La crisi aperta con la detenzione di 15 marinai e marines britannici in Iran continua a seguire un doppio binario. Da un lato gli annunci pubblici, tutti a effetto: la notizia di ieri è che i militari britannici potrebbero essere processati per l'ingresso illegale nelle acque territoriali iraniane. Lo ha annunciato l'ambasciatore iraniano a Mosca, Golam-Reza Ansari, parlando a una televisione russa: l'Iran ha aperto un'indagine legale sui marinai britannici intercettati il 23 marzo nel Golfo Persico e accusati di aver sconfinato in acque iraniane; ‟se ci saranno prove della loro responsabilità saranno processati”. Più tardi l'agenzia ufficiale iraniana Irna ha corretto: l'ambasciatore ha parlato di ‟investigazione legale” ma non di ‟processo”, parola uscita da una sbagliata traduzione in russo. Tant'è, la notizia che i marinai saranno processati ha girato il mondo per qualche ora: dopo i video mostrati in tv, le ‟confessioni” dell'unica donna del gruppo e poi di uno dei suoi colleghi, e le ben tre lettere attribuite alla marinaia (nell'ultima afferma di essere stata ‟sacrificata alle politiche oppressive dei governi di Bush e Blair”), un processo sarebbe l'estrema operazione di manipolazione e propaganda.
Su un altro piano però i canali diplomatici sono aperti e attivi, poiché contatti tra Londra e Tehran sono in corso sia direttamente, sia attraverso Javier Solana, responsabile della politica estera dell'Unione europea (si parla anche di una mediazione della Turchia, ma non è chiaro in che termini). Ieri la responsabile del Foreign Office, Margaret Beckett, ha annunciato di aver scritto al governo dell'Iran per cercare una soluzione pacifica. È la risposta alla nota scritta ricevuta da Tehran giovedì (se ne era avuta notizia venerdì): a quanto pare la missiva iraniana ricalca il testo che tre anni fa (luglio 2004) aveva risolto un caso analogo; l'Iran fa appello a rispettare la legge internazionale e il principio di sovranità nazionale, e chiede a Londra di riconoscere lo sconfinamento dei suoi soldati: non chiede però le pubbliche scuse di cui pure si è parlato.
La ministra non ha specificato il contenuto della sua risposta; ha solo detto che ‟abbiamo cominciato a discutere”. ‟Quello che vogliamo è una via d'uscita, pacifica e al più presto possibile”, ha detto Beckett a Brema, dove erano riuniti ieri per il secondo giorno i ministri degli esteri dell'Unione europea: ‟E vogliamo che ci dicano dove sono i nostri militari, e ci diano accesso a loro”. I ministri europei, che venerdì hanno affermato il loro ‟appoggio incondizionato” alla Gran Bretagna e alla richiesta di rilasciare immediatamente i prigionieri, hanno anche incaricato Solana di prendere i contatti opportuni: contatti in corso, ha confermato ieri Solana.
Le parti dunque stanno negoziando: cosa, questo non è dato sapere. Ieri il portavoce del Dipartimento di stato americano Sean McCormack ha escluso uno scambio tra i marinai britannici e 5 iraniani presi dalle forze americane in Iraq. Lo scambio, mai citato in via ufficiale, è un'ipotesi che circola fin dai primi giorni della crisi. In causa sarebbero cinque addetti al consolato dell'Iran a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, catturati in gennaio dalle forze Usa; secondo gli americani sono agenti delle Guardie della Rivoluzione e il materiale loro sequestrato dimostrerebbe che erano attivi nella rete che rifornisce i ribelli iracheni di armi e tecnologie. In quell'occasione si era saputo che il presidente George Bush ha dato ordine alle forze Usa in Iraq di catturare o uccidere gli agenti iraniani responsabili di ‟fomentare l'insurrezione”. L'Iran respinge l'accusa e chiede il rilascio dei suoi addetti consolari, ma di loro non si è saputo più nulla: ‟Sono scomparsi”, commenta (all'agenzia Ips) Gary Sick, esperto di Iran presso la Columbia University ed ex dirigente del Dipartimento di stato con Jimmy Carter: ‟Potrebbero essere scomparsi nel sistema dei nemici combattenti”, quella zona grigia di prigioni segrete istituita dal Pentagono in nome della ‟guerra al terrorismo”.
Lo scambio era solo un'ipotesi. Certo è che nel negoziato in corso non basterà stabilire se i britannici hanno o no sconfinato - del resto i confini marittimi tra Iraq e Iran alla foce dello Shatt-el Arab non sono mai stati sanciti da un trattato formale. E con due portaerei usa (e una francese) stazionate nel Golfo, il rischio che un incidente limitato sfugga di mano è più reale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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