. In realtà nell'ultimo anno il conflitto tra il movimento armato maoista e l'esercito reale si è intensificato, mentre la situazione dei diritti umani è peggiorata (e spesso gli attivisti democratici sono presi tra due fuochi), le Nazioni unite parlano di ‟catastrofe umanitaria”, le libertà civili sono sospese, la libertà di stampa quasi azzerata. E il turismo, già prima fonte di reddito del paese (anche se il 90% della popolazione vive di agricoltura), è crollato.
La novità è che per la prima volta l'intero fronte dei partiti nepalesi è coalizzato contro re Gyanendra - un po' come nei primi anni '90, quando un grande movimento per la democrazia spinse l'allora re Birendra a rinunciare ai poteri assoluti e instaurare una monarchia costituzionale (ora però il Nepali Congress, primo partito, ha detto che non è più convinto che al paese serva la monarchia, mentre il Partito comunista si è detto favorevole a trasformare il Nepal in una repubblica democratica). Soprattutto, i partiti hanno raggiunto un accordo con il movimento armato, che infatti ha dichiarato la tregua per permettere manifestazioni democratiche. L'accordo, in 12 punti, è stato annunciato alla fine di novembre scorso. Il documento non usa la parola ‟alleanza”; parla però del comune obiettivo di mettere fine alla ‟monarchia autocratica”; il movimento maoista si impegna a non tornare alla lotta violenza se sarà accolta la sua richiesta di elezioni generali per un'assemblea costituente, che scriva una nuova costituzione democratica per il Nepal: questa diventa per la prima volta è anche la richiesta comune di tutti i partiti. Il partito maoista non accetta di cedere le armi ma di metterle sotto il controllo internazionale. In una intervista con la Bbc, in febbraio, il presidente del partito armato, Prachandra, ha confermato che i ribelli chiedono una costituente; ha detto che lottano per una repubblica democratica ma accetteranno il verdetto delle urne (dunque anche una monarchia costituzionale, se così sarà): ‟quello che vogliamo è che i cittadini abbiano voce e diritti”, mettere fine a un sistema ‟dove una piccola élite privilegiata mantiene il Nepal in uno stato feudale”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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