Maurizio Caprara: Via il blocco aereo al Libano, resta quello navale
12 Settembre 2006
Massimo D’Alema ha usato le stesse parole che avrebbe pronunciato, negli anni Settanta, quando era segretario della Federazione giovanile comunista italiana: ‟Siamo qui innanzitutto per ribadire la solidarietà al popolo palestinese e alla lotta del popolo palestinese per ottenere la nascita di uno Stato”. Abu Mazen, il pragmatico presidente dell’Autorità nazionale che ha alle spalle studi in Unione Sovietica, ascoltava compiaciuto. Quell’appoggio alla ‟lotta” rientrava anche nel lessico di tanti socialisti italiani, e non soltanto dei partiti di sinistra, ma certo non era stato reiterato dai ministri degli Esteri dei governi Berlusconi succedutisi nell’ultimo quinquennio. Così dentro la Muqata, il casermone bianco che fu fortezza di Yasser Arafat, è tornato il clima familiare di una volta. Erano schierate le telecamere di tutte le equivalenti palestinesi di TeleLombardia, TeleNorba, TeleTuscolo davanti ad Abu Mazen e all’ospite, presentato dal primo come ‟un caro amico”. Dopo aver preparato con quella frase l’atmosfera, D’Alema l’ha sfruttata per far partire il messaggio con il quale, anche al prezzo di polemiche in Italia sulla ‟lotta”, desidererebbe consolidare, se sarà raccolto, il suo ruolo di nuovo protagonista della diplomazia internazionale sul Medio Oriente: ‟Voglio cogliere l’occasione per lanciare un appello a tutti i gruppi palestinesi perché cessino il lancio di razzi, perché sia liberato il caporale Shalit (israeliano, ndr), perché finiscano le violenze che hanno causato tante sofferenze al popolo palestinese”. Appello a ‟tutti i gruppi” significa pure ai dinamitardi di Hamas, ai sanguinari della Jihad, ai residui dei Fronti più duri. È stato il clou della parte pubblica di una giornata cominciata con un volo militare da Roma, un incontro con re Abdallah di Giordania ad Amman, la tappa di Ramallah nei Territori e un colloquio serale, a Tel Aviv, con il premier israeliano Ehud Olmert. Il viaggio del vicepresidente del Consiglio e ministro italiano è coinciso con la fine del blocco aereo di Israele sul Libano, a differenza di quello navale che lo Stato ebraico è orientato a tenere ancora un paio di giorni perché non sono arrivate tutte in zona le navi della nuova versione dell’Unifil, la forza dell’Onu per il Paese dei Cedri. Con gli arabi, D’Alema ha impiegato un linguaggio che Olmert poteva aspettarsi, ma che certo non è tra i suoi preferiti, per quanto non siano da escludere, oggi, diplomatiche attestazioni israeliane di amicizia. Da Amman, tra Stato ebraico e palestinesi D’Alema ha indicato come doveroso un dialogo diretto, senza strategie ‟unilaterali”. In pochi secondi, il titolare della Farnesina ha liquidato la politica del ritiro non negoziato di coloni e soldati, quella che ha contraddistinto Ariel Sharon su Gaza e che Olmert, se adesso l’opinione pubblica israeliana non la ritenesse troppo generosa, intenderebbe applicare anche per parti della Cisgiordania. D’Alema ne ha parlato così: ‟Strategie che negli ultimi mesi si sono dimostrate inefficaci agli occhi di tutti, compresi i dirigenti israeliani”. Nelle settimane scorse, il governo di Gerusalemme ha reagito con pragmatismo alla perdita di un sostegno incondizionato come quello di Berlusconi. Tanto più dopo la disponibilità italiana a rimediare all’iniziale ritrosia della Francia a investire soldati nell’Unifil, Israele ha sopportato le critiche di D’Alema e i suoi segnali di apertura riservati agli arabi, per i palestinesi come per Hezbollah. Ciononostante, ieri, il ministro italiano si è premurato di non alimentare illusioni tra il pubblico delle kefiah su un suo desiderio che nei Territori piace, l’obiettivo (oggi irrealizzabile) di una forza di interposizione a Gaza per il quale Abu Mazen lo ha platealmente ‟ringraziato”. ‟Naturalmente questa decisione, che dovrebbe essere assunta dall’Onu, può esserci soltanto se c’è un accordo per il cessate il fuoco...Come per il Libano, la forza internazionale può venire per garantire un’intesa tra le parti, non certo al suo posto”, ha avvisato D’Alema. Poi, per non perdere smalto davanti all’audience dei Territori, un’aggiunta: ‟Stiamo ritirando le truppe dall’Iraq perché il nuovo governo italiano non era d’accordo con la missione militare in Iraq”. Un tasto che per molti arabi, a differenza che per il centro-destra italiano, ha un buon suono. Alla fine, nel buio della sera, sulla Muqata la foto illuminata di Arafat sorvegliava dall’alto. E un poco sorrideva.
Maurizio Caprara
Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …