Giro d’Italia, d’accordo, ma è un Giro international. I corridori italiani, in partenza, erano solo 48 su 198 ciclisti. E dall’89 non c’erano tante vittorie straniere: l’australiano McEwen tre volte, i tedeschi Schumacher e Ullrich, il belga Verbrugghe, il lituano Vaitkus, il maiorchino Horrach Rippol, il colombiano Laverde che ha tagliato il traguardo per primo in via Sempione. In più: la multinazionale CSC si è imposta nella cronometro a squadre. E mettiamoci poi che siamo partiti, il 6 maggio, dal Belgio, abbiamo attraversato ieri la Svizzera e giovedì saremo in Austria per un bel tratto. ‟Non siamo neanche più padroni del Giro d’Italia”, dice Renato allargando le braccia, davanti al ristorante cinese vicino al traguardo. Ma non ci sarebbe nessuna ragione per rammaricarsene, visto che anche la giovane proprietaria Isa (nome italianizzato dal cinese) si affaccia continuamente su via Giovanni XXIII per godersi i ciclisti che dovrebbero arrivare tra pochi minuti. ‟Ma cosa vuole che capiscano, ‘sti qui...”, sorride Renato, ‟se usano la bicicletta la usano per andare a lavorare, e per di più è roba antidiluviana dei tempi di Mao”. Invece, c’è poco da scherzare. Da Peschici a Domodossola, gli stranieri che si affacciano sul Giro d’Italia sono decine di migliaia. E molti si fermano ai furgoncini dei gadget per comperare maglia rosa e berrettino ai figli. 5 euro al colpo. A Livorno il senegalese Kafu, venditore di oggetti artigianali tra il porto e corso Italia, venerdì ha abbandonato il suo bazar ambulante per un giorno, è salito in bicicletta per pedalare verso via Firenze e godersi lo spettacolo della partenza: ‟Bellissima festa, tanta gente, tanto casino”. Conosce Pantani, conosce Cipollini anche se lo pronuncia qualcosa tipo Cipuoni, tifa non solo per Lucarelli e Balleri (che pronuncia benissimo perché appartiene alla Brigate Autonome Livornesi: ‟tutti amici miei”) ma stravede anche per Basso. E assicura che la comunità africana appena può non si perde una tappa del Giro. Il giorno prima a Pontedera, per essere presenti alla crono i giovani camionisti nigeriani Mabe e Magnus hanno chiesto un giorno di ferie: ‟E’bello, bellissimo... mai visto una festa così, Italia piace molto anche per questo”. La loro amica Elisa, con le sue unghie coloratissime, applaude forte. La giovane proprietaria del ristorante cinese, Isa, si affaccia di nuovo: ‟I miei figli ora sono al traguardo”. Nel pomeriggio, Sofia e Chuchen, 11 e 12 anni, sono davanti alla tv da quindici giorni: ‟Più appassionati degli amici italiani”. Più in là un altro gruppo cinese si entusiasma al passaggio di Laverde e Perez Sanchez: ‟Mai visto così vicino, è la prima volta, solo guardato in televisione a Pechino quando ero molto piccola”. Brian, diciannovenne nigeriano, dice che gli piace pedalare sulle montagne qui intorno: ‟Preferisco gli scalatori”. Pronostici? ‟Questo Giro è una specie di campionato mondiale della bicicletta, ma se non ha sfortuna come l’anno scorso, Ivan può vincere”. Ivan. Brian ha conosciuto il ciclismo in officina, dove ‟il padrone è innamorato del Milan e di Pantani, c’è anche una sua fotografia sul muro”. Una nonna in carrozzella, sotto l’insegna della Ferramenta Ossolana, viene spinta da una ragazza rumena che non sembra molto concentrata sulla gara e alza le spalle: ‟No interessa...”. Evviva la sincerità. ‟La maja rosa l’è minga anmò passa’?”, urla la nonna sporgendosi verso la strada. La brasiliana Renata, 27 anni, è venuta da Torino con il suo compagno. L’anno scorso era sul Sestriere e dice: ‟Poco calcio e tanto ciclismo”. Porta una maglia rosa sotto una felpa mondiale giallo-verde. A due passi da lì, sull’ultima curva prima del rettilineo che porta al traguardo, quando è già passata la macchina del fine-corsa, Mustafa e sua figlia Selma di sei anni, guardano in fondo alla strada come se aspettassero ancora qualcuno: ‟Mio capo saldatore mi ha passato l’amore per ciclismo e per Inter. Ma io piace soprattutto ciclisti, tutti i ciclisti, troppo bravi a fare fatica”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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