Marco Calamai: “Via dalla guerra”

07 Giugno 2006
Sulla drammatica situazione della missione italiana a Nassiriya abbiamo rivolto alcune domande a Marco Calamai, esperto di cooperazione internazionale. E' stato ex consigliere speciale a capo della ‟missione di ricostruzione” italiana a Nassiriya e nella provincia di Dhi Qar, e si dimise dopo l'attentato al contingente italiano del 12 novembre 2003 in dissenso con l'occupazione militare. È anche co-autore di un recente libro pubblicato da Feltrinelli Zapatero. Il socialismo dei cittadini, che contiene la prima lunga intervista internazionale al premier spagnolo.

Dopo questo ennesimo attentato, com'è possibile uscire da questa guerra, anche se ci sono ormai tante dichiarazioni del nuovo governo a favore di un ritiro al più presto possibile?
Il fatto di essere un governo di centrosinistra non cambia niente a mio parere agli occhi degli iracheni. Perché comunque, fintanto che restiamo lì, finché rimane anche l'ultimo soldato italiano a Nassiriya, noi purtroppo siamo una forza di occupazione sotto la guida anglo-americana. Guardate quest'ultimo attentato: è stato fatto perché il nostro contingente stava facendo la scorta ad un convoglio inglese. Ora il rapporto fra gli inglesi e gli iracheni si è deteriorato in modo drammatico negli ultimi mesi e noi siamo parte di quella realtà. Quindi noi di fronte ai gruppi sciiti che non intendono più accettare gli occupanti nella propria terra, siamo semplicemente al servizio e dentro la struttura di occupazione del paese. Il punto qual è? In qualche modo, per circa tre anni il mondo sciita è stato relativamente tranquillo, da qualche mese a questa parte abbiamo verificato una crescita della sua istanza armata contro gli occupanti. Da parte di gruppi sciiti non meglio identificati, ma certamente più o meno collegati con l'Iran. Mentre l'attentato del 12 novembre 2003 fu sicuramente un attentato di matrice sunnita - dall'esterno, anche se con supporti locali - gli ultimi attentati sono invece sicuramente di matrice sciita. E' questa la grande svolta. Noi siamo dentro questo contesto pericoloso.

Lei paventava che un attentato potesse accadere in questa epoca di passaggio? Lo stesso Zapatero accelerò il ritiro temendo un attentato proprio nella lunga fase di disimpegno...
Voglio ripeterlo. Per loro, fino a quando non ce ne andremo, siamo forza di occupazione. Senza dimenticare il fallimento completo dell'opera di ricostruzione. Il malessere per la presenza militare straniera è infatti accentuato in maniera esponenziale dal sostanziale fallimento dell'opera di ricostruzione portata avanti dalle forze occupanti le quali si sono formalmente concentrate con le loro risorse su due questioni fondamentali: la propria sicurezza, e quindi una logistica miliare estremamente complessa per garantirla che ha assorbito enormi risorse finanziarie; e la tutela delle infrastrutture petrolifere - ma questo riguarda gli americani e forse anche gli inglesi. Il risultato è che dal punto di vista dell'acqua potabile, della gestione dei rifiuti, dell'assetto delle scuole e in generale della vita civile, del contrabbando che è ormai di tutto compresa la benzina, addirittura dell'energia elettrica che non funziona esattamente come tre anni fa, gli iracheni non hanno visto nessun passo in avanti. Anzi.

Se va ricoinvolto l'Onu, quanto è decisivo che a farlo siano paesi che si dissociano dall'occupazione?
È solo attraverso l'Onu che un paese che intenda fare qualcosa in Iraq può operare, sia che ci sia stato, come l'Italia e la Spagna, oppure no. La mia sensazione è che gli americani ormai si stanno ponendo in modo molto allarmato il problema di come uscire dall'Iraq, e l'unico modo è ritornare ad un'architettura multilaterale delle relazioni internazionali. Un'Italia che torna finalmente europea anche sul fronte dell'Iraq può coinvolgere l'Europa in un contributo decisivo che finora non ha potuto dare perché era divisa, anche verso l'Iran. Per attivare un lavoro comune di ricostruzione e un processo di pacificazione interno all'Iraq e alla regione. O si arriva a una grande conferenza regionale in cui ci sono tutti, dall'Iran ai paesi sunniti, dall'Onu all'Europa, oppure va riconosciuto il fallimento. Bisogna inventarsi una road map per l'Iraq e questo non lo fai stando là dentro in armi. Ora non dobbiamo prolungare di più di quello che è tecnicamente necessario la presenza italiana.

Marco Calamai

Marco Calamai è stato dirigente della Cgil. Giornalista e studioso di questioni internazionali, ha scritto libri, saggi e articoli sulla transizione democratica in Spagna, Portogallo, America latina, Kosovo e Iraq. …