Michele Serra: 1977. Dentro il precipizio di Bologna la grassa
19 Gennaio 2007
Manca a certificarlo una fotografia di Robert Capa. Ma pare proprio che il carrello dei bolliti del ristorante "Cantunzein", appena svaligiato, abbia fatto la sua parte nei tumulti attorno a piazza Verdi, pieno centro di Bologna. Tra le armi proprie e improprie di quegli anni, e di quell’anno in particolare, sarebbe bello potere ricordare solo quella: l’icona di una rivoluzione dadaista.
Il carrello sulle barricate è l’immagine più diffusa della vulgata postuma sul Settantasette bolognese. E rappresenta bene l’attitudine teatrale, giocosa, beffarda di una delle anime di quella rivolta rimasta molto local nonostante sia stata goffamente globalizzata da un celeberrimo e surreale intervento di intellettuali francesi, compreso il vecchio Sartre, che promossero la povera Bologna a "capitale mondiale della repressione". (Soltanto il cardinal Biffi, vent’anni dopo, riuscirà a dare di Bologna un’immagine perfino più incongrua e sopra le righe, definendola "sazia e disperata": quando si dice gli opposti estremismi...).
Ma in Italia - altro che dadaismo - si sparava. Ci si ammazzava per la strada, in un crescendo di agguati e regolamenti di conti che hanno avuto per soli emuli, in questo paese, le guerre di mafia. In quei giorni del marzo bolognese lo studente Francesco Lorusso venne freddato sotto i portici dai colpi della polizia. Fu l’anno in cui caddero a Roma Giorgiana Masi, sempre per mano di agenti di Stato, a Milano l’agente Custrà ucciso dagli autonomi, a Torino Casalegno dai terroristi rossi. La P38 era il ripugnante feticcio di una parte minoritaria ma ancora molto contigua della sinistra rivoluzionaria: un pistolone da gangster-movie la cui sagoma omicida veniva mimata a mani nude nei cortei di autonomia.
Il movimento del Settantasette fu strenuamente radicale: in tutto. Nei suoi ribaltamenti linguistici, nel ribollente rifiuto delle convenzioni e perfino del senso della politica; ma anche nella drasticità inappellabile, davvero "estrema" (nel senso che, un passo più in là, non c’era più niente, anzi c’erano la morte della politica e il Riflusso) di molti suoi atti, di molte sue istanze, collettive e individuali. A differenza del Sessantotto, che era stato pura politica, e si era posto la questione del potere fino a diventare quasi la parodia del comunismo dei padri, con piccoli Politburo di ventenni che questionavano di strategia e di tattica, il Settantasette fa semplicemente a pezzi la politica tradizionale, o forse la politica tout court. Parla di "desideri" e non più di bisogni sociali, ignora oppure spregia la questione del potere e dell’egemonia, esalta il soggetto "desiderante", la libertà incondizionata, assoluta, non veicolabile da nessuna autorità. Si fa beffe, anarchicamente, di qualunque forma istituzionale abbia assunto, fin lì, la politica. Inevitabile e fatale il cozzo frontale con il Pci, il sindacato, la sinistra storica, la morale e il moralismo del movimento operaio, l’addolorata prudenza berlingueriana. "Noi odiavamo i comunisti", scrive Lucia Annunziata del suo libro 1977.
Insieme all’assalto al palco di Luciano Lama, all’Università di Roma, la sommossa bolognese fu l’altra conferma, forse perfino più rilevante, della natura anti-comunista (letteralmente) di quel movimento di studenti: circostanza che fu notata, e lodata, anche sul Corriere della Sera. La città allora simbolo del comunismo riformista era anche il simbolo dell’imborghesimento di una classe dirigente e di una base sociale orgogliose delle loro conquiste e della loro egemonia. Perbeniste, moderate, in fin dei conti soddisfatte: imperdonabile e odiosa condizione, la soddisfazione, per quella piccola moltitudine di giovani che incarnava con una foga quasi visionaria, quasi dolorosa, la smania di desiderare, di sperimentare, di godere.
Quell’ostentato sporgersi oltre il limite, verso il precipizio, che è tipico di molte adolescenze, in quel momento, in quel movimento, diventa una specie di anima collettiva: un’esperienza bruciante da consumare tutta intera, tutti insieme e subito, comprese le evidenti pulsioni di morte, di consunzione strenua, e pazienza se dopo rimarranno solo le ceneri. Il movimento è insieme generoso (perché non fa calcoli) e masochista (perché non fa calcoli). La politica è poco, la politica è stretta per istanze e parole d’ordine che sono squisitamente esistenziali, identitarie: i "desideranti" non sanno che farsene di conquiste sociali che si esauriscono nel decoro dei padri operai e delle loro cooperative. La fatica e il sangue che quelle conquiste popolari costarono non riesce minimamente a pesare nello scontro convulso di quei giorni, a calmierarlo. Il Pci bolognese consuma la sua onta facendosi sempre più Stato, chiudendosi astiosamente (odio che risponde a odio) e appoggiando sostanzialmente la repressione dei moti. Ci vorranno molti anni, in città, per ricucire almeno in parte quella ferita: in buona parte grazie alla rimozione.
Nel settembre di quell’anno Bologna si riempì di giovani, arrivati da tutta Italia, per una specie di folle happening rivoluzionario "contro la repressione", con gli immancabili intellettò francesi. Non accade niente di particolarmente sgradevole, semmai qualcosa di divertente: per esempio una discussione pubblica se fondare o non fondare un nuovo partito armato, alla presenza dei giornalisti e probabilmente di qualche decina di agenti in borghese. Tutto si disfa in fretta, smobilita, cessa di essere politica (nella misura in cui è riuscito ad esserlo) e diventa memoria personale. Il Settantasette finisce nel 77: poca cosa. Di lì in poi, parleranno da un lato le armi dei brigatisti, dall’altro una placida, irresistibile restaurazione, che sostanzialmente dura fino ai giorni nostri e della quale non si incaricarono né lo Stato e neanche l’odiato Pci: più banalmente, è avvenuta ad opera del consumismo, della televisione, del conformismo sociale.
Di quel vitalismo irriducibile resta molto controversa, anche oggi, un’interpretazione politica: l’autodefinizione del movimento fu di sinistra estrema, e si deve prenderla per buona. Anche se per l’opinione marxista classica si trattava di velleitarismo piccolo-borghese. Ancora più complicata la discussione se si prova a ragionare sui "desideri" e i "desideranti" con il senno di poi, cioè il nostro: cinicamente, potremmo dire che molti dei desideri che l’ottuso Pci non seppe e non poté esaudire (né reprimere) li ha abbondantemente esauditi il Grande Fratello nel prosieguo dell’epoca...
Non è un caso, comunque, se le tracce più convincenti di quel periodo, le più visibili, le più tipiche e anche le più apprezzabili, sono impresse nella memoria artistica e culturale e non in quella politica. Restando nella sola Bologna: la stagione del rock demenziale, il cabaret surreale del Gran Pavese, un fiorire notevole di scrittura e scrittori, il fumetto d’avanguardia e soprattutto il geniale lavoro di Andrea Pazienza - morto per droga poco più che trentenne - che seppe raccontare con furore quasi céliniano (ma allegro! diamine!) i giorni e soprattutto le notti di quei gruppi di studenti famelici di vita, allucinati dalle droghe, disperatamente amorosi.
Il vitalismo e soprattutto il narcisismo sono, in politica, vizi capitali, anche se magari schiudono le porte del potere individuale meglio e più in fretta, come è avvenuto, del resto, per molti degli ex rivoluzionari di quegli anni. Ma dell’arte, il narcisismo è spesso alimento, ragione fondante. Purtroppo non tutti da quelle parti, e in quell’anno, erano artisti.
Il carrello sulle barricate è l’immagine più diffusa della vulgata postuma sul Settantasette bolognese. E rappresenta bene l’attitudine teatrale, giocosa, beffarda di una delle anime di quella rivolta rimasta molto local nonostante sia stata goffamente globalizzata da un celeberrimo e surreale intervento di intellettuali francesi, compreso il vecchio Sartre, che promossero la povera Bologna a "capitale mondiale della repressione". (Soltanto il cardinal Biffi, vent’anni dopo, riuscirà a dare di Bologna un’immagine perfino più incongrua e sopra le righe, definendola "sazia e disperata": quando si dice gli opposti estremismi...).
Ma in Italia - altro che dadaismo - si sparava. Ci si ammazzava per la strada, in un crescendo di agguati e regolamenti di conti che hanno avuto per soli emuli, in questo paese, le guerre di mafia. In quei giorni del marzo bolognese lo studente Francesco Lorusso venne freddato sotto i portici dai colpi della polizia. Fu l’anno in cui caddero a Roma Giorgiana Masi, sempre per mano di agenti di Stato, a Milano l’agente Custrà ucciso dagli autonomi, a Torino Casalegno dai terroristi rossi. La P38 era il ripugnante feticcio di una parte minoritaria ma ancora molto contigua della sinistra rivoluzionaria: un pistolone da gangster-movie la cui sagoma omicida veniva mimata a mani nude nei cortei di autonomia.
Il movimento del Settantasette fu strenuamente radicale: in tutto. Nei suoi ribaltamenti linguistici, nel ribollente rifiuto delle convenzioni e perfino del senso della politica; ma anche nella drasticità inappellabile, davvero "estrema" (nel senso che, un passo più in là, non c’era più niente, anzi c’erano la morte della politica e il Riflusso) di molti suoi atti, di molte sue istanze, collettive e individuali. A differenza del Sessantotto, che era stato pura politica, e si era posto la questione del potere fino a diventare quasi la parodia del comunismo dei padri, con piccoli Politburo di ventenni che questionavano di strategia e di tattica, il Settantasette fa semplicemente a pezzi la politica tradizionale, o forse la politica tout court. Parla di "desideri" e non più di bisogni sociali, ignora oppure spregia la questione del potere e dell’egemonia, esalta il soggetto "desiderante", la libertà incondizionata, assoluta, non veicolabile da nessuna autorità. Si fa beffe, anarchicamente, di qualunque forma istituzionale abbia assunto, fin lì, la politica. Inevitabile e fatale il cozzo frontale con il Pci, il sindacato, la sinistra storica, la morale e il moralismo del movimento operaio, l’addolorata prudenza berlingueriana. "Noi odiavamo i comunisti", scrive Lucia Annunziata del suo libro 1977.
Insieme all’assalto al palco di Luciano Lama, all’Università di Roma, la sommossa bolognese fu l’altra conferma, forse perfino più rilevante, della natura anti-comunista (letteralmente) di quel movimento di studenti: circostanza che fu notata, e lodata, anche sul Corriere della Sera. La città allora simbolo del comunismo riformista era anche il simbolo dell’imborghesimento di una classe dirigente e di una base sociale orgogliose delle loro conquiste e della loro egemonia. Perbeniste, moderate, in fin dei conti soddisfatte: imperdonabile e odiosa condizione, la soddisfazione, per quella piccola moltitudine di giovani che incarnava con una foga quasi visionaria, quasi dolorosa, la smania di desiderare, di sperimentare, di godere.
Quell’ostentato sporgersi oltre il limite, verso il precipizio, che è tipico di molte adolescenze, in quel momento, in quel movimento, diventa una specie di anima collettiva: un’esperienza bruciante da consumare tutta intera, tutti insieme e subito, comprese le evidenti pulsioni di morte, di consunzione strenua, e pazienza se dopo rimarranno solo le ceneri. Il movimento è insieme generoso (perché non fa calcoli) e masochista (perché non fa calcoli). La politica è poco, la politica è stretta per istanze e parole d’ordine che sono squisitamente esistenziali, identitarie: i "desideranti" non sanno che farsene di conquiste sociali che si esauriscono nel decoro dei padri operai e delle loro cooperative. La fatica e il sangue che quelle conquiste popolari costarono non riesce minimamente a pesare nello scontro convulso di quei giorni, a calmierarlo. Il Pci bolognese consuma la sua onta facendosi sempre più Stato, chiudendosi astiosamente (odio che risponde a odio) e appoggiando sostanzialmente la repressione dei moti. Ci vorranno molti anni, in città, per ricucire almeno in parte quella ferita: in buona parte grazie alla rimozione.
Nel settembre di quell’anno Bologna si riempì di giovani, arrivati da tutta Italia, per una specie di folle happening rivoluzionario "contro la repressione", con gli immancabili intellettò francesi. Non accade niente di particolarmente sgradevole, semmai qualcosa di divertente: per esempio una discussione pubblica se fondare o non fondare un nuovo partito armato, alla presenza dei giornalisti e probabilmente di qualche decina di agenti in borghese. Tutto si disfa in fretta, smobilita, cessa di essere politica (nella misura in cui è riuscito ad esserlo) e diventa memoria personale. Il Settantasette finisce nel 77: poca cosa. Di lì in poi, parleranno da un lato le armi dei brigatisti, dall’altro una placida, irresistibile restaurazione, che sostanzialmente dura fino ai giorni nostri e della quale non si incaricarono né lo Stato e neanche l’odiato Pci: più banalmente, è avvenuta ad opera del consumismo, della televisione, del conformismo sociale.
Di quel vitalismo irriducibile resta molto controversa, anche oggi, un’interpretazione politica: l’autodefinizione del movimento fu di sinistra estrema, e si deve prenderla per buona. Anche se per l’opinione marxista classica si trattava di velleitarismo piccolo-borghese. Ancora più complicata la discussione se si prova a ragionare sui "desideri" e i "desideranti" con il senno di poi, cioè il nostro: cinicamente, potremmo dire che molti dei desideri che l’ottuso Pci non seppe e non poté esaudire (né reprimere) li ha abbondantemente esauditi il Grande Fratello nel prosieguo dell’epoca...
Non è un caso, comunque, se le tracce più convincenti di quel periodo, le più visibili, le più tipiche e anche le più apprezzabili, sono impresse nella memoria artistica e culturale e non in quella politica. Restando nella sola Bologna: la stagione del rock demenziale, il cabaret surreale del Gran Pavese, un fiorire notevole di scrittura e scrittori, il fumetto d’avanguardia e soprattutto il geniale lavoro di Andrea Pazienza - morto per droga poco più che trentenne - che seppe raccontare con furore quasi céliniano (ma allegro! diamine!) i giorni e soprattutto le notti di quei gruppi di studenti famelici di vita, allucinati dalle droghe, disperatamente amorosi.
Il vitalismo e soprattutto il narcisismo sono, in politica, vizi capitali, anche se magari schiudono le porte del potere individuale meglio e più in fretta, come è avvenuto, del resto, per molti degli ex rivoluzionari di quegli anni. Ma dell’arte, il narcisismo è spesso alimento, ragione fondante. Purtroppo non tutti da quelle parti, e in quell’anno, erano artisti.