L’argomento del mio intervento è il cosiddetto ‟impegno”. Il celebre scrittore latino-americano, Mario Vargas Liosa, nella sua prefazione alle conversazioni con Borges pubblicate nella ‟Paris Review” 1966, racconta: ‟Nelle mie passioni letterarie giovanili ero piuttosto volubile. Oggi, quando mi accade di leggere di nuovo molti scrittori allora rappresentavano i miei modelli, mi accorgo che non mi interessano più, non escludendo lo stesso Sartre. Mentre la passione segreta che provavo per le opere di Borges non mi ha abbandonato, e leggerle sempre di nuovo, come se fosse un rito, era ed è ancora per me una tonte di gioia”.
Naturalmente Sartre, del quale nessuno osa negare il talento letterario e filosofico, appare come il papa ‟dell’impegno dello scrittore”: impegno molto particolare, unilaterale e intollerante. Ricordo che eminenti scrittori comunisti polacchi, quando di tanto in tanto soffrivano di un momentaneo rimorso della coscienza, recavano in pellegrinaggio da Sartre come da papa dal quale ricevere l’assoluzione. E la ottenevano senza difficoltà, e ritornavano a Varsavia confortati, pronti a compiere nuovi peccati.
Sartre era il papa dell’impegno di sinistra, progressista”. Quanto si può arrivare lontano in questo genere di ‟impegno”, lo abbiamo potuto constatare nella polemica Sartre con Camus sui lager sovietici. ‟In Urss non vi è nessun lager”, sosteneva Sartre con caparbia ostinazione. Ma, sopraffatto dalle prove Camus, si aggrappò a una originale, la quale a sua volta divenne la frequente scappatoia degli engagés non privi di spirito e di certa sensibilità. ‟Anche se esistessero concluse nella sua polemica con Camus non dovremmo parlarne né scriverne, per non scalfire la fede della classe operaia nel socialismo, nell’Unione Sovietica e nelle democrazie popolari”.
Questo tipo di ‟impegno” lo si può definire condizionato: vi consentiamo tutto, persino di compiere soprusi lampanti nella costruzione del nuovo sistema, a condizione che in cambio di possiate edificare alla fine quel sistema perfetto del progresso sociale e della liberazione dell’uomo. E chiaro che si tratta di un ‟impegno” fondato sulla malafede. Infatti in malafede si rassicurano i lettori e gli ascoltatori che il ‟futuro imminente, alla società comunista perfetta. E quindi si mente loro e li si inganna.
Subito dopo la rivoluzione dell’ottobre 1917, nel periodo fra le due guerre, era facile trovare luminari della cultura occidentale che sostenevano quella stessa tesi in buona fede. Entusiasti del comunismo, dopo un breve soggiorno in Unione Sovietica, furono Bernard Shaw e Herbert Wells, e i coniugi Webb, fondatori della Società dei Fabiani da cui nacque il Partito laburista inglese. L’unica eccezione fu Bertrand Russell, che trascorse in Unione Sovietica sei settimane nell 920, e scrisse poi un breve saggio critico, dal titolo ‟Teoria e pratica del bolscevismo”, che ancora oggi si può considerare attuale, senza dover correggere una sola parola. E poi André Gide, che espresse un giudizio dapprima lusinghiero, ma in seguito estremamente severo, sulla cosiddetta patria del proletariato mondiale.
Negli anni Trenta, la Grande Purga, la sanguinosa collettivizzazione voluta da Stalin e i processi di Mosca, indussero molti intellettuali comunisti in Occidente a riconsiderare il ‟futuro radioso” in tinte fosche. Vi furono alcuni atti di rottura, ma in generale prevalse la malafede, che i comunisti polacchi espressero nel detto: ‟Quando si tagliano gJi alberi, cade ai suolo la legna da ardere”. Nacque, si sviluppò e si affermò in Europa il secolo del totalitarismo, del quale l’Urss divenne in realtà parte integrante, malgrado la commedia dell’anticomunismo che fu recitata a Roma e aBerlino, e quella dell’antifascismo che fu messa in scena a Mosca. Abbiamo di nuovo assistito allora a un fenomeno inaspettato: il fascino, o perlomeno la condiscendenza nei confronti dei regimi totalitari, che si manifestarono largamente in coloro che siamo abituati a considerare come élite intellettuale e spirituale dell’Europa.
Spicca in tal senso l’atteggiamento di Thomas Mann: e in effetti sappiamo tra l’altro dai suoi figli quanto fosse stato cauto nei confronti del Terzo Reich prima della scelta definitiva dell’esilio. Quando dopo la guerra fu invitato al Congresso degli scrittori a Mosca, rispose all’invito con una lettera piena di espressioni lusinghiere e che si legge con un certo imbarazzo.
E gli scrittori italiani durante il fascismo? Ebbi occasione di leggere nella sua versione manoscritta un’antologia delle affermazioni degli scrittori italiani negli anni del fascismo: quegli stessi scrittori che dopo la caduta del regime si sono trasformati, con rapidità fulminea, in comunisti, o perlomeno in ardenti antifascisti.
E allora naturale porsi i seguenti interrogativi: cosa è accaduto con gli intellettuali, un tempo autorevoli e indiscussi punti di riferimento, spesso considerati come le guide spirituali e morali dei loro Paesi d’origine e non, e che poi, senza opporre resistenza, hanno messo a repentaglio il credito sociale e morale di cui godevano, e sono precipitati nella rete tesa dal secolo delle ideologie? La risposta a queste domande sia ben chiaro — non può che essere difficile e ipotetica: prendiamone atto. Tuttavia la diagnosi è fuori discussione, e l’ha formulata, secondo me, nel modo migliore Ignazio Silone nel 1947 al Congresso del Pen Club di Basilea: ‟A me sembra priva di ogni reale giustificazione una pretesa condotta esemplare degli intellettuali nei trascorsi decenni e ogni attuale rivendicazione di una loro particolare funzione dirigente della pubblica opinione. E certamente assai difficile ed equivoco parlare in un determinato Paese di élite morale, ma, ad ogni modo, sarebbe estremamente arbitrario pretendere che essa coincida con l’élite intellettuale”.
A questa dolorosa tendenza se ne è contrapposta tuttavia un’altra. Nel 1946, poco prima del discorso di Silone a Basilea, è uscito un breve testo di Orwell, uno dei pii significativi scrittori del nostro secolo. Si intitola Why I Write, e in un certo senso lo si può considerare come il manifesto dell’impegno dello scrittore” in buona fede. La guerra civile in Spagna — afferma Orwell ed altri eventi degli anni 1936-37, mi hanno reso consapevole della mia collocazione come scrittore. Ogni rigo da me scritto dopo il 1936, era rivolto, direttamente o indirettamente, contro i totalitarismi e a favore del socialismo democratico, così come io lo concepisco.
Lo stesso si potrebbe dire dell’opera letteraria di Artur Koestler. E naturalmente di ciò che ci ha lasciato Alberi Camus, dopo la sua prematura scomparsa in un incidente automobilistico: bei romanzi, racconti e opere teatrali, ma anche una lunga serie di testi di carattere puramente politico su tutti quei terni che egli riteneva dovessero essere affrontati in nome della verità.
E nel mio caso, come tutto ciò si è svolto nel mio percorso? Come scrittore sul serio sono nato nel campo di concentramento sovietico, e ho cominciato a realizzarmi dopo la guerra. Su ‟Un mondo a parte” dico solo: sono riuscito a congiungere in esso l’atto di condanna dell’oppressione totalitaria con la letteratura. Sono riuscito cioè a realizzare quel genere di scrittura che ci è stato offerto dai due capolavori di Orwell.
Gustaw Herling

Gustaw Herling

Gustaw Herling (Kielce, Polonia, 1919 - Napoli, 2000) è considerato uno dei maggiori scrittori polacchi. Debuttò alla fine degli anni trenta come critico letterario. Fu arrestato dai sovietici nel 1939 mentre cercava di espatriare in Francia per combattere contro i tedeschi. Deportato in un gulag sul Mar Bianco, fu liberato nel 1942 e si unì alle truppe polacche del generale Anders che combatterono, assieme agli inglesi, nel Nordafrica e in Italia. Dal 1955 si trasferisce a Napoli. Ha collaborato con riviste e quotidiani, ha scritto saggi e opere narrative. I suoi libri, per molti anni vietati in Polonia, sono oggi tradotti e pubblicati con successo nelle principali lingue. Feltrinelli ha pubblicato Diario scritto di notte (1992), Un mondo a parte (1994), Ritratto veneziano e altri racconti (1995), Don Ildebrando (1999). Gli è stato conferito un riconoscimento postumo dal Premio Napoli nel 2003.

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