Se l'Occidente salva i pesci dall'acqua. Un colloquio con Amy Tan
Davanti a una tazza di caffè in un’elegante cucina di New York, leggiamo da internet: ‟Nel 1985, quando lo psichiatra che aveva in cura Amy Tan per aiutarla a risolvere il suo rapporto ossessivo con il lavoro si addormentò tre volte durante una seduta, Amy Jan decise di interrompere la terapia e al suo posto di scrivere fiction”. E vero? chiediamo alla signora cinese-americana che ci ha introdotto nel suo bel pied à terre a Soho, fluttuando leggera in un completo plissettato di Issey Niyake. ‟Oh, è vero. Per me la fiction è stata una sorta di terapia. Mi è servita per riuscire a smettere di scrivere cose che non mi interessavano. Per molti anni sono stata una business writer: scrivevo fino a novanta ore alla settimana di argomenti come il management. Guadagnavo moltissimo. Ma allo stesso tempo il lavoro era diventato una droga. Per riuscire a smettere ho pensato che dovevo cercare qualcosa di più significativo, che fosse solo per me: non da pubblicare, né da far leggere ad altri”. Scrivi per te stesso - non per il riconoscimento o la pubblicazione - è la regola che se fosse impressa sulla copertina dei manuali per aspiranti scrittori e soprattutto se tosse applicata, renderebbe nulla l’utilità dei manuali. Ma siccome non è così, è curioso che a ricordarcela con umiltà sia una scrittrice che fin dal suo primo libro, quello scritto soltanto per sé, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Si chiamava Il circolo della fortuna e della felicità, non era nemmeno un romanzo, ma una raccolta di racconti interconnessi, su un tema comune: i rapporti tra madri e figlie. E che si trattasse di madri e figlie cinesi non ha impedito a nessun lettore di trovare le loro storie universali. ‟Uno shock assoluto” dice Amy Tan sorseggiando il suo caffè in questo luminoso loft che è la sua seconda casa (la prima è in California, a Sausalito, dove vive con il marito avvocato, Lou DeMattei). Anche per questo, perché i rapporti tra madri e figlie sono da allora il cuore del suo patto con i lettori, colpisce la diversità del suo nuovo romanzo Perché i pesci non affoghino. Che ha dodici protagonisti - dieci adulti e due adolescenti americani, turisti in viaggio dalla Cina alla Birmania - ed è narrato dalla voce di una donna assassinata pochi giorni prima della partenza per quel viaggio, che decide di accompagnare lo stesso gli amici, per così dire, nello spirito. ‟Non è poi così diverso dai miei libri precedenti” protesta Amy Tan. Qualcosa però, nel frattempo, è successo. ‟E vero. Mia madre e la mia editor sono morte entrambe sei mesi prima che finissi il mio romanzo precedente, La figlia dell’aggiustaossa, e io ho deciso di smettere di scrivere storie intime per misurarmi con un contesto più vasto. All’inizio pensavo anche che, essendo morta, mia madre sarebbe uscita dai miei libri. Poi, invece, m’è sembrato di sentire la sua voce che diceva: posso ancora avere un posto nei tuoi romanzi, sai, non devo necessariamente essere una madre...”. Così Amy Tan ha dato l’inconfondibile voce ‟critica, spiritosa, sincera e snob” di sua madre - una donna nata e cresciuta nella buona società di Shanghai ed emigrata giovanissima in America dove ha perso un figlio e un marito di tumore al cervello nel giro di un anno, quando Amy era una ragazzina - a Bibi Chen, antiquaria di San Francisco molto mondana, molto garrula e molto egoista, ma spiritosa. Bibi organizza un viaggio in Cina e Birmania per i suoi amici ricchi, intelligenti e viziati, Il fatto di venire assassinata poco prima di partire in circostanze misteriose, non le impedisce di unirsi al gruppo: il realismo magico è una delle cifre della scrittrice. Che mette in questo caso il suo talento al servizio di satira, farsa politica, avventura picaresca, mitologia e mistery. ‟Ho cominciato a scrivere questo libro molto tempo fa, un’ora dopo avere terminato La figlia dell’aggiustaossa, alle due del mattino” racconta. ‟Ma dopo due mesi ho dovuto metterlo da parte. Mi ero ammalata di lime desise, malattia che si prende da una zecca. Piuttosto comune nell’East coast americana. Ma io vivo in California: per due anni i medici non capivano cosa avessi, così ho passato un periodo terribile perché il lime desise attacca il cervello, non ero più capace di sostenere nessun pensiero organizzato. Per questo, quando hanno trovato la diagnosi giusta e quindi la cura, ho scelto di misurarmi con una trama così complessa. Era come se dicessi a me stessa: posso farlo”. Politicamente ingenui e moralmente ambigui, i turisti americani del romanzo si presentano alla frontiera con Myanmar (nuovo nome della Birmania), solo per essere rapiti nel mezzo della giungla dagli indigeni Karen che scambiano un ragazzino della comitiva per il loro attesissimo salvatore. Ma la salvezza cos’è? si chiede Amy Tan. E in che modo le buone intenzioni dell’Occidente benpensante (qui rappresentate da quelle dei turisti) si innestano in una realtà politicamente oppressiva come quella birmana? ‟Ovunque nel mondo ci controntiamo con il desiderio di salvare vite, foreste, salvare la terra dal riscaldamento ambientale. Problemi come fame, guerra civile o malaria ci inducono a un confronto sul piano morale - anche scegliere di non far nulla è una risposta morale. Ma cosa accade quando le nostre buone intenzioni producono effetti negativi e involontariamente aggiungono dolore al mondo? Questo è il vero tema di Perché i pesci non affoghino dice la scrittrice. Che ha preso il titolo del romanzo da un proverbio buddista di sublime ipocrisia. Suona cose come giustificano i pescatori il fatto di uccidere i pesci, quando uccidere qualunque forma di vita animale è proibito dalla loro religione? Dicendo a se stessi che li stanno salvando dall’affogamento. ‟Sono stata una sola volta in Birmania, ospite di un’organizzazione per la difesa dei diritti umani. Quell’esperienza mi ha fatto riflettere: certe denunce di violazione dei diritti umani possono inasprire la situazione e portare danni ancora maggiori. Allora la questione diventa: chi paga per le nostre buone intenzioni? Quando vedi intorno a te la sofferenza, è sufficiente provare compassione, dare qualche spicciolo?” Domande a cui non c’è risposta, notiamo. Vero, ma è anche vero che la fiction diventa modo per lavorare intorno a risposte difficili. L’umorismo e la fiction sono i modi migliori, io credo, per affrontare la verità dei sentimenti e della morale. Non era forse capace Jane Austen di denunciare l’oppressione del sistema di classe in Inghilterra, mentre narrava storie sentimentali con umorismo e leggerezza? Per me la risposta alla compassione è nell’immaginazione.
Perché i pesci non affoghino di Amy Tan
“Nascondevo i miei sentimenti più profondi così bene che finii col dimenticare dove li avevo messi” Si può continuare a essere vivi anche da morti? Evidentemente sì. Bibi Chen, un’antiquaria di origini cinesi, è morta a San Francisco in…