Jean-Paul Fitoussi: Phelps, il maestro dei nuovi economisti

31 Ottobre 2006
L’americano Edmund Phelps, 73 anni, è un gigante delle scienze economiche i cui contributi sono stati e continuano a essere così importanti che ne hanno cambiato il corso. Secondo i lavori di Mark Blaugh, basati sull’analisi del Social science citation index, si colloca in bella posizione tra i cento economisti più importanti della storia del mondo dai tempi di Adam Smith. Dopo aver concluso brillantemente il liceo, fu ammesso all’Amherst College senza un’idea precisa della disciplina che avrebbe voluto approfondire né della carriera che avrebbe voluto fare in seguito. Era appassionato di filosofia ma, dietro insistenza del padre, seguì un corso di economia. Come spesso succede, è dall’incontro con un grande professore che nascono le vocazioni: in questo caso il professore era James Nelson, un economista di Harvard. Dopo qualche esitazione, Phelps decise di proseguire gli studi in una graduate schoole s’iscrisse a Yale. Paul Samuelson confessa di aver accettato di tenere una serie di conferenze ad Amherst al solo scopo di reclutare Phelps nei ranghi del MIT, ma Phelps scelse Yale e fu lì che venne a trovarsi in stretto contatto con James Tobin e Thomas Schelling e che incontrò Arthur Okun, William Fellner e Henry Wallich; questo per dare un’idea dell’atmosfera intellettuale in cui scrisse la sua tesi di dottorato sotto la direzione di Tobin. Dopo aver concluso gli studi accademici, Phelps fece una deviazione a Los Angeles dove lavorò un anno per la Rand Corporation, poi ritornò a Yale, quindi passò un anno al MIT, dove insegnò con Robert Solow e incontrò Paul Samuelson e Franco Modigliani. Dopodiché passò alla University of Pennsylvania e alla Columbia University. Questo il suo percorso accademico. Come Monsieur Jourdain, che faceva della prosa senza saperlo, oggi gli economisti che lavorano sulla macroeconomia, sui suoi fondamenti microeconomici, sulla teoria della crescita esogena o endogena, sulla formazione delle aspettive e sui problemi dell’informazione e della discriminazione, fanno del Phelps senza saperlo. Porto qualche esempio. All’età di 28 anni, in men che non si dica, Phelps si conquistò la fama internazionale grazie ai suoi lavori sulla regola d’oro dell’accumulazione del capitale. Oggi quel concetto fa parte della cassetta degli strumenti di ogni economista, viene insegnato in tutti i corsi sulla crescita, serve da riferimento per tutti i lavori di macroeconomia. Poco tempo dopo, Phelps sviluppò una teoria della crescita di lungo periodo basata sull’istruzione e sulla diffusione del progresso tecnico, ma era talmente in anticipo sui tempi che la sua importanza fu compresa appieno dalla professione soltanto un quarto di secolo più tardi, quando i teorici iniziarono a sviluppare le teorie della crescita endogena e in particolare la teoria schumpeteriana della crescita. Precedette la professione di dieci o vent’anni anche sviluppando la teoria del salario d’efficienza e quella del target d’inflazione, che oggi sono considerate le teorie più moderne del mercato del lavoro e della gestione monetaria. L’incontro con Amartya Sen, John Rawls e Kenneth Arrow a Stanford a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta rianimò la sua vocazione filosofica. Con Rawls ebbe scambi intellettuali estremamente ricchi e frequenti che lo spinsero a scrivere alcuni saggi sulla teoria della giustizia economica e, nel 1974, a pubblicare sull’argomento un libro che è rimasto una pietra miliare. Phelps è all’origine della rifondazione moderna della macroeconomia - e secondo Samuelson - anche della microeconomia. Il suo programma di ricerca si è fondato sull’introduzione dell’imperfezione dell’informazione e della conoscenza nella teoria economica e lo ha condotto a riformulare la teoria economica prendendo seriamente in considerazione le aspettative degli agenti. In una celebre opera - Microeconomic foundations of employment and inflation theory - che pubblicò e della quale fu coautore con tre testi molto importanti, Phelps gettò le basi di quella che sarebbe diventata la più grande rivoluzione teorica dei cinquant’anni seguenti. è a Phelps che dobbiamo la teoria del tasso naturale di disoccupazione, chiave di volta della teoria moderna della macroeconomia e della politica economica, che Milton Friedman avrebbe riscoperto un anno dopo ma in modo euristico. Ancora a Phelps dobbiamo la parabola delle isole che permette di capire come la politica monetaria possa avere effetti reali transitori a causa dell’imperfezione dell’informazione. Ma Ned non è soltanto un grande economista. Appassionato di cinema, introduce ogni capitolo del suo manuale di economia politica con una citazione sempre pertinente estratta da qualche film. E non solo, questo grande economista è anche un cantante d’opera. Per raccomandargli un matematico indiano, Wittgenstein scriveva a un collega di Harvard: ‟Generalmente i geni scientifici hanno una grande idea nella vita: questo ne ha due”. Che dire, allora, del Professor Phelps?
Traduzione di Elda Volterrani
Jean-Paul Fitoussi: Phelps, il maestro dei nuovi economisti