Angelo Ferracuti: La morte fondata sul lavoro
25 Luglio 2006
Sono uno come voi che ha guardato i telegiornali e ha visto immagini di luoghi che non si possono mai vedere veramente. Irreali, marziane. Ho visto nel piccolo Grundig di casa solo l’entrata di un garage, le mura ingrigite dai fumi infidi sprigionati da un incendio che è divampato all’improvviso in un pezzo dell’Italia che non sapevo neanche esistere. Squarci minimi di un paese qualunque. Come voi sapevo solo che erano morte due operaie, asfissiate, mentre cercavano di salvarsi chiudendosi in uno squallido bagnetto, e ho provato un senso d’orrore immaginando il contorcimento straziato dei corpi abbracciati uno sull’altro. Come tutti gli italiani che guardano la televisione e leggono i giornali sapevo che guadagnavano due euro l’ora, questo è il contenimento del costo del lavoro oggi in certe zone disgraziate dell’Italia. Il paese si chiama Montesano sulla Marcellana, nel salernitano più impervio e inaccessibile, millecinquecento anime. Mai come oggi questo mezzo mediatico diabolico che i poteri vogliono impotente, la televisione, in grado di controllare gli occhi e i cervelli di tutti, mi è parso vilmente incapace di raccontare lo stato di cose che stiamo vivendo. Una però la sa fare e bene questo piccolo grande fratello che è in tutti i nostri tinelli, nelle cucine, nei salotti attrezzati: crea frustrazione, paura, fantasie che noi dobbiamo rielaborare nel nostro film visto tutti i giorni a occhi spalancati, a perpetuare un senso invincibile d’impotenza e di rabbia. È per questo che uno scrittore a volte sente il dovere morale di andare a vedere, e raccontare con i sensi scoperti, per creare una piccola memoria e salvarla. Uscendo dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria, proprio a Padula, cittadina di una delle vittime dell’incidente, il paese si scorge arroccato su un’altura a 850 metri sopra il livello del mare, come se le case ricoprissero una vicina all’altra una capigliatura stretta di tetti. Sotto undicimila ettari di territorio del Vallo del Diano, quattromilacinquecento di demanio, che fanno di questo il terzo paese della provincia per estensione geografica, e poi la catena appenninica della Maddalena che stringe l’ampia vallata in lontananza con le sue quinte rocciose. Arrivando si sente già un’aria di silenzio e desolazione, ma forse perché è una domenica italiana e la gente sta rintanata nelle case nell’attesa del grande evento di stasera, la finale dei Campionati del mondo di calcio. Chiedo a un vecchietto dove si trova l’albergo Venezuela, lì alloggerò anche perché non ce ne sono altri, il che la dice lunga sulla storia di emigrazione di questa gente, avvenuta soprattutto tra gli anni ’40 e ’60, anche se il triste esodo continua, ma il tipo tracagnotto è sordo, mi depista. Così, quasi casualmente, finisco nella frazione Prato sotto, dove continuo a girare a vuoto come uno scemo, fin quando due ragazzini che stanno giocando a pallone in strada mi indicano il luogo dove si è consumata la tragedia. Quando ci arrivo mi trovo di fronte l’edificio di una scuola elementare come tante, con la bandiera italiana che spicca e dentro ancora i resti degli scatoloni dell’ultimo referendum sulla Costituzione, che riesco a scorgere dai vetri delle finestre. La nostra, quella dell’Italia, una Repubblica fondata sul lavoro. Peccato che proprio nel sottoscala di questo edificio, in un garage di cento metri quadri, quattro giorni fa è divampato un incendio pazzesco e ha ucciso due donne che stavano cucendo materassi. Anna Maria Mercadante, di 49 anni e Giovanna Curcio di 15. Ventiquattro euro per dodici ore continue di manodopera a nero la paga giornaliera.
I muri spaccati
L’ingresso è transennato, sotto le finestre della scuola ci sono ancora mazzi di fiori e lumicini con l’immagine di padre Pio che ancora ardono. Supero gli sbarramenti e a pochi metri c’è questo edificio sventrato dalle fiamme, pezzi di materassi bruciacchiati, mattoni forati fatti a pezzi, il pavimento invaso da una fanghiglia nera che calpesto avanzando cauto. Fuori, sul piazzale, lo scheletro arrugginito e completamente spoglio del furgoncino che trasportava il prodotto finito, anche i pneumatici si sono volatilizzati. L’odore di bruciato è ancora nauseante, vedo i muri spaccati e un gorgoglio d’acqua che scorre, non si capisce bene dove, forse sono le mura carbonizzate che scricchiolano. Arrivo nella stanzetta dove c’era il bagno, la camera a gas dove hanno perso la vita le due operaie, adesso non c’è più niente. Solo una stanza vuota piena di calcinacci e polveri. Poi infilo una scalinata che sta di lato, ci sono ancora barattoli di prodotti chimici sugli scalini, e arrivato al piano superiore scorgo un tipo losco che sta uscendo dalla porta dello stabile portando via delle cose dentro un cesto di quelli del pane. Lo chiamo, mi viene incontro minaccioso, dice che avvertirà i carabinieri, lì non ci posso stare. ‟Ma lei è il proprietario?”, gli chiedo rincorrendolo: ‟Sì”, mi fa lui beffardo, quasi in tono di sfida, ‟sono il proprietario bruciato”. Lo ritrovo fuori dello stabile, non so da dove è sbucato, mi affronta spavaldo, telefonino in mano, pancetta prosperosa e jeans da quattro soldi. ‟Cosa prova dopo questo macello? ‟, gli chiedo. ‟Niente”, fa lui con freddezza. ‟Sei fortunato che è giorno se era notte ”.
Restano i vecchi
Quando raggiungo in auto il centro di Montesano è l’una passata, in giro non c’è nessuno. Sto per andarmene quando incontro per caso un tipo calvo sorridente, dalla faccia paffuta, che somiglia all’attore Antonio Albanese, è socievole al massimo e sembra conoscere molte cose di questo posto. Poi verrò a sapere che è un geometra che per diletto fa il musicista, ha un’aria da buon diavolo e viaggia a bordo di un vecchio fuoristrada Defender rosso, ammaccato da un lato. Si chiama Simone Bianco. Qui non ci sono più trattorie, se voglio mangiare bene, dice, debbo andare sotto, ad Arenabianca, lì c’è il ristorante Arteca. È facile arrivarci. Anche se è domenica, dentro i tavoli sono tutti vuoti, c’è solo il proprietario che sta consumando un pasto, poco dopo arriveranno tre suoi conoscenti. La cameriera che porta le pietanze, mingherlina e con la faccia smagrita, mi dice che questa storia qui ha sorpreso tutti. Nessuno sapeva niente della fabbrichetta. ‟Qua lavoro non ce ne sta proprio, non c’è niente”, si lamenta. ‟Se ne sono andate famiglie intere, sono rimasti solo i vecchi”. Mangio cose autoctone gustose, bevo del buon vino, poi scambio quattro chiacchiere con gli avventori che stanno seduti ai tavoli. Un signore distinto coi baffi che sta pranzando con i due giovani figli mi dice: ‟Quelli che vogliono lavorare vanno a Eboli a raccogliere ortaggi nelle serre per 25 euro al giorno. Si alzano alle tre del mattino e tornano nel tardo pomeriggio”. C’è anche il problema della concorrenza extracomunitaria. ‟I caporali li arruolano a Salerno e quelli lavorano anche per meno, ma questo ormai so che avviene anche al nord”, racconta il figlio universitario che studia Beni Culturali a Napoli: ‟Facciamo parte della coda della Campania, ma i soldi si fermano tutti a Salerno, eppure questa è una zona sana, a due passi c’è la Certosa di Padula, patrimonio dell’umanità Unesco, però nessuno la valorizza”, continua. So che anche la stazione termale ha chiuso i battenti, a vederla sembra un luogo di fantasmi, e l’hotel che sta di fronte cade a pezzi. Peccato, perché qui c’è il Parco Nazionale del Cilento, una bella natura di fitti boschi e vedute che incantano, aria buona e grande ospitalità. Chiamo al telefono Franco Arminio, scrittore che conosce bene i paesi anche meno conosciuti, soprattutto i suoi, quelli della Campania più segreta. ‟Sono a Montesano ‟, gli dico, ‟per un reportage sulle operaie morte in quel materassificio”. Al telefono appassionatamente risponde: ‟È un rogo silenzioso, il rogo della desolazione”, che secondo lui stringerebbe d’assedio certe terre amare, anche se da queste parti non c’è morsa camorristica e un degrado tipicamente meridionale. ‟Quei posti li conosco bene”, mi dice, ‟la civiltà contadina non è stata mai sostituita dalla modernità. Esiste, invece, una postmodernità pacchiana, incivile, quella di gente smemorata che desidera una casa di 300 metri quadri, la macchina di grande cilindrata e il bagno con l’idromassaggio, oppure la tv al plasma. Non è mai arrivata una cultura nuova. Anzi, quella che c’era prima si è liquefatta e adesso c’è solo il vuoto delle merci”. È caustico e cinico mentre parla, ma comprendo bene la sua indignazione: ‟Anche la politica ha fallito, si continuano a spendere soldi per cose parassitarie legate alle solite clientele, non ci potrà mai essere un’idea di riscatto. I soldi europei stanno diventando una seconda Cassa del Mezzogiorno il percorso è più lungo, ma le logiche sono le stesse”.
Il ‟pezzenticchio”
Il pomeriggio ritrovo sulla piazza del paese il geometra Bianco. Mi accompagna con il fuoristrada nel posto più alto, dove c’è un enorme edificio fatiscente, un pugno in un occhio in un paesaggio così bello. Lo edificò Filippo Gagliardi, dice, una sorta di imprenditore tuttofare (c’è il suo busto nella piazza intitolata) ‟che qui chiamavano il pezzenticchio, tornato dal Venezuela con idee megalomani, e doveva diventare un convento per monache intitolato a sua madre, ma nel corso dei lavori morì una donna che ci lavorava, così rinunciò a finirlo”, esterna convinto. Lui campicchia facendo qualche accatastamento, ristrutturazioni di case, il suo socio è un ingegnere, ma è dura. Qui non conviene neanche edificare, chi costruisce case lo fa perché c’è nato e magari vuole tornarci dopo anni passati all’estero, soprattutto in America Latina. Proprio ieri è arrivata in paese una donna che vive a Caracas, nel tentativo di ritrovare i parenti, mi racconta. Sotto la pioggia battente mi traghetta paziente per tutto il pomeriggio col Defender su e giù per il paese, e grazie a lui, che si dice molto commosso per questa brutta storia, incontro una signora che abitava nello stabile dove si è consumata la tragedia. Adesso si è rifugiata nella casa patriarcale a Montesano scalo; sono sette le famiglie evacuate. Mi parla del proprietario della Bimal.Tex, indagato per omicidio plurimo colposo e incendio colposo, un certo Biagio Maceri, originario di Tortora, ‟uno caldo di testa che aveva molto carisma con le persone che non potevano difendersi”, dice indignata. Pare ci sia stata anche una denuncia per maltrattamenti nei confronti di una giovane operaia qualche tempo fa, poi ritirata in zona Cesarini. ‟Dentro non c’erano secchi, bacinelle, estintori, nessuna norma di sicurezza, e poi ci sono stati ritardi incomprensibili nei soccorsi, dalle 9,30 alle 12,30 i vigili del fuoco hanno fatto solo voci, mentre dentro si sentivano ancora le urla di quelle poverette. Mi fa rabbia, tanta rabbia. Solo alle 13 sono arrivati i soccorsi da Salerno, ma era troppo tardi”. Pensare che al piano di sopra c’era una scuola e delle abitazioni, le vittime potevano essere molte di più in un altro mese dell’anno. Sull’altro lato della strada vive una delle quattro operaie che quella mattina si trovavano a lavorare nel sottoscala. È una donna bassa di statura, vestita di nero, ancora adesso molto scossa. Ha perso suo marito di recente e aveva bisogno di lavorare. ‟Voglio solo dimenticare, guardi, non mi va di parlare”, mi dice impaurita sulla soglia di casa, mentre i suoi figli piccoli la osservano preoccupati con le faccette allampanate, ‟non dormo più la notte”. Lei non ci andava tutti i giorni, ma solo quando lui aveva bisogno. Infatti, alla Bimal.Tex si poteva lavorare due ore, quattro, sei o anche dieci, lo stabiliva il titolare al momento dell’arrivo, così mi conferma la ragazza che lavora al Bar Baby Luna di Casalbuono, dove viveva la giovane studentessa Giovanna Curcio, figlia di un idraulico forestale, e dove passava insieme agli amici il tempo libero, che qui è molto e spesso confina con l’antica noia dei luoghi abbandonati a se stessi. L’operaia superstite si stringe nelle spalle e mi racconta sgomenta che tornava dal bagno quando ha visto improvvisamente le fiamme alzarsi, e allora è riuscita a scappare, trovando un piccolo varco tra le pile alte dei materassi, messi uno sull’altro fino al soffitto, che impedivano il passaggio. ‟Si vede che quelle due hanno avuto paura di affrontare il fuoco”, riferisce ancora incredula. Le chiedo quale era la sua paga e lei mi risponde candidamente, come fosse una cosa normale: ‟A me davano 2,50 l’ora, in nero”. Quando la sera arrivo in Piazza Gagliardi c’è già molta gente seduta davanti al grande schermo di fianco al bar Good to eat per guardare la finale dei campionati del mondo. Zidane ha già freddato il loro entusiasmo segnando il rigore che ha portato in vantaggio la Francia, i baristi vanno e vengono sudatissimi con in mano panini farciti e bevande fresche. Ci sono parecchi ragazzini con le bandiere e le trombette, le guance disegnate in tricolore. La nostra squadra di calcio adesso è all’attacco, insiste, è padrona del gioco, Cannavaro è un bronzo di Riace, Gattuso è tutto rabbia e muscoli, la verve proletaria del lavoratore di centrocampo, così quando Materazzi si alza sopra tutti e schiaccia di testa la palla in rete grido anch’io insieme agli altri. Il secondo tempo lo vedo in un baretto lì a fianco di vago sapore sudamericano. Il bancone e tre tavoli in fila, e poi il calcio-balilla disabitato in fondo. C’è un signore baffuto che continua a bere birra, due o tre vecchietti che si lamentano perché non segniamo, e fuori un gruppo di ragazzi albanesi che stanno per conto loro, ma continuano a guardare la partita senza incitamenti, nella speranza di stabilire un contatto. La barista grassoccia sta arrostendo salsicce su un barbecue di fianco al bancone mentre la Francia adesso macina gioco ed è aggressiva al massimo. ‟Soffriamo”, continua a dirmi un vecchietto basso, ‟dobbiamo vince”. Lo rassicuro con lo sguardo, gli sorrido, mentre sul bancone continuano ad apparecchiare boccali di bionda spumosa. Quando Zidane dà una testata sul petto di Materazzi gli insulti piovono da tutte le parti. La sofferenza continua durante i supplementari, dalle case vicine voci e cori d’incitamento, mentre in piazza continua a giungere gente da ogni angolo di paese. Poi si arriva alla lotteria dei rigori, ma i nostri non ne sbagliano uno e quando Grosso mette a segno l’ultimo, un boato intorno m’avvolge e un ragazzino obeso con le guance disegnate in bianco, rosso e verde mi stringe e poi mi prende in braccio alzandomi verso l’alto. Mi sposto verso la piazza, stanno scoppiando i mortaretti, i clacson delle auto sembrano impazziti. Ma sopra la tabaccheria c’è un lenzuolo bianco che prima non avevo visto. C’è scritto con lo spray argentato: ‟Giovanna e Anna Maria per sempre nei nostri cuori”.
Uno tsunami
Quando torno al Venezuela per le strade c’è un delirio di auto che sfrecciano. Automobili, trattori, Tir che strombazzano, bandiere che sventolano. Sento persone che cantano Volare, vanno e vengono scooter lanciati a mille. Sto dentro il letto ma non riesco a dormire. Mentre imperversa la febbre della vittoria, ripenso alle due povere donne che sono morte nello scantinato. Ne muoiono seimila al giorno in tutto il mondo, silenziosamente se ne vanno come sepolti nella grande neve della memoria, uno tsunami umano grande e potente come l’urlo di Munch. Vorrei che almeno un giorno questi militi ignoti del lavoro nero diventassero per davvero l’incubo rigenerante del paese, che in tutti i televisori si sentisse il loro grido mostruoso. Ma ci vorrebbe un’altra Italia, meno incivile di questa, e un’altra razza di imprenditori, meno abietta e spietata di quella con la quale dobbiamo fare i conti, che coi suoi lerci intrallazzi è riuscita a sporcare anche il campionato di calcio. Ma da queste parti non c’è neanche quella.
I muri spaccati
L’ingresso è transennato, sotto le finestre della scuola ci sono ancora mazzi di fiori e lumicini con l’immagine di padre Pio che ancora ardono. Supero gli sbarramenti e a pochi metri c’è questo edificio sventrato dalle fiamme, pezzi di materassi bruciacchiati, mattoni forati fatti a pezzi, il pavimento invaso da una fanghiglia nera che calpesto avanzando cauto. Fuori, sul piazzale, lo scheletro arrugginito e completamente spoglio del furgoncino che trasportava il prodotto finito, anche i pneumatici si sono volatilizzati. L’odore di bruciato è ancora nauseante, vedo i muri spaccati e un gorgoglio d’acqua che scorre, non si capisce bene dove, forse sono le mura carbonizzate che scricchiolano. Arrivo nella stanzetta dove c’era il bagno, la camera a gas dove hanno perso la vita le due operaie, adesso non c’è più niente. Solo una stanza vuota piena di calcinacci e polveri. Poi infilo una scalinata che sta di lato, ci sono ancora barattoli di prodotti chimici sugli scalini, e arrivato al piano superiore scorgo un tipo losco che sta uscendo dalla porta dello stabile portando via delle cose dentro un cesto di quelli del pane. Lo chiamo, mi viene incontro minaccioso, dice che avvertirà i carabinieri, lì non ci posso stare. ‟Ma lei è il proprietario?”, gli chiedo rincorrendolo: ‟Sì”, mi fa lui beffardo, quasi in tono di sfida, ‟sono il proprietario bruciato”. Lo ritrovo fuori dello stabile, non so da dove è sbucato, mi affronta spavaldo, telefonino in mano, pancetta prosperosa e jeans da quattro soldi. ‟Cosa prova dopo questo macello? ‟, gli chiedo. ‟Niente”, fa lui con freddezza. ‟Sei fortunato che è giorno se era notte ”.
Restano i vecchi
Quando raggiungo in auto il centro di Montesano è l’una passata, in giro non c’è nessuno. Sto per andarmene quando incontro per caso un tipo calvo sorridente, dalla faccia paffuta, che somiglia all’attore Antonio Albanese, è socievole al massimo e sembra conoscere molte cose di questo posto. Poi verrò a sapere che è un geometra che per diletto fa il musicista, ha un’aria da buon diavolo e viaggia a bordo di un vecchio fuoristrada Defender rosso, ammaccato da un lato. Si chiama Simone Bianco. Qui non ci sono più trattorie, se voglio mangiare bene, dice, debbo andare sotto, ad Arenabianca, lì c’è il ristorante Arteca. È facile arrivarci. Anche se è domenica, dentro i tavoli sono tutti vuoti, c’è solo il proprietario che sta consumando un pasto, poco dopo arriveranno tre suoi conoscenti. La cameriera che porta le pietanze, mingherlina e con la faccia smagrita, mi dice che questa storia qui ha sorpreso tutti. Nessuno sapeva niente della fabbrichetta. ‟Qua lavoro non ce ne sta proprio, non c’è niente”, si lamenta. ‟Se ne sono andate famiglie intere, sono rimasti solo i vecchi”. Mangio cose autoctone gustose, bevo del buon vino, poi scambio quattro chiacchiere con gli avventori che stanno seduti ai tavoli. Un signore distinto coi baffi che sta pranzando con i due giovani figli mi dice: ‟Quelli che vogliono lavorare vanno a Eboli a raccogliere ortaggi nelle serre per 25 euro al giorno. Si alzano alle tre del mattino e tornano nel tardo pomeriggio”. C’è anche il problema della concorrenza extracomunitaria. ‟I caporali li arruolano a Salerno e quelli lavorano anche per meno, ma questo ormai so che avviene anche al nord”, racconta il figlio universitario che studia Beni Culturali a Napoli: ‟Facciamo parte della coda della Campania, ma i soldi si fermano tutti a Salerno, eppure questa è una zona sana, a due passi c’è la Certosa di Padula, patrimonio dell’umanità Unesco, però nessuno la valorizza”, continua. So che anche la stazione termale ha chiuso i battenti, a vederla sembra un luogo di fantasmi, e l’hotel che sta di fronte cade a pezzi. Peccato, perché qui c’è il Parco Nazionale del Cilento, una bella natura di fitti boschi e vedute che incantano, aria buona e grande ospitalità. Chiamo al telefono Franco Arminio, scrittore che conosce bene i paesi anche meno conosciuti, soprattutto i suoi, quelli della Campania più segreta. ‟Sono a Montesano ‟, gli dico, ‟per un reportage sulle operaie morte in quel materassificio”. Al telefono appassionatamente risponde: ‟È un rogo silenzioso, il rogo della desolazione”, che secondo lui stringerebbe d’assedio certe terre amare, anche se da queste parti non c’è morsa camorristica e un degrado tipicamente meridionale. ‟Quei posti li conosco bene”, mi dice, ‟la civiltà contadina non è stata mai sostituita dalla modernità. Esiste, invece, una postmodernità pacchiana, incivile, quella di gente smemorata che desidera una casa di 300 metri quadri, la macchina di grande cilindrata e il bagno con l’idromassaggio, oppure la tv al plasma. Non è mai arrivata una cultura nuova. Anzi, quella che c’era prima si è liquefatta e adesso c’è solo il vuoto delle merci”. È caustico e cinico mentre parla, ma comprendo bene la sua indignazione: ‟Anche la politica ha fallito, si continuano a spendere soldi per cose parassitarie legate alle solite clientele, non ci potrà mai essere un’idea di riscatto. I soldi europei stanno diventando una seconda Cassa del Mezzogiorno il percorso è più lungo, ma le logiche sono le stesse”.
Il ‟pezzenticchio”
Il pomeriggio ritrovo sulla piazza del paese il geometra Bianco. Mi accompagna con il fuoristrada nel posto più alto, dove c’è un enorme edificio fatiscente, un pugno in un occhio in un paesaggio così bello. Lo edificò Filippo Gagliardi, dice, una sorta di imprenditore tuttofare (c’è il suo busto nella piazza intitolata) ‟che qui chiamavano il pezzenticchio, tornato dal Venezuela con idee megalomani, e doveva diventare un convento per monache intitolato a sua madre, ma nel corso dei lavori morì una donna che ci lavorava, così rinunciò a finirlo”, esterna convinto. Lui campicchia facendo qualche accatastamento, ristrutturazioni di case, il suo socio è un ingegnere, ma è dura. Qui non conviene neanche edificare, chi costruisce case lo fa perché c’è nato e magari vuole tornarci dopo anni passati all’estero, soprattutto in America Latina. Proprio ieri è arrivata in paese una donna che vive a Caracas, nel tentativo di ritrovare i parenti, mi racconta. Sotto la pioggia battente mi traghetta paziente per tutto il pomeriggio col Defender su e giù per il paese, e grazie a lui, che si dice molto commosso per questa brutta storia, incontro una signora che abitava nello stabile dove si è consumata la tragedia. Adesso si è rifugiata nella casa patriarcale a Montesano scalo; sono sette le famiglie evacuate. Mi parla del proprietario della Bimal.Tex, indagato per omicidio plurimo colposo e incendio colposo, un certo Biagio Maceri, originario di Tortora, ‟uno caldo di testa che aveva molto carisma con le persone che non potevano difendersi”, dice indignata. Pare ci sia stata anche una denuncia per maltrattamenti nei confronti di una giovane operaia qualche tempo fa, poi ritirata in zona Cesarini. ‟Dentro non c’erano secchi, bacinelle, estintori, nessuna norma di sicurezza, e poi ci sono stati ritardi incomprensibili nei soccorsi, dalle 9,30 alle 12,30 i vigili del fuoco hanno fatto solo voci, mentre dentro si sentivano ancora le urla di quelle poverette. Mi fa rabbia, tanta rabbia. Solo alle 13 sono arrivati i soccorsi da Salerno, ma era troppo tardi”. Pensare che al piano di sopra c’era una scuola e delle abitazioni, le vittime potevano essere molte di più in un altro mese dell’anno. Sull’altro lato della strada vive una delle quattro operaie che quella mattina si trovavano a lavorare nel sottoscala. È una donna bassa di statura, vestita di nero, ancora adesso molto scossa. Ha perso suo marito di recente e aveva bisogno di lavorare. ‟Voglio solo dimenticare, guardi, non mi va di parlare”, mi dice impaurita sulla soglia di casa, mentre i suoi figli piccoli la osservano preoccupati con le faccette allampanate, ‟non dormo più la notte”. Lei non ci andava tutti i giorni, ma solo quando lui aveva bisogno. Infatti, alla Bimal.Tex si poteva lavorare due ore, quattro, sei o anche dieci, lo stabiliva il titolare al momento dell’arrivo, così mi conferma la ragazza che lavora al Bar Baby Luna di Casalbuono, dove viveva la giovane studentessa Giovanna Curcio, figlia di un idraulico forestale, e dove passava insieme agli amici il tempo libero, che qui è molto e spesso confina con l’antica noia dei luoghi abbandonati a se stessi. L’operaia superstite si stringe nelle spalle e mi racconta sgomenta che tornava dal bagno quando ha visto improvvisamente le fiamme alzarsi, e allora è riuscita a scappare, trovando un piccolo varco tra le pile alte dei materassi, messi uno sull’altro fino al soffitto, che impedivano il passaggio. ‟Si vede che quelle due hanno avuto paura di affrontare il fuoco”, riferisce ancora incredula. Le chiedo quale era la sua paga e lei mi risponde candidamente, come fosse una cosa normale: ‟A me davano 2,50 l’ora, in nero”. Quando la sera arrivo in Piazza Gagliardi c’è già molta gente seduta davanti al grande schermo di fianco al bar Good to eat per guardare la finale dei campionati del mondo. Zidane ha già freddato il loro entusiasmo segnando il rigore che ha portato in vantaggio la Francia, i baristi vanno e vengono sudatissimi con in mano panini farciti e bevande fresche. Ci sono parecchi ragazzini con le bandiere e le trombette, le guance disegnate in tricolore. La nostra squadra di calcio adesso è all’attacco, insiste, è padrona del gioco, Cannavaro è un bronzo di Riace, Gattuso è tutto rabbia e muscoli, la verve proletaria del lavoratore di centrocampo, così quando Materazzi si alza sopra tutti e schiaccia di testa la palla in rete grido anch’io insieme agli altri. Il secondo tempo lo vedo in un baretto lì a fianco di vago sapore sudamericano. Il bancone e tre tavoli in fila, e poi il calcio-balilla disabitato in fondo. C’è un signore baffuto che continua a bere birra, due o tre vecchietti che si lamentano perché non segniamo, e fuori un gruppo di ragazzi albanesi che stanno per conto loro, ma continuano a guardare la partita senza incitamenti, nella speranza di stabilire un contatto. La barista grassoccia sta arrostendo salsicce su un barbecue di fianco al bancone mentre la Francia adesso macina gioco ed è aggressiva al massimo. ‟Soffriamo”, continua a dirmi un vecchietto basso, ‟dobbiamo vince”. Lo rassicuro con lo sguardo, gli sorrido, mentre sul bancone continuano ad apparecchiare boccali di bionda spumosa. Quando Zidane dà una testata sul petto di Materazzi gli insulti piovono da tutte le parti. La sofferenza continua durante i supplementari, dalle case vicine voci e cori d’incitamento, mentre in piazza continua a giungere gente da ogni angolo di paese. Poi si arriva alla lotteria dei rigori, ma i nostri non ne sbagliano uno e quando Grosso mette a segno l’ultimo, un boato intorno m’avvolge e un ragazzino obeso con le guance disegnate in bianco, rosso e verde mi stringe e poi mi prende in braccio alzandomi verso l’alto. Mi sposto verso la piazza, stanno scoppiando i mortaretti, i clacson delle auto sembrano impazziti. Ma sopra la tabaccheria c’è un lenzuolo bianco che prima non avevo visto. C’è scritto con lo spray argentato: ‟Giovanna e Anna Maria per sempre nei nostri cuori”.
Uno tsunami
Quando torno al Venezuela per le strade c’è un delirio di auto che sfrecciano. Automobili, trattori, Tir che strombazzano, bandiere che sventolano. Sento persone che cantano Volare, vanno e vengono scooter lanciati a mille. Sto dentro il letto ma non riesco a dormire. Mentre imperversa la febbre della vittoria, ripenso alle due povere donne che sono morte nello scantinato. Ne muoiono seimila al giorno in tutto il mondo, silenziosamente se ne vanno come sepolti nella grande neve della memoria, uno tsunami umano grande e potente come l’urlo di Munch. Vorrei che almeno un giorno questi militi ignoti del lavoro nero diventassero per davvero l’incubo rigenerante del paese, che in tutti i televisori si sentisse il loro grido mostruoso. Ma ci vorrebbe un’altra Italia, meno incivile di questa, e un’altra razza di imprenditori, meno abietta e spietata di quella con la quale dobbiamo fare i conti, che coi suoi lerci intrallazzi è riuscita a sporcare anche il campionato di calcio. Ma da queste parti non c’è neanche quella.
Le risorse umane di Angelo Ferracuti
‟Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi an…