Il più spiritoso fu Francesco Cossiga che un giorno, a Piero Chiambretti che gli chiedeva come mai dava continuamente le dimissioni, precisò: ‟Io non mi dimetto: minaccio. Mi deve chiamare Presidente Incombente. Anzi mi chiami semplicemente Incombente”. Ma lui almeno, da ministro degli Interni e da capo dello Stato, due lettere di commiato le ha firmate davvero. Gli altri, addio. Come ci ricorda in queste ore il caso di Angelo Rovati, non c’è forse Paese, nell’orbe terracqueo, dove sia più difficile dare le dimissioni. È vero: non siamo gli unici. Perfino nel mondo anglosassone, dove la scelta di andarsene per togliere di imbarazzo lo Stato, il governo o il partito è assai apprezzata (si ricordino per tutte le dimissioni di Bernard Kerik, che sarebbe stato il responsabile della sicurezza interna degli Stati Uniti se non l’avesse travolto la notizia che aveva una bambinaia non in regola o quelle del sottosegretario inglese David Mellor, la cui amante spagnola raccontò che gli piaceva fare sesso con la maglietta del Chelsea), non tutti accettano di abbandonare il campo. Basti pensare a Bill Clinton che, nei giorni più duri del ‟sexy-gate” con Monica Lewinsky, andò in tivù per ribaltare tutto: ‟Non mi dimetterò mai. Non abbandonerò mai il popolo di questo Paese. Non deluderò mai la fiducia che hanno riposto in me”. Ma quella che lì è quasi una eccezione (Winston Churchill battuto alle elezioni ci scherzò su: ‟Mi sono dato le dimissioni ma le ho rifiutate”), da noi è quasi una regola. Al punto che Dino Zoff, una volta, si permise un filo di ironia: ‟Gli unici che si dimettono, da noi, sono gli allenatori”. Calcio compreso, s’intende. Non voleva andarsene, dopo l’ultimo scandalo, Franco Carraro: ‟Non mi fa piacere il voto negativo della maggioranza della Lega ma non mi dimetto”. Non voleva andarsene Adriano Galliani: ‟Sono stato, credo, un ottimo presidente della Lega Calcio e non mi dimetto, perché in Italia le dimissioni sono un’ammissione di colpa e io colpe non ne ho”. Non volevano andarsene, sulle prime, manco Luciano Moggi e Antonio Giraudo: ‟Dimissioni? Questa è una vicenda che compatta la dirigenza e l’ambiente!”. Ma è proprio in politica o nelle immediate vicinanze (come dimenticare il tormentone intorno al governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, beccato mentre dava appuntamenti ‟dal retro” a quel Gianpiero Fiorani che gli mandava ‟un bacio sulla fronte”?) che abbiamo assistito negli anni alle battaglie di trincea più accanite. Non ce n’è stato uno, davanti al divampare delle polemiche, che abbia ceduto senza tentare, borrellianamente parlando, di resistere, resistere, resistere. Non mollò Toni Negri che, rifugiatosi a Parigi, respinse sempre gli appelli di Marco Pannella e degli altri leader radicali, rifiutando di dimettersi per consentire ad altri di subentrargli. Non mollò per giorni e giorni il sottosegretario leghista Stefano Stefani che, mentre divampava in Germania la polemica accesa da un suo articolo su ‟La Padania” in cui aveva irriso ai tedeschi che ‟invadono rumorosamente le nostre spiagge” dopo essere cresciuti ‟a roboanti gare di rutti dopo pantagrueliche bevute di birra e scorpacciate di Kartoffel fritte”, cedette infine alle pressioni di mezzo governo (‟Uno stupido è uno stupido, niente più che uno stupido”, disse Fini) solo perché la faccenda era diventata un caso internazionale. E non mollò per anni il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca che, condannato per l’ormai celeberrimo viaggio in autoblù a Bari dove doveva imbarcarsi con la moglie per una crociera, fu così cocciuto da spingere la città, una delle più destrorse d’Italia, a sinistra. I casi più clamorosi, però, a parte quello di Giulio Tremonti che, costretto a lasciare l’Economia nel luglio 2003, pretese da Berlusconi una lettera ufficiale (‟Ti chiedo di rassegnare le dimissioni”), sono tre. Il primo è quello di Carlo Taormina. Il quale, messo davanti all’incompatibilità tra l’essere insieme un sottosegretario agli Interni e il difensore di certi boss mafiosi, difese ringhiosamente per sei mesi il suo doppio ruolo. Per barricarsi con altrettanta cocciutaggine, due anni dopo, sulla poltrona di membro della commissione Antimafia: ‟Non mi dimetterò mai, per nessun motivo, nemmeno se mi scannano”. Il secondo è quello di Claudio Scajola che, reo di aver fatto una battuta indecente su Marco Biagi (‟Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”), venne difeso per quattro interminabili giorni da tutta la destra (escluso Giuliano Ferrara) che arrivò coi forzisti Gregorio Fontana e Andrea Orsini a denunciare il ‟vecchio sistema di disinformazione, caratteristico della tradizione comunista, di stravolgere il senso di una frase”. Immortale, però, resta il Piave personale del mitico Filippo Mancuso. Ricordate? Faceva il ministro della Giustizia, una decina di anni fa, nel governo ‟tecnico” di Lamberto Dini, mandò gli ispettori a Milano a indagare sul Pool di Mani Pulite e riuscì a mettersi contro tutti, dai magistrati alla maggioranza, dal presidente del Consiglio al capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro. Che lui, dopo esserne stato buon amico (‟Inesatto: godetti della sua stima, mai la ricambiai”) odiava come il Conte di Montecristo odiava Fernando, Danglars e Villefort. Visti fallire tutti i tentativi di spingerlo a dimettersi con le buone, gli presentarono contro una mozione di sfiducia. L’unica del genere mai accolta nella storia patria. Lui contestò anche quella, facendo ricorso alla Corte Costituzionale per ‟conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato”. Secondo lui il Senato non poteva sfiduciare un solo ministro. Cedette infine. Tra sospiri di sollievo generali. Ma certo, in cuor suo, di aver tenuto l’elmetto in testa e la baionetta innestata per una buona causa. Dimissioni lui? Mai.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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