Io, sfiorato dallorrosismo. Toni Capuzzo sul saggio di Adriana Cavarero
27 Aprile 2007
Orrorismo : già il titolo mi era piaciuto. Ma trattandosi di un saggio, questo libro di Adriana Cavarero sulle trasformazioni del terrorismo, non potevo che inoltrarmi nella lettura con l’affascinata diffidenza del contadino che si affaccia a un convegno sui mutamenti climatici. Un contadino con la pelle del collo rugosa e abbronzata, che rende tenero e disorientato il colletto bianco della camicia, e goffe le maniche troppo lunghe del vestito d’occasione.
Io, che cosa sia l’orrore lo so per una qualche forma di conoscenza diretta, che è esperienza di odori, di urla, di silenzi, e di cambi di marcia brutali, nel modo in cui l’umanità e la disumanità si incrociano, a volte negli stessi individui. E allora l’ho preso come un viaggio in una cartella clinica, che ti dice molto sull’excursus della malattia, sul suo passato e sul suo futuro, anche se non racconterà mai le notti insonni, né le piaghe da decubito, né lo sguardo perdutamente consolatorio nell’ora delle visite, né l’odore del lenzuolo pulito, e di quello che non lo è più. E così ho imparato che cosa c’era dietro un certo dolore insistente, anche se il saggio non aveva il compito di descrivermi la fitta, o il modo vile e improvviso con cui ti assale. L’ho letto come un paziente legge impaziente una enciclopedia medica. E ho imparato molte cose, alcune delle quali credo di aver intuito già in precedenza, ma che mi restavano avvolte nel tumulto delle sensazioni.
Per esempio, l’insopportabile intimità che, nei loro ultimo atto di vita, il terrorista suicida e le sue vittime condividono. Avevo smesso da tempo di chiamare ‟kamikaze” uomini e donne che non condividono quel senso dell’onore e della lealtà per così dite militare, accademica, che era dei piloti giapponesi, uomini in divisa contro nemici in divisa. Ho continuato a cavarmela con bilanci spuri: ‟Quattro vittime, incluso il terrorista”, oppure non citandolo tra le vittime, quel corpo esploso, perché vittima non è.
Mi sono chiesto molte volte come facessero quei pii soccorritori israeliani che raccolgono brandelli di morte nei luoghi degli attentati, a distinguere ciò che è vittima e ciò che è carnefice, e avevo registrato come follia di un mondo a parte quelle proposte di seppellire il carnefice insieme con un animale impuro come il maiale, quasi a contrastare l’elaborato rituale dell’ultima pulizia del corpo, e dell’ultima vestizione del terrorista suicida, avviato al massacro altrui e del proprio corpo, e destinato al paradiso. Ebbene, se l’orrore prevale sul terrore, è una specie di comunione con l’orrore, non un prezzo da pagare, lo smembramento di sé nella confusione dei corpi cui si appresta il terrorista.
Ha a che vedere con lo smembramento dei corpi, e in questo caso solo delle vittime, anche l’altra pagina, ripetuta fino alla ritualità: la decapitazione dell’ostaggio. Lo smembramento del corpo come materializzazione filiale di uno smembramento della personalità, della singolarità irripetibile della vittima, come degradazione ultima.
Ti umilio - avete presente i video di Giuliana Sgrena o quello dell’anziano ingegnere britannico? Avete presente l’audio di Daniele Mastrogiacomo che prontamente colma la lacuna di un video troppo quieto, dignitoso e fermo? - e infine ti smembro, perché il tuo corpo possa essere un corpo qualunque, una carne in cui tutti, tutti gli altri, le potenziali prossime vittime, possano riconoscersi e sentirsi senza scampo.
Altre cose le avevo sfiorate a tentoni: la lotta contro il Male in cui il Bene si confonde, e rischia di assomigliare al duellante, e di riconoscere in lui la propria stessa disumanità. È successo nel carcere di Abu Ghraib, ma non bisognerebbe mai scordare che noi viviamo le nostre degradazioni come un cilicio, una vergogna malnascosta, e il nemico come un manifesto di sé, un atto Vittorioso ed esibito. Così come non basta assumere il punto di vista dell’inerme per mettere sullo stesso piano l’orrore sparso nel mucchio delle vittime dal terrorismo e i danni collaterali, anche quando sono figli di un disprezzo dell’altro, di una noncuranza che assegna a popoli confusi e ostili un valore minore, l’incarnazione di uno sbaglio deprecabile.
Perché resta che l’orrore cerca deliberatamente le sue vittime nel mucchio, come una tattica collaudata, e la guerra al terrore recita le sue colpe come il vuoto, l’assenza di una tattica, di chi ancora non sa capacitarsi di non poter combattere una battaglia, di avere a che fai-e con un nemico impalpabile e sfuggente.
Ho ritrovato molte cose sfiorate, in questo saggio, e molti ricordi nascosti: quella volta che Jorge Luis Borges mi parlò dei duelli davanti a Troia, e della loro durata, e del duello aereo nel golfo della Sirte, cronometrato in secondi. Quella volta che un gruppo di caschi blu, in Bosnia, scoprì all’ultimo momento che il corpo da recuperare, in mezzo al prato, era minato. Quella volta, davanti al lavatoio vuoto di Vallegrande, in Bolivia, dove era inevitabile paragonare il corpo del Che Guevara vinto al corpo deposto del Cristo del Mantenga.
E mi hanno colpito due assenze. Una è quella di Fabrizio Quattrocchi, come se le sue ultime parole non potessero, neppure ora, essere accettate e credute, dal suo Paese confuso e politicamente corretto. Eppure fu proprio il suo gesto a rendere inutilizzabile il video della sua morte, a lasciarlo nascosto, come un atto di propaganda mancata, nel quale non l’eroe mitico oppone se stesso all’orrore, ma un uomo qualunque, un Sordi o un Gassman della Grande Guerra. Un uomo che ha uno scatto di orgoglio che gli fa perdere tutto, ma non la propria umanità finale, non la propria irriducibilità singolare.
L’altra è l’assenza di un esempio, in un libro in cui gli esempi documentati non mancano (è tragicamente ben raccontata la vicenda delle due ragazze, la palestinese e l’israeliana che muoiono insieme, e si assomigliano anche nella morte da coetanee, ed è la madre della seconda a riconoscere, in quel che resta della presunta terrorista, invece, quel che resta della vittima, sua figlia). Avete presente lo psicolabile Stevie, usato come una pedina esplosiva, nel conradiiano L’agente segreto? È esistito davvero, si è incarnato in un ragazzino palestinese: lo ricordo Fermo nella terra di nessuno tenuto sotto tiro, a braccia aperte, con un giubbotto più grande di lui. E aveva uno sguardo così spaesato che si capiva, rabbrividendo, che non era, il suo, il tentativo di essere come gli altri. Era stato mandato e basta, come un altro corpo morto nell’orrore.
Io, che cosa sia l’orrore lo so per una qualche forma di conoscenza diretta, che è esperienza di odori, di urla, di silenzi, e di cambi di marcia brutali, nel modo in cui l’umanità e la disumanità si incrociano, a volte negli stessi individui. E allora l’ho preso come un viaggio in una cartella clinica, che ti dice molto sull’excursus della malattia, sul suo passato e sul suo futuro, anche se non racconterà mai le notti insonni, né le piaghe da decubito, né lo sguardo perdutamente consolatorio nell’ora delle visite, né l’odore del lenzuolo pulito, e di quello che non lo è più. E così ho imparato che cosa c’era dietro un certo dolore insistente, anche se il saggio non aveva il compito di descrivermi la fitta, o il modo vile e improvviso con cui ti assale. L’ho letto come un paziente legge impaziente una enciclopedia medica. E ho imparato molte cose, alcune delle quali credo di aver intuito già in precedenza, ma che mi restavano avvolte nel tumulto delle sensazioni.
Per esempio, l’insopportabile intimità che, nei loro ultimo atto di vita, il terrorista suicida e le sue vittime condividono. Avevo smesso da tempo di chiamare ‟kamikaze” uomini e donne che non condividono quel senso dell’onore e della lealtà per così dite militare, accademica, che era dei piloti giapponesi, uomini in divisa contro nemici in divisa. Ho continuato a cavarmela con bilanci spuri: ‟Quattro vittime, incluso il terrorista”, oppure non citandolo tra le vittime, quel corpo esploso, perché vittima non è.
Mi sono chiesto molte volte come facessero quei pii soccorritori israeliani che raccolgono brandelli di morte nei luoghi degli attentati, a distinguere ciò che è vittima e ciò che è carnefice, e avevo registrato come follia di un mondo a parte quelle proposte di seppellire il carnefice insieme con un animale impuro come il maiale, quasi a contrastare l’elaborato rituale dell’ultima pulizia del corpo, e dell’ultima vestizione del terrorista suicida, avviato al massacro altrui e del proprio corpo, e destinato al paradiso. Ebbene, se l’orrore prevale sul terrore, è una specie di comunione con l’orrore, non un prezzo da pagare, lo smembramento di sé nella confusione dei corpi cui si appresta il terrorista.
Ha a che vedere con lo smembramento dei corpi, e in questo caso solo delle vittime, anche l’altra pagina, ripetuta fino alla ritualità: la decapitazione dell’ostaggio. Lo smembramento del corpo come materializzazione filiale di uno smembramento della personalità, della singolarità irripetibile della vittima, come degradazione ultima.
Ti umilio - avete presente i video di Giuliana Sgrena o quello dell’anziano ingegnere britannico? Avete presente l’audio di Daniele Mastrogiacomo che prontamente colma la lacuna di un video troppo quieto, dignitoso e fermo? - e infine ti smembro, perché il tuo corpo possa essere un corpo qualunque, una carne in cui tutti, tutti gli altri, le potenziali prossime vittime, possano riconoscersi e sentirsi senza scampo.
Altre cose le avevo sfiorate a tentoni: la lotta contro il Male in cui il Bene si confonde, e rischia di assomigliare al duellante, e di riconoscere in lui la propria stessa disumanità. È successo nel carcere di Abu Ghraib, ma non bisognerebbe mai scordare che noi viviamo le nostre degradazioni come un cilicio, una vergogna malnascosta, e il nemico come un manifesto di sé, un atto Vittorioso ed esibito. Così come non basta assumere il punto di vista dell’inerme per mettere sullo stesso piano l’orrore sparso nel mucchio delle vittime dal terrorismo e i danni collaterali, anche quando sono figli di un disprezzo dell’altro, di una noncuranza che assegna a popoli confusi e ostili un valore minore, l’incarnazione di uno sbaglio deprecabile.
Perché resta che l’orrore cerca deliberatamente le sue vittime nel mucchio, come una tattica collaudata, e la guerra al terrore recita le sue colpe come il vuoto, l’assenza di una tattica, di chi ancora non sa capacitarsi di non poter combattere una battaglia, di avere a che fai-e con un nemico impalpabile e sfuggente.
Ho ritrovato molte cose sfiorate, in questo saggio, e molti ricordi nascosti: quella volta che Jorge Luis Borges mi parlò dei duelli davanti a Troia, e della loro durata, e del duello aereo nel golfo della Sirte, cronometrato in secondi. Quella volta che un gruppo di caschi blu, in Bosnia, scoprì all’ultimo momento che il corpo da recuperare, in mezzo al prato, era minato. Quella volta, davanti al lavatoio vuoto di Vallegrande, in Bolivia, dove era inevitabile paragonare il corpo del Che Guevara vinto al corpo deposto del Cristo del Mantenga.
E mi hanno colpito due assenze. Una è quella di Fabrizio Quattrocchi, come se le sue ultime parole non potessero, neppure ora, essere accettate e credute, dal suo Paese confuso e politicamente corretto. Eppure fu proprio il suo gesto a rendere inutilizzabile il video della sua morte, a lasciarlo nascosto, come un atto di propaganda mancata, nel quale non l’eroe mitico oppone se stesso all’orrore, ma un uomo qualunque, un Sordi o un Gassman della Grande Guerra. Un uomo che ha uno scatto di orgoglio che gli fa perdere tutto, ma non la propria umanità finale, non la propria irriducibilità singolare.
L’altra è l’assenza di un esempio, in un libro in cui gli esempi documentati non mancano (è tragicamente ben raccontata la vicenda delle due ragazze, la palestinese e l’israeliana che muoiono insieme, e si assomigliano anche nella morte da coetanee, ed è la madre della seconda a riconoscere, in quel che resta della presunta terrorista, invece, quel che resta della vittima, sua figlia). Avete presente lo psicolabile Stevie, usato come una pedina esplosiva, nel conradiiano L’agente segreto? È esistito davvero, si è incarnato in un ragazzino palestinese: lo ricordo Fermo nella terra di nessuno tenuto sotto tiro, a braccia aperte, con un giubbotto più grande di lui. E aveva uno sguardo così spaesato che si capiva, rabbrividendo, che non era, il suo, il tentativo di essere come gli altri. Era stato mandato e basta, come un altro corpo morto nell’orrore.
Orrorismo di Adriana Cavarero
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