Le hanno sparato ieri mattina davanti a casa, a Kandahar in Afghanistan meridionale, mentre saliva su un'auto per andare al lavoro. Safia Hama Jan era il capo del Comitato provinciale del Ministero per gli affari femminili, responsabile dei programmi per rafforzare i diritti delle donne. A sparare sono stati uomini in motocicletta: ‟E' morta sul colpo”, ha riferito il nipote. Un portavoce del governo provinciale a Kandahar, Daud Ahmadi, ha annunciato un'indagine sul delitto.
Non è difficile indovinare chi abbia ucciso la signora Hama Jan, e infatti nel pomeriggio è arrivata la rivendicazione: un comandante Taleban, Mullah Hayat Khan, ha detto che la signora Hama Jan è stata uccisa perché lavorava per il governo. ‟Abbiamo detto più volte che chiunque lavori per il governo, incluse le donne, sarà ucciso”, ha detto per telefono all'agenzia Reuter (i Taleban non hanno mai avuto difficoltà a contattare media locali e stranieri, sempre ‟da località sconosciuta”).
L'uccisione della funzionaria di Kandahar è ‟un delitto senza senso di una donna che stava semplicemente lavorando per garantire che le donne afghane abbiano un ruolo pieno e paritario nel futuro dell'Afghanistan”, ha commentato nella capitale Kabul il portavoce di Unama, la Missione dell'Onu in Afghanistan. Anche il portavoce del governo di Kandahar, la città dove i Taleban erano emersi oltre un decennio fa, ha condannato l'uccisione: ‟E' un gesto dei nemici della pace, della democrazia e dello sviluppo nel paese”. Ha sorvolato però su un dettaglio: Safia Hama Jan, capo del dipartimento per le donne fin dal 2001, aveva chiesto più volte che le fosse assegnata una scorta di sicurezza. Invano: quando è stata uccisa ieri mattina stava salendo su un normalissimo taxi pubblico.
Eppure, che una donna a capo di un dipartimento per le donne fosse particolarmente esposta era risaputo. Era noto che i Taliban avevano preso di mira il governo locale e i suoi funzionari: fin dalla fine del 2002 volantini firmati dai Taleban avevano minacciato coloro che lavoreranno con il governo ‟alleato degli infedeli”. Ma non solo loro. Le poche testimonianze che arrivano dalle province meridionali dell'Afghanistan raccontano di quotidiane intimidazioni verso infermiere e insegnanti e in genere le donne che lavorano, e di minacce e attentati contro le scuole femminili: succede in una città come Kandahar e in tutte le province meridionali e orientali (ma anche altrove).
La morte della signora Hama Jan ‟avrà un forte impatto sulle attività delle donne nel sud, dove le donne già soffrono di vari prpoblemi sia per il deterioramento della sicurezza che per le tradizioni conservatrici”, ha commentato ieri Abdul Qadar Noorzai, capo della sezione di Kandahar della Commissione afghana indipendente per i diritti umani (Aihrc). Né il peso di tradizioni conservatrici è limitato alle province meridionali: proprio la Commissione indipendente per i diritti umani aveva denunciato, dieci giorni fa a Kabul, che in tutto il paese sono in forte aumento i cosiddetti ‟delitti d'onore” (ragazze o donne sono uccise per aver ‟macchiato l'onore” di famiglia: se non accettano un matrimonio forzato, abbandonano un marito che le picchia o hanno relazioni non approvate dalla famiglia). Circa 185 donne uccise dall'inizio del 2006, dice la Aihrc, oltre a 704 casi di violenza contro le donne (di cui 89 matrimoni forzati e 50 ‟auto-immolazioni): ma il conto è per difetto dato che molti casi non saranno mai segnalati alle autorità. La violenza sulle donne aumenta, dice la Aihrc, perché il sistema giudiziario è debole e la polizia non arresta i responsabili di delitti d'onore, e non li considera come omicidi.
Una cosa è certa: le donne che lavorano, compiono attività pubbliche, ad esempio lavorano con le organizzazioni non governative (afghane o, peggio, straniere) sono nel mirino degli ultraconservatori Taleban.
Il ritorno dei Taleban però è arrivato sui media quasi solo per il suo aspetto militare. Non trascurabile, in effetti: si stima che il loro comandante nella regione meridionale (le province di Kandahar e di Helmand), Mullah Dadullah, abbia oltre 12mila uomini armati. La scorsa primavera notizie provenienti dal confinante Pakistan dicevano che l'arruolamento tra i combattenti Taleban era aumentato. Così le cronache degli ultimi mesi sono un susseguirsi di operazioni militari: di fronte all'offensiva di primavera dei Taliban, in maggio gli Usa hanno lanciato la ‟Mountain Thrust” (con britannici, canadesi e afghani). Il 1 agosto il comando nelle province del sud è passato dagli Usa (‟Enduring Freedom”) alle forze Nato-Isaf, e sono queste che a fine agosto hanno lanciato l'operazione ‟Medusa”. Le operazioni militari estive nel sud afghano hanno fatto oltre 1.100 morti tra i combattenti Taleban, dicono i comandi Usa - ma una buona parte sono in realtà civili, si capisce dagli ospedali della zona. E hanno fatto un'ondata di profughi: circa 85mila persone accampate attorno a Kandahar e a Lashkar Gah (capoluogo del Helmand).
Proprio la settimana scorsa il comando Isaf aveva dichiarato conclusa l'operazione, dicendo che ‟è stata un successo” e ha risportato la sicurezza nella seconda città del paese, Kandahar. Bisognerebbe dirlo alla famiglia di Safia Hama Jan.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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