Luigi Manconi, Andrea Boraschi: Cosa vuole davvero la Chiesa

13 Febbraio 2007
Laddove qualcuno dice ‟non possumus”, qualcun altro, grazie al cielo (è il caso di dirlo), pensa invece di ‟potere”: di avere margini d’intervento per promuovere garanzie e diritti. E per dare rilievo giuridico a ciò che nella società ha già rilievo fattuale (e, dunque, relazionale, culturale, economico: e morale). L’approvazione, da parte del consiglio dei ministri, del disegno di legge sulle coppie di fatto è un bel colpo di reni: non per l’attuale maggioranza, non per l’Ulivo; bensì, più in generale, per la politica. Che, come sovente accade, arriva con qualche (non trascurabile) ritardo, e che deve, ancora una volta, esercitare la difficile arte del ‟compromesso”. Un’arte che solo gli sprovveduti giudicano a priori svilente e chiamano, ahinoi, ‟inciucio” (parola, essa sì, indecente: per chi la utilizza). Il compromesso, proprio in questa circostanza, ritrova un suo coraggio e una sua dignità.
Il risultato di un faticoso percorso di mediazione è una norma su ‟Diritti e doveri dei conviventi” (Dico) che, se per alcuni aspetti potrebbe essere migliore (assai migliore), appare tuttavia positiva: non discriminatoria e commisurata alla realtà cui si applica. La realtà, soprattutto, dei rapporti di forza ideali e ideologici, prevalenti nella nostra società.
Certo, c’è un limite ‟preventivo” assai pesante: l’attribuzione esclusiva di diritti e facoltà al singolo individuo. Fare diversamente (ovvero assegnarli alla coppia di fatto) non avrebbe significato in alcun modo - contrariamente a quanto viene ossessivamente ripetuto - ‟equiparare” ogni tipo di convivenza al matrimonio (religioso o civile): e nemmeno istituire un matrimonio ‟di serie B”. Avrebbe significato, piuttosto, il riconoscimento di forme di convivenza non coincidenti con il matrimonio stesso e, tuttavia, degne di tutela pubblica.
In ogni caso, quella legge, se approvata, potrebbe colmare un vuoto legislativo: e offrire un quadro normativo chiaro a chi, finora, aveva vissuto una relazione - anche duratura, anche fondata su un rapporto affettivo o arricchita dalla nascita di figli - sprovvisto di tutte quelle garanzie, altrimenti riconosciute ai matrimoni civili e religiosi.
L’iter parlamentare non sarà probabilmente dei più facili; e ci vorrà onestà intellettuale e libertà di intelligenza e di spirito per trasformare l’iniziativa del governo in legge dello Stato. Ci vorrà anche un dibattito pubblico in cui le parti interessate comincino a parlare una lingua comprensibile, magari rinunciando a veti e interdizioni, per spiegare le ragioni che giustificano favore o contrarietà. Uno sforzo di chiarezza (una chiarezza che non sia, appunto, mera tentazione di comunica), lo attendiamo in primis dalla Chiesa cattolica: ovvero da parte di chi, più di ogni altro, interviene nell’arena politica per ostacolare l’approvazione di una legge in materia.
Cosa pensa davvero la Chiesa? Pensa che una eventuale norma costituirebbe un drammatico vulnus per l’istituto della famiglia. Seppure così fosse, da cosa discende questo vulnus? E in cosa si sostanzia? Ecco, qui ci arrestiamo e fatichiamo a comprendere. Benedetto XVI esprime ‟preoccupazione” per leggi che riguardano ‟l’identità della famiglia e il rispetto del matrimonio”; i vescovi sostengono che ‟i cosiddetti ‘Dico’ appaiono destinati a produrre sul cruciale piano delle politiche sociali e di solidarietà problemi più gravi di quelli che si ci si ripromette di affrontare (...). Il testo normativo a proposito dei ‟diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi” (...) minaccia, infatti, di incidere pesantemente - per intenzioni palesi e per conseguenze prevedibili - sul futuro della nostra società nazionale sia dal punto di vista giuridico, sia a livello culturale e di costume sia, infine, nella concreta ricaduta sulla vita delle famiglie italiane”. Perché? Per quale motivo? Sinceramente, non lo comprendiamo. E sarebbe meglio, per tutti, che venisse spiegato. È logico (e comunque comprensibile) che la Chiesa riconosca come sola forma familiare legittima, per un credente, quella fondata sul matrimonio religioso. Può apparire, questa, come una visione eccessivamente severa; o, al contrario, come un ancoraggio virtuoso e irrinunciabile ai valori fondanti della visione cristiana della società. Comunque la si intenda, la Chiesa ne risponde al suo popolo. Ciò che non è comprensibile, crediamo, è che quella stessa Chiesa interloquisca - attraverso le sue gerarchie - con lo Stato, le istituzioni e la politica con toni prossimi all’intimidazione etica.
Eppure, nel momento in cui il Vaticano vede nei Dico (uno strumento per sottrarre centinaia di migliaia di cittadini a una condizione diseguale) una sorta di attentato alla famiglia, non si rende conto di sminuire il valore religioso del matrimonio cattolico; che è esperienza radicalmente e irriducibilmente distinta da quella che può inquadrare, per diritto civile, ogni altra forma di convivenza. E che dunque, in virtù di questa sua unicità, non può ricevere dall’approvazione della legge sui Dico alcuna vera ‟aggressione”.
Non solo. Paradossalmente, il Vaticano finisce col mortificare, così, anche i valori di chi sceglie di sposarsi: perché sembra rivelare il timore che un istituto di convivenza civile renda obsoleto il matrimonio, garantendo ai contraenti una parte dei diritti sin qui previsti solo a seguito della celebrazione del rito religioso o di quello civile. Il ragionamento sotteso, insomma, è che buona parte dei cittadini e dei credenti che scelgono di sposarsi, lo fanno anche per interesse (per sentirsi più tutelati e protetti), oltre che per convinzione o credo. Cosa, va da sè, assolutamente legittima. Ciò che inquieta è la conclusione che ne trae la Chiesa: insomma, sarebbe conveniente mantenere il riconoscimento di diritti e garanzie solo per chi si sposa, così da prevedere una sorta di coazione al legame coniugale.
Infine, crediamo, il Vaticano non riesce ad accettare che lo Stato riconosca formalmente la convivenza di persone omosessuali; e che, riconoscendola, la normi in virtù di criteri di mero buon senso e civiltà. E qui si finisce, ancora una volta, per proiettare sul diritto pubblico quei giudizi che trovano giustificazione solo nell’idea del peccato; un'idea che può essere assunta a bussola morale dai credenti, non dalle istituzioni e dalla democrazia liberale.
Luigi Manconi, Andrea Boraschi: Cosa vuole davvero la Chiesa